Se vi dicessi che fango e ostacoli mi hanno ricondotto alla felicità?

Se vi raccontassi che esiste una “tecnica” che utilizza fango e ostacoli per riportarvi alla vostra serenità emotiva?

Di sicuro vi verrebbe da pensare che Caterina è impazzita. Forse è così… sono sempre stata visionaria.

Non sono mai stata una persona molto sicura di me stessa. Sono sempre stata la brava ragazza, la brava studentessa, quella brava persona che si metteva nell’angolino ad aspettare in silenzio.

Se qualcuno sgomitava, lo lasciavo passare avanti, “dove vuoi andare” mi diceva la mia testa.

Se mi veniva voglia di fare qualcosa di sfidante, c’era sempre qualcosa che mi tratteneva: “non sei all’altezza”, queste le parole che mi ronzavano nella testa.

All’inizio credevo a queste cose anche se non lo ammettevo.

Ogni qualvolta mi si presentava l’opportunità di fare quel salto ne ho sempre fatti due indietro: “non è per te”.

Poi arriva quel giorno in cui senti che non è più tuo quell’angolino.

Le emozioni urlano dentro e in qualche modo senti la necessità di farle gridare.

Non ti sei mai concessa di urlare, non ti sei mai concessa di andare oltre e soprattutto non ti sei mai concessa di scoprire cosa c’è al di là di quel muro.

Ogni passo che corri ti porta verso il tuo obiettivo, ogni muro che salti ti permette di vedere oltre, ogni volta che scivoli nel fango sei contento e ti rialzi sorridendo, ogni volta che hai paura perché sei in alto trovi della mani pronte a sorreggerti.

Quando pensi di non aver più la forza trovi sempre la maniera di andare oltre quella stanchezza.

Quell’angolino ora è vuoto, non è più il tuo posto. Hai imparato a prendere ciò che ti spetta. Hai imparato che gli ostacoli in fin dei conti sono solo atteggiamenti mentali che tu stesso puoi gestire e trasformare.

Arriva quel giorno in cui quel salto nel vuoto non ti fa più paura, perché è proprio in quella paura che ti senti sicuro e trovi lo slancio per andare avanti.

Quante volte ti sei fermato prima? Quante volte non ti sei dato l’opportunità di credere di potercela fare?

La vita è fatta di ostacoli e fango, inutile che ce la raccontiamo, ma il vero punto è come tu decidi di affrontarli.

Puoi decidere di continuare a vederli come blocco o puoi decidere di trasformarli in forza.

Non esistono i super eroi così come ci fanno vedere in TV, esistono persone che con impegno e determinazione si allenano alla vita e ottengono risultati.

Così ho corso la mia Obstacle Race della settimana scorsa. Sorridendo ad ogni passo, entrando nel fango felice di farlo, superando muri alti con l’aiuto delle mie compagne, concedendomi di fare di più.

Ricordiamoci bene che a volte non si dà quel di più perché non ce lo concediamo, non perché non ne siamo all’altezza.

Tutto questo è Obstacle Therapy.

Pensavo di aver superato il punto più critico della mia crescita emotiva, ma qualcosa si è inceppato.

“Mai perdere il cuore, si rischia di perdere se stessi” dice guardandomi negli occhi Coach Meson, alla fine di una sessione molto critica di Obstacle Therapy.

Non scrivo mai dei miei accaduti emotivi per pura condivisione, ma piuttosto con l’obiettivo di spingere alla riflessione sul fatto che per raggiungere un equilibrio emotivo ci vuole un costante lavoro quotidiano. Non vuol dire niente essere psicologi, coach o guru, ciò che è importante è quella che definisco onestà emotiva.

La vera guida non ha paura di mostrarsi così come è nella realtà, non esiste perfezione negli stati emotivi così come non esiste perfezione nei modelli che si seguono.

Ci sono gabbie mentali di cui difficilmente ti rendi conto.

Lavori tanto con determinazione e pensi di avercela fatta, finché arriva quel momento in cui accade quel qualcosa che tu stesso non sai identificare e la tua mente ti riporta indietro. Riattivi immediatamente quello schema e non riesci a smuoverti.

Stai male, vorresti piangere, vorresti spiegare a chi ti è vicino in quel momento quello che hai dentro ma la tua mente soffoca tutte le tue emozioni.

Eppure sembrerebbe così facile in quei momenti chiedere aiuto, ma tu non riesci.

La rabbia e l’impotenza di quel momento diventa talmente forte che senti anche venir meno la forza, vorresti solo sparire.

Ricordo bene di questo meccanismo durante la mia malattia.

C’erano quei giorni in cui la sofferenza era talmente forte che mi sentivo soffocare dentro, tanto da perdere forze e contatto con la realtà. Svenivo. Rimanevo ferma, respiravo il giusto per sopravvivere, sentivo ma non riuscivo a reagire.

Era una lotta interiore che provocava dolore, quel dolore che era così silenzioso da togliere il fiato.

Eppure ero convinta di aver superato quella sensazione, finché proprio l’altro giorno ecco che si ripresenta.

È incredibile la velocità con cui si riattivano alcuni schemi.

Tutti noi abbiamo schemi emotivi e comportamentali anche se a volte non ce ne rendiamo conto, sentiamo quel leggero malessere, ma poi si va avanti, eppure qualcosa rimane.

Come liberarsene?

Un passo molto importante in questi casi è la consapevolizzazione del momento.

Mettere la testa sotto la sabbia come struzzi non serve a nulla.

Quella che nel metodo delle 3A del mio libro definisco Accettazione consiste proprio nel prendere coscienza dell’emozione e della sensazione ad essa collegata senza giudizio.

Riprendendo il mio esempio: “in quel momento mi sentivo a disagio, e lo percepivo come blocco nelle gambe e nel corpo”.

Il passo successivo è l’Accoglienza di ciò che si prova. Che messaggio mi sta portando questa sensazione?

Il disagio è molto spesso legato al senso di inadeguatezza.

Chi vive la trappola dell’inadeguatezza si sente intimamente “sbagliato”: è convinto che quanto più una persona approfondirà la sua conoscenza, tanto meno lo apprezzerà. Le ferite all’autostima possono suscitare un senso quasi di vergogna.

Il passaggio dell’Accoglienza è fondamentale anche se solitamente non piace  l’idea di doversi soffermare sulla sofferenza.

Ricordate che un blocco si può superare quando si impara a conoscerlo bene. Più si rifiuta più tornerà con impeto.

Ahimè, capisco che non è così immediato, l’istinto di sopravvivenza emotiva ci porterà all’evitamento immediato.

Imparare a stare nella situazione con un atteggiamento di apertura, ti porterà al passo successivo la terza A, che consiste nell’Azione.

Quindi ricapitolando: mi fermo nell’emozione, la riconosco, le dò un nome e individuo dove la sento a livello fisiologico (Accettazione).

L’accolgo e ascolto cosa ha da dirmi senza andare in evitamento (Accoglienza). Agisco per dare inizio a uno nuovo schema emotivo e comportamentale più efficace (Azione).

Che tipo di azione fare?

Ce ne possono essere tante di azioni fattibili.

La più veloce è sicuramente legata alla situazione che stai vivendo e che ti crea disagio.

Ritornando al mio esempio: anziché decidere di seguire la mia sensazione di inadeguatezza e disagio rimanendo bloccata per poi andare in evitamento, avrei potuto entrare nell’emozione e agire seguendo l’opposto, quindi portando a termine l’ostacolo che avevo di fronte.

A volte non è così semplice decidere di agire, oppure si decide ma si fa fatica a fare il primo passo.

In questi casi, è molto utile chiedere aiuto alle persone che in quel momento si hanno vicine, spiegando come ci si sente e ciò di cui si ha bisogno.

Questo processo aiuta comunque a trovare aiuto nelle risorse esterne che possono ricondurci alla scoperta di risorse interne che al momento non riconosciamo.

Unendo quindi tutti i puntini, ogni volta in cui ti troverai in situazioni dove riattivi le tue gabbie mentali, ricordati che puoi cambiare l’azione con cui affronti quell’emozione.

Puoi farlo accedendo a risorse interne oppure appoggiandoti a risorse esterne in un primo momento.

Ricordati sempre che il decidere di voler cambiare non va di pari passo con l’azione che ti può portare al cambiamento, ci vuole molta pazienza e direi un bel pizzico di umiltà.

Circa dieci mesi fa per la prima volta ho sperimentato cosa vuol dire veramente trasformare  un ostacolo emotivo presente nella testa in forza mentale. Una forza che ora è diventata risorsa che posso utilizzare nella vita quotidiana nel perseguimento dei miei obiettivi.

Ormai è chiaro che la vita è fatta anche di ostacoli, a volte più facili e a volte più difficili.

Ostacoli che possono essere situazioni da superare o stati emotivi dai quali non riusciamo a liberarci come ansie e paure.

Ci siamo sempre raccontati che il punto non è tanto l’ostacolo in sé ma come si decide di affrontarlo.

Solitamente quando ci si trova davanti un ostacolo si pensa subito al risultato perfetto che vorremmo ottenere e in tempi brevi. È come se andassimo troppo oltre senza passare dalla situazione.

In realtà quello che conta molto di più rispetto al risultato finale è tutto ciò che si può imparare durante il percorso.

Ecco che l’ostacolo può diventare una forma di Terapia.

Vi siete mai soffermati a osservare quell’ostacolo che tanto vi fa paura o porta preoccupazioni? Che forma può avere? Di quali risorse avete bisogno per andare oltre?

Avete mai pensato che quell’ostacolo possa essere superato in maniera concreta come se fosse un muro?

Vi faccio un esempio: la paura di decidere può essere un muro da scavallare. L’ansia può essere una piramide di corda su cui salire e passare oltre.

Ecco che a questo punto l’ostacolo diventa una forma di terapia (Obstacle Therapy), una metodologia che utilizza la disciplina sportiva OCR (Obstacle Course Race) al fine di aiutare le persone a entrare in contatto con i propri stati emotivi.

Le emozioni hanno bisogno di essere vissute non controllate.

Solo quando le vivi puoi trasformarle.

L’Ostacolo Terapia ti permette di entrare in quelle emozioni tanto temute e di trasformarle in forza sia fisica che mentale.

La trasformazione avviene in quanto il superamento fisico dell’ostacolo ti costringe a agire e tirare fuori tutte le risorse di cui hai bisogno, cosa che non accade solitamente quando si vivono situazioni emotive solo a livello mentale.

Corpo e mente un unico alleato, non possono avere una vita separata.

Dopo tutto le teorie sulle emozioni più importanti fanno riferimento a mente e corpo come due collaboratori. Le emozioni transitano dal corpo, la mente le crea. Ma è anche vero il concetto inverso.

A convincere il corpo ci si impiega meno tempo perché è sufficiente che lui viva le emozioni, che le senta.

La mente fa più fatica a razionalizzare i processi emotivi ecco perché ha bisogno del corpo per saltarci fuori.

In maniera molto semplice le emozioni hanno bisogno di essere agite, vissute, e questo lo si può fare solo attraverso l’uso del nostro corpo che spesso dimentichiamo di avere e non consideriamo parte fondamentale di noi.

Ora non ti rimane che fare il primo, vivere in prima persona i benefici dell’Ostacolo Terapia, leggi qui

Per tanto tempo  mi sono vergognata del mio passato.

Per troppo tempo le etichette hanno avuto la meglio sui miei pensieri.

Ero molto giovane, inesperta, spaventata.

L’unica risorsa che mi sentivo di avere era la mia laurea in psicologia.

Eppure quel giorno qualcosa accadde.

Quel giorno anche io provai per la prima volta cosa volesse dire quella parola tanto studiata.

Quel giorno il mio punto di vista cambiò totalmente.

Quel giorno iniziai a guardare il mondo da un punto di vista nuovo.

Ero una paziente.

Difficile accettare quella posizione allora, oggi invece ritengo che sia stato il periodo più formativo della mia vita.

Per tanti anni ho quasi nascosto quel momento particolare, me ne vergognavo. Mi ero rotta nel punto più temuto dagli esseri umani: la mente.

Solo con il tempo ho capito che quella vergogna non era mia, ma delle credenze che mi portavo dietro. Erano dei fardelli. Fardelli talmente pesanti che ad un certo punto ho deciso di allontanarmi da tutto ciò che sentivo pesante. Ho fatto le valigie e sono partita.

Non sono partita a cuor leggero come avrebbe dovuto fare una ragazza di solo 24 anni, avevo preso quel volo con un grosso fardello sullo stomaco che nessuno capiva.

Avevo fatto tutto il possibile per riprendere in mano la mia vita, ma dove mi trovavo allora non sarebbe potuto accadere.

Ci volle molto coraggio a mollare tutto ciò che avevo per prendere quell’aereo, ricordo che piansi per quasi tutta la durata del viaggio.

Non procedo oltre con la mia storia.

Quello che voglio trasmettervi è che anche se provate ansia non vuol dire che siete sbagliati. Non dovete vergognarvene a parlarne.

Si hanno ancora molti tabù della “malattia mentale”, chissà perché ciò che non si vede si teme.

Si ha ancora paura di chiedere aiuto.

Si ha ancora paura provare un certo tipo di emozioni.

L’ansia è un’emozione come tante altre e non sempre è riconducibile a un disturbo. L’ansia può essere un vero e proprio stile emotivo che si apprende. Ci si abitua a rispondere agli aventi attraverso questa emozione.

Penso che ci sia in giro molta ignoranza emotiva sia nel riconoscere che nel conoscere le emozioni.

Se io allora avessi avuto una consapevolezza corretta emozionale probabilmente non avrei toccato il fondo come ho fatto.

Invece siamo spesso circondati da quelle che sono definite da Paul Ekman le display rules, le regole di manifestazione emotiva. Ci viene cioè insegnato come e quando manifestare le nostre emozioni piuttosto che conoscerle e viverle.

Allora molto spesso ci si accontenta delle etichette che in fin dei conti aiutano a stare più tranquilli.

Dottoressa sto molto male, non so se può capirmi.

Si, posso capire, come e quanto si sta male lì in quell turbinio di emozioni che sembrano schiacciarti.

Si, capisco cosa vuol dire sentire la stretta allo stomaco.

Si, capisco cosa vuol dire urlare e non essere sentiti.

Si, capisco.

Sono una psicologa, specializzanda in psicoterapia, tanti anni fa ho toccato con mano questa emozione.

Ricorda non sei sbagliato, devi solo imparare a conoscere ciò che sta accadendo dentro di te.

Vi capita mai di sentirvi soli?

Magari avete una vita piena, avete tanta gente vicina ma nel vostro cuore c’è questa tremenda sensazione di solitudine.

A volte mi capita di svegliarmi di salutare mio marito ma in cuore mio vorrei dirgli “non lasciarmi, rimani con me oggi”.

Preparo me e mio figlio, arriviamo all’asilo e non vorrei lasciarlo lì.

Non sono mai stata forte negli addii.

Nella mia testa c’era sempre quella vocina che mi sussurava “non lasciarmi”.

La paura dell’abbandono, la paura del rimanere da soli, la paura di non essere accuditi, genera nell’essere umano una triade di emozioni che potremmo definire distruttive: ansia, frustrazione e rabbia.

In psicologia si parla di stile di attaccamento, un fattore che influenza la modalità con cui affronteremo le relazioni interpersonali da adulti.

Nella vita di tutti i giorni ci relazioniamo in continuazione. Ogni volta che abbiamo a che fare con le altre persone il nostro sistema emotivo si attiva.

Questa attivazione avviene seguendo un pattern di comportamento che abbiamo imparato crescendo. É influenzato dalle nostre aspettative e dai nostri bisogni di cui spesso non siamo consapevoli.

A volte non capiamo perché abbiamo delle reazioni forti a determinate situazioni, sentendoci così sbagliati.

Consapevolizzare ciò che realmente si sente in quell momento in cui la ferita si apre è un passo molto importante per capire come riuscire a gestire diversamente quelle situazioni in cui ci si senti soli, abbandonati e non accuditi.

Vi faccio un esempio concreto.

Pensate a tutte quelle volte in cui avete discusso con il vostro partner.

Magari avete detto frasi come “non sono importante per te” oppure “io vengo sempre dopo a tutto”, o ancora “non sei mai presente”.

Con queste frasi stiamo dicendo al nostro partner: “non lasciarmi”.

Questo non lasciarmi porta con sè tante emozioni e tanti pensieri: ho bisogno di te, vorrei che mi abbracciassi, ho paura stai con me.

Ecco che allora diventa importante in quei momenti in cui sentiamo quella “tremenda sensazione” nel cuore, fermarsi e domandarsi “cosa mi sta dicendo questa emozione realmente?”

In questo modo possiamo evitare di entrare nella triade esplosiva e possiamo esprimere a chi ci sta accanto il reale bisogno che abbiamo.

É brutto dirlo, ma purtroppo le altre persone non leggono nel nostro cuore e se non ci si abitua ad esprimere le emozioni che si hanno è difficile che possano aiutarci.

Certo, questo non vuol dire che tutti siano disposti a farlo però, penso che ne valga sempre la pena provare anziché pensare erroneamente di essere incompresi.

Quando si entra in questi loop di pensieri si tende a sviluppare un atteggiamento piuttosto egoista. In quell momento vorremmo tutti fossero pronti a capire ciò che succede nel nostro cuore e nella nostre mente.

Ma non funziona così.

Sapete perché?

Perché ognuno vive la sua realtà fatta delle proprie emozioni.

Non si può pretendere che ciò si sta vivendo in un determinate momento sia considerato importante dagli altri.

La prima persona che dovrebbe dare importanza a ciò che senti sei tu.

Questo vuol dire responsabilizzazione emotiva. Essere responsabili verso ciò che si prova. Solo così potremmo darci l’opportunità di essere compresi e aiutati.

Non avere paura a dire quel “non lasciarmi, stammi vicino, ho bisogno di te”, non sei dipendente affettivamente sei solo umano.

Ci sono quei momenti in cui non si riesce ad esprimere tutto quello che si ha dentro.

Sentiamo urlare ma solo nella nostra testa.

Vorremmo mettere in ordine questi pensieri ma non ci si riesce, vanno troppo velocemente e parlano tutti insieme.

La voce vorrebbe dire qualche cosa ma rimane soffocata.

Poi arriva il momento in cui ci si chiude, perchè si ha l’idea che gli altri possano sentire ciò che sta accadendo dentro di noi.

Ci si sente sbagliati o rotti. Qualcosa forse non va in me, pensiamo.

A volte mi piacerebbe che gli altri potessero sentire il rumore che ho dentro.

Quando mi chiedono cosa c’è che non va, o perché non parlo io rispondo: se non parlo per favore ascoltami.

Quel silenzio racchiude tante cose, tante emozioni.

La paura di mostrare ciò che abbiamo dentro è molto diffusa.

Fin da bambini ci insegnano a sopportare, a camuffare.

Ci insegnano ciò che è giusto mostrare e ciò che è meglio celare.

Le emozioni purtroppo fanno parte di quelle “cose” da celare il più delle volte. Addirittura anche le emozioni che noi definiamo positive come gioia e felicità hanno delle regole di manisfestazione sociale (Display Rules).

Si, ci viene detto come manifestare la nostra felicità.

Ecco che poi crescendo rimangono tanti pensieri nella nostra testa, e finché non vengono ascoltati rimangono lì e urlano ogni giorno di più.

Se non parlo per favore ascoltami.

Chiedimi, non lasciarmi solo perché pensi che io stia bene in questo silenzio.

Non riesco a parlare perché a volte non so da dove cominciare. Ho semplicemente paura di mostrare quella parte di me che mi hanno insegnato a nascondere.

Io non sono debole perché mi emoziono. Mi sento debole perché non riesco dare voce a tutto ciò che ho dentro.

E se mi prendono per matto?

Mi piacerebbe che qualcuno mi facesse compagnia quando sto con le mie emozioni, ma non lo chiedo mai. Alla fine loro urlano e io rimango lì in attesa senza ascoltarle.

Avrei solo bisogno che qualcuno le ascoltasse con me.

Vorrei poter credere che le emozioni non fanno paura, non sono giuste o sbagliate ma semplicemente sono.

Vorrei poter sentire che anche tu mi stai accanto e che almeno tu sei in grado di ascoltarmi anche se non parlo.

Non avere timore se le mie parole fanno fatica ad uscire, ascolta il mio cuore, rimani accanto a me.

Questo penso sia il dono più grande che possiamo fare a noi stessi nel chiedere aiuto in questi momenti e a chi è accanto a noi e sentiamo aver bisogno di aiuto.

Non lasciamoci intimorire da questi silenzi, mettiamoci in ascolto perché è nel sielnzio che sentiamo i rumori del cuore.

Buona riflessione

Capita spesso di sentirmi dire: tu sei fortunata, anche nelle giornate no riesci sempre a saltarci fuori, tanto hai tutti gli strumenti!

Beh oggi vi svelo un segreto da psicologa: non è assolutamente vero.

Non so perché ma a volte si ha questa visione di noi psicologi come se fossimo dei super eroi con la bacchetta magica funzionante sia per i nostri clienti che per noi stessi.

Eh.. purtroppo non ho la bacchetta magica e soprattutto anche io ho quelle giornate in cui vado in confusione.

Ammetto che in quei momenti vorrei una piccola Caterina accanto a me che mi suggerisse cosa fare esattamente, ma poi penso: “se ci fosse chissà se l’ascolterei”.

Proprio questa mattina, dopo aver deciso di trascorrere una mezza giornata con me stessa in riflessione, ecco che rimango a piedi con la macchina.

Soluzione uno: è solo la batteria, hai i cavi in auto sei in un parcheggio. Proprio vicino a te ha appena parcheggiato un furgone. “Mi aiuta per favore a riaccendere l’auto? Ho i cavi.” Risponde a gesti perché non capisce bene l’italiano, ok, prima tentative andato.

Soluzione due: chiamo alcune persone. Lo so che si va in tilt facilmente quando ci chiamano mentre siamo a lavoro. Risposta: “come faccio? Non posso”.

Soluzione tre: prendo un taxi e comunque provo a fare ciò che avevo in testa, qualcuno verrà a recuperarmi prima o poi.

Sono quei momenti in cui realizzi che puoi avere tutti gli strumenti che vuoi ma quando ti senti sola, dai diciamoci la verità, un po’ di arrabbiatura può essere percepita.

Nonostante tutto la giornata va avanti, rispondi alle chiamate e come se niente fosse sei presente per i tuoi clienti sempre con quel pizzico di ottimismo e determinazione che veramente ti può cambiare la giornata, ma chissà perché quando tocca a te a volte ti dimentichi che sono risorse che hai.

Alla fine penso a quanto sono fortunata a fare il mio lavoro. Ogni giorno le persone che lsi affidano a me mi ricordano quante belle risorse ho a disposizione. La differenza la fa sempre la modalità con cui affronti ciò che ti accade non ciò che ti accade.

Quando accadono queste giornate mi rendo conto di quanto la mia vita sia esattamente come quella degli altri. Si, dico questo, perché a volte me ne dimentico.

Dimentico di poter sentirmi arrabbiata anche io.

Dimentico di poter non sapere cosa fare davanti ad un imprevisto.

Dimentico che posso piangere.

Dimentico che posso semplicemente essere me stessa.

Allora cosa farebbe la vera me in una giornata come oggi?

La vera me chiamerebbe un taxi, inizierebbe a scherzare con il taxista su quanto è accaduto e continuerebbe la sua giornata prendendo ciò che viene.

Continuerebbe a rispondere al telefono come se niente fosse.

E probabilmente a fine giornata scoppierei in un pianto liberatorio.

Così è stato, così ho fatto, ma non perchè sono un Coach e ho la bacchetta magica, ho semplicemente deciso di essere responsabile del mio stato d’animo e di trasformare una giornata apparentemente NO in ON.

Buona riflessione

Quando diciamo cose tipo “le persone non cambiano”, facciamo impazzire gli scienziati. Perché il cambiamento è letteralmente l’unica costante di tutta la scienza. L’energia, la materia, cambiano continuamente, si trasformano, si fondono, crescono, muoiono. È il fatto che le persone cerchino di non cambiare che è innaturale, il modo in cui ci aggrappiamo alle cose come erano invece di lasciarle essere ciò che sono, il modo in cui ci aggrappiamo ai vecchi ricordi invece di farcene dei nuovi, il modo in cui ci ostiniamo a credere nonostante tutte le indicazioni scientifiche , che nella vita tutto sia sempre. Il cambiamento è costante. Come viviamo il cambiamento, questo dipende da noi. Possiamo sentirlo come una morte o possiamo sentirlo come una seconda occasione di vita. Se apriamo le dita, se allentiamo la presa e lasciamo che ci trasporti, possiamo sentirlo come adrenalina pura, come se in ogni momento potessimo avere un’altra occasione di vita, come se in ogni momentopotessimo nascere ancora una volta (Meredith Grey) .

La motivazione così come la si intende sappiate che non esiste.

A volte si chiede aiuto per cambiare ma non si crede fino in fondo nel cambiamento. Non si crede di potercela fare e di poter acquisire nuove abitudini.

Nessuno può convincervi a cambiare se non lo volete.

Nessuno lavorerà per il vostro cambiamento.

Non esiste persona che possa motivarvi di più o motivarvi di meno, esiste invece atteggiamento che voi scegliete di avere nei confronti della vostra vita e di ciò che accade.

É proprio vero che spesso ci si ostina a rimanere aggrappati a delle abitudini comportamentali ed emotive invece di sforzarsi di capire che il per sempre è molto relativo.

Ci ostiniamo a credere di non poter cambiare solo perchè pensiamo di non meritare altro o perchè crediamo troppo nel destino.

Si è convinti di non poter fare niente e che tutto debba rimanere così.

Capita anche che quando qualcuno ci fa notare che forse sono pensieri irrazionali ci si irrita anche, come se non ci si sentisse capiti fino in fondo.

Ogni giorno vedo e ascolto questi comportamenti e li capisco, ci sono passata anche io.

Per qualcuno è questione solo di tempo, altri invece si condannano a rimanere in questo girone di pensieri a vita.

Non sono capace, non me lo merito, la mia vita fa schifo, sono sbagliato, tutto è contro di me..

Fate un esame di coscienza, pensate veramente che la vostra vita faccia schifo e che voi non possiate fare veramente niente?

Proprio questo è il problema più grande: il fare.

Quando si è incastrati nei propri pensieri l’unica via d’uscita è agire, fare.

Ci sono tante strategie molto semplici che possono essere applicate per iniziare a gestire al meglio i tuoi pensieri e i tuoi stati d’animo.

Certo a volte forse è più semplice continuare a lamentarsi piuttosto che decider di fare il primo passo.

Mi rendo conto di essere a volte un po’ dura quando si parla di motivazione e di cambiamento, ma so anche quanto efficace possa essere un atteggiamento basato sull’azione.

Il cambiamento è letteralmente l’unica costante della scienza, noi non siamo fatti per rimanere fermi, ma siamo fatti per evolvere, crescere imparare.

Il cambiamento deve partire da dentro e così la tua motivazione.

Le persone intorno possono solo aiutarti a indirizzare lo sguardo verso altre prospettive ma non possono dirti dove devi andare, come e perché.

La magia della vita consiste proprio nell’avere la convinzione di poter creare ciò che desideri.

Se non sai cosa desideri realmente vuol dire che non ti sei ancora guardato dentro. Fermati qualche istante, allenati a stare con te stesso, allenati ad ascoltarti, smettila di piangerti addossi o di rimuginare o di lamentarti.

Lascia spazio alla voce del cuore e concediti l’opportunità di ascoltarla senza giudicarti.

E ricordati che nell’impossibile c’è sempre il possibile.

Buona riflessione

Ci sono quelle giornate in cui si sente quella strana sensazione che definiamo molto spesso vuoto.

Ci si sente stanchi, un po’ confusi e si ha quasi l’impressione che ci manchi qualcosa ma non capiamo cosa.

Allora magari ci mettiamo in una sorta di pausa in attesa di capire cosa sta accadendo.

Questo vuoto il più delle volte ci fa paura, quasi come se non fossimo più capaci di provare emozioni. Allora magari pensiamo di essere sbagliati, di essere rotti.

Molto spesso ci è stato spiegato che provare questo vuoto non è un bel segnale, ma non è sempre così.

Forse è arrivato il momento di cambiare la modalità di stare con te stesso.

Forse quel vuoto indica che sei stanco di avere un’idea di te che non è la natura di ciò che sei. Forse ti sei stancato di sentire dire da te stesso ciò che devi essere.

Eppure come dice Raffaele Morelli, noi stiamo bene quando siamo vuoti non quando siamo pieni di pensieri.

Nel momenti in cui percepisci questa sensazione vuol dire che stai creando spazio dove poter mettere ciò che è realmente importante per te.

Respira, non scappare, aspetta l’emozione, l’intuizione.

Prenditi il tempo di ascoltare ciò che hai realmente dentro senza costruzioni, ma semplicemente seguendo il flusso di questo vuoto che è tutt’altro che silenzioso.

Non aver paura, siediti e attendi.

La tua anima sa perfettamente come guidarti quando ti lasci guidare.

Apri il tuo cuore ed ecco che noterai cose che prima non avevi visto, troverai persone accanto a te che prima non avevi considerato, capirai situazioni che prima non avevi accettato.

Come per magia ti saranno anche più chiari i passi che vorrai fare.

Mi piace molto la metafora dell’anima usata spesso da Morelli per parlare di emozioni.

Immaginate la vostra anima chiusa in una gabbia soffocata da tutti quei pensieri a cui nemmeno voi riuscite a dare un senso. Ogni pensiero ha la pretesa di essere ascoltato. Ogni pensiero sembra essere importante.

Finché un giorno anche la vostra anima si stanca e in qualche modo si ribella.

Ad un certo punto tutto ciò che fino a quel momento avete ritenuto importante non lo è più. Avete l’idea di perdere interesse per ciò che fino a poco tempo fa consideravate tutta la vostra vita. Ed ecco che inizia la confusione e poi… vuoto.

Respira, è tuto ok.

La tua anima non ha più intenzione di rimanere in ascolto di ciò che vi siete imposti fino a quel momento.

La sua ribellione non è per dirvi che dovete cambiare tutto della vostra vita, la sua ribellione è per dirvi di dare spazio alle cose veramente importanti per te.

La vita non è bianca o nera, ma è piena di sfumature. La nostra anima anche. Lasciare il giusto spazio alle emozioni vuol dire proprio darci la possibilità di esprimere ciò che siamo in tutte le sue forme.

Ci sono persone che nei momenti di crisi pensano di risolvere tutto sradicando completamente la loro natura. Nemmeno questa probabilmente è la strategia più utile.

Basterebbe fare solo un po’ di pulizia e mettersi in ascolto.

La vita è in continua evoluzione, quello che sei stato è sempre risorsa, quello che sei è il tuo presente e quello che sarai è la tua anima.

Concludo con una meravigliosa frase di Morelli:

Smetti di essere quello che credi, solo così potrai entrare nella casa dell’anima.

 

Ci sono momenti della vita in cui fare pulizia diventa necessario.

A volte non ce ne rendiamo conto e continuiamo imperterriti a tenere aperte delle porte assolutamente inutili che sono un gran spreco di energie.

Persone che riappaiono solo quando sono interessate.

Persone che sono sempre impegnate ma dicono di volerti bene.

Persone verso le quali continui a nutrire tante aspettative nonostante i lunghi silenzi.

Imparare ad allontanare questo tipo di persone, equivale a volersi bene, a prendersi cura di sé e delle relazioni che fanno bene al cuore.

A volte il voler bene a qualcuno non basta affinché una relazione, di qualsiasi tipologia funzioni, a volte bisogna veramente avere il coraggio e la consapevolezza che è più utile allontanare determinate persone dalla nostra vita.

Allora perché non lo facciamo?

Forse perché viviamo in una società dove è più semplice evitare ed apparire che dare spazio alle reali emozioni e alla consapevolezza di ciò che ci fa realmente bene.

Si vive in una falsa idea di gentilezza dimenticandosi che la prima persona verso la quale è importante essere gentili siamo noi stessi.

Allora si sopporta, si sorride e quando è ora ecco che nonostante tutto ci siamo.

Ho sempre avuto un carattere molto spinoso in ambito interpersonale.

Ammetto di avere delle “regole” molto ferree a tale riguardo e a volte mi viene fatto notare che quando chiudo la porta difficilmente la riapro.

Non ho tempo da perdere con persone che non hanno voglia di investire emotivamente. Le relazioni interpersonali affinché funzionino necessitano di investimento emotivo da entrambe le parti se questo viene a mancare anche solo da una parte non vale più la pena investire in una relazione del genere.

L’obiezione che spesso mi viene fatta è che non si possono paragonare relazioni amicali, di coppia e lavorative. In realtà il meccanismo di base è sempre uguale.

Anche in un contesto lavorativo le relazioni sono fatte di emozioni. Se queste non sono curate non si possono raggiungere gli obiettivi comuni.

Quindi inutile raccontarsela, tutte le relazioni, di qualsiasi natura esse siano hanno bisogno del nostro aspetto emotivo affinché vadano avanti e ne valga la pena, sennò è veramente tempo perso. Non ti ostinare a tenere quella porta aperta anche quando si sta chiudendo da sola, guarda avanti e pensa sempre che meriti di meglio.

 

Quindi cosa fare nella pratica per fare pulizia?

  1. Per prima cosa rispondi con sincerità alla seguente domanda: cosa è realmente importante per te nelle relazioni interpersonali?
  2. Inizia con lo stilare una lista delle persone che pensi facciano parte della tua vita in questo momento.
  3. Di fianco ad ogni nome indica le emozioni e sensazioni che ti suscitano.
  4. Rileggi la lista con le sensazioni e soffermati su quei nominativi che non hai abbinato a sensazioni piacevoli e rispondi alle seguenti domande: cosa accade se mi allontano? Cosa non accade se non mi allontano?
  5. È il momento di fare pulizia: scegli chi veramente vuoi faccia parte della tua vita.

Di sicuro la domanda che viene subito in mente è: come faccio a liberarmene?

Quello che vi posso dire è che la sincerità ripaga sempre. Se avete la possibilità di farlo fatelo con una semplice chiacchierata a cuore aperto.

Se non ne avete la possibilità, imparate a lasciare andare ciò che è destinato ad andare.

Buona riflessione

“Non ho l’età per amarti” cantava Gigliola Cinquetti…

Io ho 39 anni il mio compagno 56.

Ben 18 anni di differenza.

Ci siamo conosciuti 8 anni fa. Una sera qualunque ballando sulle note di quel tango che ci ha fatto innamorare. Era il 15 Maggio del 2010 e da quella sera non ci siamo più lasciati.

Certo che di avventure ne abbiamo passate io e te.

La più sfidante di tutte?

“Lui è troppo vecchio per te, Lei è troppo giovane per te”.

Ricordo perfettamente gli sguardi di chi ci guardava con fare sospettoso, avrei pagato per sapere cosa stavano pensando in quel momento.

“Ma siete matti a fare un figlio voi due? Tu sei già nonno”.

Altra grande sfida.

Eppure a distanza di 9 anni siamo sempre qui, tutti i giorni a supportarci come il primo giorno.

Qualche ruga in più e qualche anno in più ma con la maturità di chi sa cosa vogliano dire 18 anni di differenza.

Ma allora questo amore è vero che non ha età?

Pensare che l’amore abbia un’età vuol dire porre dei limiti alla sua espressione, significa dettare delle condizioni.

Eppure si dice che al cuore non si comanda.

Ci sono ancora molti pregiudizi rispetto la differenza di età in una coppia.

Si pensa che prima o poi la grande differenza di età verrà a galla, e saranno problemi, soprattutto per chi è più giovane.

In questi 8 anni ho imparato tante cose in merito, ecco le più divertenti.

 

LA GENTE PENSA CHE…

Si, in effetti era una delle domande che mi facevo spesso il primo periodo.

Penseranno che lui sia ricco e io una giovincella in cerca di fortuna.

Allo scambio di un bacio avevo l’impressione di sentire le voci delle persone che ci stavano guardando.

Ad essere sincera mi divertiva osservare quelle facce, per poi fare qualche battuta che finiva immancabilmente in qualche sguardo di imbarazzo per essere stato beccato a sbirciare.

Con il tempo ho imparato a fregarmene e sinceramente ad un certo punto non facevo nemmeno più caso a queste cose.

Molto spesso quello che accade è che ci si lascia influenzare da quello che dicono gli altri. All’inizio è più facile credere che insieme si possa risolvere tutto, ma poi con l’andare avanti del tempo a volte ci si stanca di sentire certe cose e a volte ci si crede.

Basta però molto poco per tornare sulla strada giusta: ascolta il tuo cuore, non mente mai. Io continuo a baciare il mio compagno in pubblico e continuo a divertirmi nel sbirciare le facce…

 

QUANDO SARÁ VECCHIO CHI SE NE OCCUPERÁ?

Questo è un altro grande dilemma che in realtà affligge gli altri…

Cosa vuol dire chi se ne occuperà?

Ho incontrato altre coppie con un’importante differenza di età che sono scoppiate per un motivo del genere.

Ragioniamo insieme. Se ci si mette con una persona più grande, è normale che prima o poi la differenza di età diventi importante e che chi è più giovane si dovrà occupare del più anziano. Se questa cosa vi destabilizza di sicuro non siete fatti per una storia del genere.

Per quanto mi riguarda so perfettamente che accadrà, e so che forse non sarà facile, ma so anche che il mio amore mi guiderà sempre, e sinceramente pensando al futuro non ho paura.

E SE  FINISCE L’ATTRAZIONE FISICA?

Questa è una bomba.

“Come farai a fare l’amore con lui?”

L’amore vero e maturo non si basa solo sull’attrazione fisica. In tutte le coppie questo accade e può accadere. Anzi accade maggiormente nelle coppie giovani in cerca sempre di nuovi stimoli. L’amore è un sentimento che va oltre l’attrazione fisica dopo un certo momento.

Quando guardo negli occhi il mio compagno vedo tante cose che vanno oltre la fisicità. Vedo un compagno di vita, vedo quella persona che starà al mio fianco per tutti i giorni che ci saranno concessi.

MEGLIO NON AVERE FIGLI

E chi lo dice?

Questa è stata una delle prime cose che mi hanno detto.

Nostro figlio Richard ha quasi 4 anni già zio di due bimbi e ha un papà con qualche anno in più, che è già nonno. E lo so che abbiamo scardinato un po’ il sistema classico di famiglia, ma vi basterebbe respirare un po’ di atmosfera che c’è a casa nostra e cambiereste idea.

 

L’amore ha età solo se noi poniamo questi vincoli mentali.

Avere una grande differenza di età non è sinonimo di rottura, tutte le storie possono avere un inizio e una fine, il porsi dei limiti equivale a non vivere l’amore nelle sue espressioni più alte.

RISULTATO?

Il 29 Dicembre ci sposiamo! Io 39 anni lui 56, un figlio di 4 anni e tante persone che ci vogliono bene e tifano per noi!!!!

 

Buona riflessione

 

 

 

 

 

 

Non posso farmi vedere dalla gente in questo modo.

Se spiego come mi sento divento pesante e le persone si allontanano.

Per essere parte di un gruppo devo essere sempre al top.

In fin dei conti mi sento più forte a fare così.

Alle persone non interessa ciò che provo.

Non sono mai riuscita a capire questo meccanismo, nemmeno su di me.

Mi hanno sempre spiegato che tra i bisogni fondamentali degli esseri umani c’è quello di appartenenza che include anche amicizia e affetto familiare (Teoria dei bisogni di Maslow).

La mia domanda, e forse anche la vostra è, se sentirsi parte di una famiglia o di un gruppo di amici è un nostro bisogno fondamentale, perché si è più portati ad isolarsi quando si hanno preoccupazioni e non ci si sente bene?

Vi capita?

A me personalmente si, e ogni giorno parlo con persone che mi riferiscono la stessa difficoltà.

Cosa porta ad allontanarci dagli altri quando siamo nei nostri momenti no?

Eppure la nostra natura ci direbbe altro.

Ciò che un atteggiamento del genere cela è il bisogno di essere accettati dagli altri.

Spesso si ha l’idea che per piacere agli altri bisogna avere determinate caratteristiche. Se queste vengono a mancare rischiamo il rifiuto sociale.

La paura del rifiuto sociale è una paura a volte inconscia che porta ad agire in maniera paradossale con l’isolamento emotivo.

Ecco che allora il bisogno di apparire diventa più forte apparentemente rispetto al bisogno di essere capiti da amici e familiari.

Nel momento in cui subentra il bisogno di apparire il danno è fatto e la strada più veloce da percorrere diventa il nascondersi in quella maledetta caverna piena di ombre.

Sapete cosa accade in questa caverna a lungo andare?

Si inizia a vivere pensando che quella nostra seconda casa sia la verità.

Si inizia a pensare che si sta veramente bene lì, dove nessuno può capire  chi siamo veramente.

In quella caverna mettiamo rabbia, frustrazione, tristezza, solitudine, delusioni ecc.. creiamo delle ombre. E sapete cosa succede a vivere osservando queste ombre? Che finiamo per credere siano vere.

Dopo un po’ si inizia a credere che alle persone non interessi veramente nulla del nostro mondo emotivo. Si inizia a credere veramente di stare bene comunque. Si inizia a credere che chi esprimere il proprio stato emotivo sia una persona pesante.

Così ci si allontana sempre di più da tutto ciò che può andare a soddisfare il nostro reale bisogno di appartenenza. sembra quasi di tornare a quell’idea molto triste hobbesiana espressa nella teoria del Leviatano: lo stato di natura è uno stato di guerra di tutti contro tutti, continua e costante; Hobbes lo definisce, con una celebre formula latina, bellum omnium contra omnes.

COSA FARE QUINDI

Ritornare alla semplicità delle relazioni umane, è la strategia più auspicabile che si possa applicare.

Abbandonare l’apparenza e imparare a conoscere e ad esprimere le proprie emozioni.

Lasciare andare quel senso di vergogna dettato dalla paura di fare emergere le difficoltà emotive del momento.

Rimango sempre stupita quando realizzo che la maggior parte delle persone vuole a tutti i costi celare ciò che prova realmente per la maggior parte del tempo. Questa repressione emotiva  ci allontana  dalla comprensione di noi stessi. Inoltre con questa modalità non si permette nemmeno alle persone che vorrebbero e potrebbero aiutarci di farlo.

Non sono tutte uguali le persone. Ci sono quelle che non ti tenderanno la mano, ma ce ne sono tante pronte a tenderti la mano anche quando meno te lo aspetti.

Il non esprimere per paura di stare male, non è una strategia utile per vivere serenamente. Forse potrai sopravvivere, ma in funzione delle tue ombre mentali che prima o poi ti renderanno prigioniero.

Ponetevi tredomanda molto semplici.

Di cosa ho realmente bisogno ora?

Di chi ho realmente bisogno ora?

Quale azioni posso fare per ottenere ciò di cui ho realmente bisogno?

Concediti l’opportunità di ricominciare e di essere felice, concediti la possibilità di sentirti e farti sentire in tutta la tua intensità nel bene e nel male.

 

Buon lavoro

 

A volte ci si sente a disagio per ciò che stiamo vivendo in un momento particolare della nostra vita.

Sappiamo perfettamente che ci sono atteggiamenti che sarebbe meglio migliorare, ma non riusciamo a capire come fare quel primo maledetto passo.

Spesso si confonde questa difficoltà con una mancanza di motivazione, e forse in alcuni casi è così, ma spesso ciò che si cela dietro quel semplice passo è la paura di scoprire cosa c’è oltre.

Non sai cosa può accadere andando oltre, non sai come puoi stare andando oltre, non sai chi può esserci andando oltre.

Eppure lì bisogna arrivare.

Nella vita accadono tante cose che non ci aspettiamo, ma il punto non è ciò che accade ma come tu decidi di agire a ciò che ti accade.

Le situazioni non gestibili da te accadranno sempre ma sempre ti sarà data la possibilità di decidere come gestire ciò in cui sei coinvolto.

A volte risulterà essere più facile continuare ad indossare la maschera più bella che si ha, per far finta che nulla è cambiato. Tutto ciò per sentirci forti o per sentirci meno vulnerabili?

Ci sono quei momenti della vita in cui è veramente fondamentale esser sinceri con se stessi per trovare il coraggio di agire.

Cosa vuol dire essere sinceri con se stessi?

Vuol dire darsi la possibilità di sentire realmente ciò che si sta provando, ciò che si sta vivendo.

Le emozioni fanno sempre molta paura perché non si conoscono.

In pochi sanno gli effetti che le emozioni hanno sul proprio corpo, in pochi conoscono il proprio funzionamento nel momento in cui provano determinate emozioni.

In pochi sanno veramente emozionarsi.

Ogni giorno persone mi chiedono strategie per “controllare” le emozioni.

Beh, io ogni giorno rispondo che non ho strategie per “controllare” le emozioni, ma eventualmente strategie per imparare a vivere le emozioni.

Cosa centra tutto questo con il quel maledetto primo passo?

Quel passo che può cambiare la tua vita è ancora fermo perché non ti stai dando l’opportunità di vivere le emozioni, perché hai paura di scoprirle.

Cosa puoi fare quindi?

Condividi

A volte si pensa che condividere il proprio stato emotivo equivalga ad appesantire l’altro. Oppure si pensa che agli altri non importa nulla di come ci sentiamo. Non si condivide per non appesantire.

Bene, sappiate che questi pensieri molto spesso sono solo pregiudizi.

Si è vero, magari ci sarà qualcuno non interessato, ma tra le persone che abbiamo vicino ci sarà sempre qualcuno pronto a tenderci l’orecchio e poi anche la mano.

Condividere non vuol dire “vomitare” addosso il nostro stato emotivo. Già in un articolo precedente avevo trattato questo argomento. Condividere vuol dire si buttare fuori, ma con l’obiettivo di ristrutturare mentalmente una situazione che al momento è pesante da tenere nella nostra mente.

A volte non si ha nemmeno bisogno di una strategia, il solo fatto di buttare fuori ci fa sentire leggeri. E come per magia ecco che anche il problema appare un po’ diverso.

Il bisogno di condivisione è un bisogno fondamentale dell’essere umano, perché ci fa sentire accolti e parte di un gruppo, ci fa sentire non soli.

Con chi e dove condividere?

Un errore molto comune quando si parla di condivisione è quello di avvicinarsi a persone che stanno vivendo la nostra stessa situazione. Il simile attrae sempre. È assolutamente normale! Lì ci si sente capiti e soprattutto non c’è bisogno di spiegare.

Riflettiamo insieme.

Entrare in una realtà mentale simile alla nostra ci fa sentire protetti ma non ci aiuta a fare quel primo passo. Non ci aiuta a valutare che possono esserci soluzioni diverse, scenari diversi da quelli che al momento la nostra mente vede e vuole vedere.

Eppure anche se molto difficile trovare il coraggio, condividere con persone estranee al problema a volte aiuta veramente a vedere sfumature diverse che possono aiutarci ad agire in maniera utile a determinati eventi che stiamo affrontando.

Quindi come faccio a fare quel primo maledetto passo?

Qui, a mio parere, c’è una sola soluzione…

Agisci e non pensare, solo nell’azione puoi liberare il pensiero e le emozioni.

 

Oggi ti sei ricordato di dire buongiorno a chi ti sta accanto? Hai ringraziato il tuo barista per il caffè? Hai chiesto ad un tuo amico “come stai, oggi?”, hai salutato entrando in ufficio? Ti sei ricordato di sorridere a chi ha compiuto un gesto gentile nei tuoi confronti?

Non importa la battaglia che stai combattendo, ricordati di essere gentile, sempre.

Molto spesso diamo per scontato la gentilezza a tal punto che ci dimentichiamo di essere gentili.

Non so se vi è mai capitato di interagire con persone che danno tutto per scontato.

Danno per scontato il buongiorno, il grazie, il come stai, il saluto, uno sguardo, una parola, una pacca sulla spalla, e potremmo andare avanti con questa lista.

Ci si ritrova a volte di fronte a persone che nonostante facciano gesti molto belli si dimenticano di essere gentili.

Beh, personalmente faccio veramente molta fatica ad interagire in questi casi anche se faccio sempre il possibile per mostrare la mia gentilezza (e in queste situazioni ce ne vuole, tanta….).

A volte si è talmente concentrati su se stessi che ci si dimentica che il mondo è pieno di persone.

La gentilezza a volte sembra far parte di un’altra era, si va così velocemente che non c’è mai tempo per le relazioni umane.

A casa mia le due parole chiave che ogni giorno mi impegno a trasmettere a mio figlio di 3 anni sono: pazienza e gentilezza. Certo richiede del tempo, ma se non ci si impegna nelle piccole cose quotidiane come si può pensare di sviluppare un atteggiamento gentile?

Essere gentili non vuol dire fare beneficenza. Essere gentile vuol dire essere presenti nel mondo degli altri con il cuore.

Non c’è bisogno di un insegnamento specifico, ma semplicemente di esserlo.

Si pensa spesso che per essere gentili bisogna fare chissà quale azioni, dimenticandosi che la gentilezza comincia ed è presente nelle piccole azioni quotidiane.

Quando per esempio si interagisce con un bambino piccolo si chiedono spesso abbracci e baci in cambio di qualcosa. Questi sono atti di gentilezza che poi da grandi si perdono.

Ci si saluta (a volte nemmeno) e non ci si guarda negli occhi, non si è capaci di portare avanti empaticamente le relazioni umane perché si è più presi dal nascondere ciò che si prova.

Come la gentilezza può cambiare la tua vita?

Essere gentili con il cuore può veramente cambiare la tua vita.

Inizia dalle piccole cose, dai piccoli gesti.

  • Ricorda di salutare chi è vicino a te;
  • Ricorda di sorridere;
  • Ricorda di dire grazie;
  • Ricorda di chiedere come stai?;
  • Ricorda di ascoltare;
  • Ricorda che la prima persona con cui essere gentili sei proprio tu;
  • Ricorda di abbracciare;
  • Ricorda di non avere aspettative quando compi gesti di gentilezza.

E quando le persone non sono gentili con noi?

Capisco, sono situazioni che solitamente ti spiazzano. Cerchi di essere gentile e magari in cambio ti pare di percepire quasi ostilità.

Cosa fare?

Ultimamente quando mi capita, perché ahimè capita, lo faccio presente alla persona con cui sto interagendo. L’aspetto che mi lascia stupita, il più delle volte, è che dall’altra parte ci sia assoluta inconsapevolezza rispetto ciò che sta accadendo.

Questo porta l’altra persona di solito a scusarsi e a riflettere.

È proprio vero che alcune persone non hanno idea di cosa voglia dire essere gentili ecco perché in questi casi i fatti valgono più di 1000 parole.

Il grande Mahatma Gandhi diceva: sii, tu stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.

 

Buona giornata della gentilezza!

 

 

Le lacrime non espresse rimangono nel cuore, bloccano la tua anima e il tuo respiro.

Una delle frasi che si dicono più frequentemente quando si prova ansia è: aiuto mi manca il respiro.

Come creiamo questa sensazione?

I pensieri arrivano, e non sappiamo come. Continuano a scorrere sempre più velocemente tanto da avere la sensazione di rincorrerli e di non starci dietro. Ad un certo punto è come se si guardasse la vita in apnea finché la nostra natura non ci ricorda che è necessario respirare.

Vi è mai capitato?

Ma non è tutto qui.

Quando i pensieri si riconcorrono così velocemente tanto da non riuscire a fermarli vuol dire che un qualcosa è andato storto rispetto a ciò che in realtà vorremmo accadesse.

Stai vivendo la vita che vorresti?

Stai vivendo secondo i tuoi valori, secondo ciò che è veramente importante per te?

Fermati a riflettere.

Lo so, non è facile. Non è facile perché consapevolizzare che si sta vivendo un qualcosa che non si vorrebbe vivere fa paura. E quando si ha paura il respiro viene a mancare.

A volte è più facile far finta di niente e andare avanti. Magari aspettare di abituarsi e sperare che quella sensazione passi.

Non illudetevi, non passerà finché non avete almeno preso in considerazione ciò che sta realmente accadendo in voi.

Il guardarsi dentro a volte fa paura, ci vuole coraggio un gran coraggio.

Il vero punto è che non ci si concede più di capire le nostre emozioni, perché le temiamo. Non sappiamo più nemmeno esprimerle, perché le giudichiamo e ci giudichiamo in continuazione.

Non ci si concede più nemmeno il diritto di piangere, troppa fragilità.

Così piano piano si forma quell’armatura indissolubile intorno alla nostra anima, quell’armatura che ti allontana giorno dopo giorno da ciò che è la tua vera essenza.

Fermati, respira.

La vita non è quella cosa che accade, la vita è ciò che tu decidi di vivere e come vivere. Se non ti concedi di vivere e conoscere le tue emozioni come puoi trasformarle?  Come puoi diventare forte?

Per anni mi sono vergognata di essermi “ammalata” di ansia. Per anni ho creduto di essere sbagliata e inadeguata a questa vita eppure qualcosa si era rotto.

Si, quel meccanismo non funzionava più. Non volevo stare più dentro quelle emozioni che non erano le mie. Non volevo più stare a quelle regole di manifestazione emotiva che la società e il giudizio impongono in continuazione.

Ecco che il mio respiro ha ripreso a funzionare. La mia vita ha preso una direzione nuova collegata al mio cuore.

Fermati, concediti di fermarti, solo un istante.

Fallo ora. Aspetta a procedere in questa lettura, chiudi gli occhi e respira.

Nel tuo respiro è racchiusa la tua vera vita, i tuoi sogni, la tua missione, non sprecare il tuo tempo a correre dietro a ciò che non è tuo o che è troppo.

Concediti il diritto di toccare la tua anima e le tue emozioni, solo così riprenderai a respirare.

 

 

 

 

Tu sei il tuo problema e la tua soluzione.

Dura eh?

Eppure è così.

Ti è mai capitato di rimanere letteralmente piantato su un problema?

Pensi, non dormi la notte, cerchi ma non riesci a saltarci fuori.

“Ti fai troppi problemi” ti suggerisce qualcuno, e tu ti incaz…i ancora di più.

Nessuno mi capisce.

Film già visto?

Allora qual è la tua soluzione migliore?

Una bella maschera evvia che si va avanti.

Ma quella sensazione di disagio, magari di frustrazione continua non ti abbandona.

E qui cosa direbbero i guru della motivazione?

Forza credici, lì fuori è pieno di persone che sta aspettando di aiutarti. Condividi, chiedi aiuto, lasciati andare.

Bullsheet!!!

Là fuori è pieno di persone a cui non interessa nulla di come sta andando la tua vita.

Deluso?

Attenzione non sto dicendo che il mondo è cattivo, ti sto solo dicendo che se parti dal presupposto che qualcuno possa sempre pararti il c…o tu non ti alzerai mai, non andrai mai oltre quel muro.

La maschera che indossi prima o poi cadrà. Il problema a quel punto non sarà quello che possono pensare gli altri, ma diventerà cosa tu puoi arrivare a pensare di te stesso.

Quindi fa bene chiedere aiuto, ma non nasconderti dietro questo bisogno che non fa altro che velare le tue vere risorse, la tua vera natura di guerriero.

Ognuno di noi ha tanto da offrire a se stesso, e se non si consapevolizza questo passaggio non si sarà nemmeno in grado di chiedere aiuto in maniera utile.

La figura di uno psicologo o di un coach non deve essere mai sostitutiva di voi stessi.

Certo, possono accompagnare al cambiamento, ma non possono portare il peso per voi.

Durante i miei allenamenti il mio Coach Meson non si offre mai di portare i carichi al posto mio, né di scavalcare il muro al posto mio.

Rimane accanto me, mi ricorda che ho delle risorse che posso usare e mi sprona ad andare avanti, sempre.

Il costante bisogno di “condivisione” degli stati emotivi. È utile? Non è utile?

Tu pensi veramente di avere bisogno di condivisione? Cosa cerchi effettivamente nel momento in cui condividi?

La mia idea è che molto spesso nelle condivisioni si cerca una soluzione e/o una scarico emotivo.

Risultato?

Chiedetelo alla persona con cui avete condiviso come si sente dopo.

Non sempre le persone che ascoltano hanno le strategie giuste per gestire il nostro flusso emotivo, rischiando così solo di allontanarle.

Attenzione ho scritto “non sempre”, non ho scritto che non dovete farlo o che sia sbagliato, sto solo descrivendo uno scenario che può accadere e che spesso viene confuso con il “non mi hai capito”.

Sicuramente ora ti potresti sentire un po’ confuso.

Chiedo aiuto o non chiedo aiuto?

I miei problemi non interessano a nessuno.

Non è detto che condividere faccia poi così bene.

Si, decisamente confuso.

Beh, dai oggi è la vostra giornata fortunata perché ho una riflessione molto interessante a tale riguardo.

Proprio questa mattina durante uno dei miei allenamenti, qualcosa è andato storto.

Il mio stato d’animo non era dei migliori. Il mio atteggiamento nemmeno e per di più la mia condivisione un fallimento.

Le parole di Coach Meson rimarranno per sempre nel mio cuore un grande insegnamento: perché appesantire ciò che può essere leggero? Delle persone non si deve aver bisogno, ma voglia. 

Ricorda tu sei il problema e tu sei la soluzione.

Grazie Coach Meson.

Fin da piccola mi dicevano: hai proprio un brutto carattere!

Non è che adesso sia cambiata di molto la situazione.

Di sicuro  però è cambiata la mia modalità di ascoltare ciò che mi viene fatto notare.

Capita molto spesso che persone arrivino nel mio studio per intraprendere un percorso di Coaching e quando chiedo loro l’obiettivo la risposta è: “voglio cambiare il mio carattere, così non va bene, mi dicono tutti che…..”

Dai a chi non è capitato almeno una volta?Quindi cosa si deve fare, cambiare o cosa?

Vi svelo un segreto: quando ci dicono che abbiamo un brutto carattere il problema il più delle volte non è nostro ma di chi ci fa la piccola annotazione.

Poi, è anche vero che non tutte le osservazioni vengono fatte per nulla, a volte bisogna anche saper apprezzare i cosiddetti feedback, ma è molto importante selezionare quelli utili per noi.

Perché dovresti credere di avere un brutto carattere solo perché una persona te lo dice?

Perché non dovresti invece credere che tu hai una tua testa pensante che compie delle scelte in base agli obiettivi che ti sei posto?

Chi sono gli altri per dirci che siamo giusti o sbagliati?

Ma soprattutto tu che ruolo vuoi avere nella tua vita?

Ognuno di noi ha un’impronta caratteriale che lo contraddistingue. Questa impronta è l’insieme dei nostri valori, credenze, esperienze, emozioni, e atteggiamenti. Non può essere giusta o sbagliata in assoluto, può forse essere utile o non utile per noi e giusta e sbagliata per chi ha altri valori e credenze di riferimento.

Quando qualcuno ci fa notare che “abbiamo un brutto carattere” in realtà ci sta dicendo che ciò che abbiamo fatto o detto va in contrapposizione con la loro rappresentazione del mondo, ecco perché è un problema loro.

Noi eventualmente dobbiamo valutare come gestire in maniera utile il nostro stato d’animo in riferimento a ciò che ci viene detto.

Perché a volte ci si sente feriti più di quello che si dovrebbe?

Abbiamo spesso nella testa l’idea che bisogna piacere a tutti. L’idea di perfezione. Se non piacciamo alla maggior parte della gente allora non valgo oppure non sono visto.

Ecco cosa scatta a volte in alcuni di noi.

E allora si ha l’idea di cambiare il proprio carattere al fine di non sentirsi dire più quell’aggettivo: brutto.

Sapete cosa accade quando si cambia per “cercare” di accontentare gli altri?

Due cose molto importanti: la prima è il fatto che ogni giorno ci sarà sempre qualcosa che ci verrà fatto notare rispetto noi stesso; la seconda è che vivremo in uno stato di completa incoerenza con ciò che abbiamo dentro, fino a non capire più chi siamo e cosa vogliamo.

Quando è il nostro carattere a guidarci è difficile sbagliare, ci si sente bene con se stessi e centrati e soprattutto ci diamo la possibilità di crescere e maturare seguendo il nostro sentire.

Quando invece ci comportiamo in maniera non naturale e sotto influenza esterna, agiamo come se fosse un copione da rispettare depersonalizzando pensieri e azioni. Solitamente si prova quel senso di insoddisfazione profonda che non si riesce nemmeno a spiegare il più delle volte.

In questi casi la mia domanda preferita è: cosa è importante per te veramente?

Lo so, non è una domanda di facile risposta ma prima o poi bisogna pur farsela nella vita.

Quindi cosa fare quando pensiamo di avere un brutto carattere?

  • Sii spontaneo! Quando si agisce seguendo il proprio sentire non si avrà nemmeno la percezione di chi ci ha detto che abbiamo un brutto carattere;

  • Smettila di giudicare il tuo sentire e il tuo agire; quando sei in linea con il tuo essere sei anche in grado di assumerti le responsabilità dei tuoi pensieri e delle tue azioni;

  • Anche se emergono aspetti di noi che possono non piacerci, non prendiamoci sul serio più di tanto, ricordiamo che il nostro cervello anche se pigro è flessibile e non smetterà mai di stupirci!

Buon lavoro!

Mi è sempre piaciuto parlare con la mia ansia.

Come Caterina ci stai dicendo che anche a te capita ancora di provare ansia?

Si.

Ti spaventa?

No.

Certo, forse qualcuno di voi penserà: “tu hai tutti gli strumenti per gestirti, per te è facile”.

L’ansia parla la stessa lingua per tutti. E sul tutti potete criticarmi così come è stato fatto per Nadia Toffa quando ha dichiarato che i tumori sono tutti uguali.

Anche qui, chiariamoci bene. Di sicuro ognuno vive la propria ansia in maniera differente, ma ciò che sono le sensazioni e i pensieri riferiti all’ansia sono sempre gli stessi. Tutti stiamo male quando proviamo ansia, tutti abbiamo delle sensazioni, tutti abbiamo dei pensieri, tutti pensiamo che è difficile liberarsene almeno per qualche istante. Non c’è un’ ansia più facile e una più difficile, c’è l’ansia punto.

 

Se facessimo un’analisi più dettagliata scopriremmo anche che ognuno di noi ha un’idea di ansia diversa, e magari c’è anche chi la chiama con un altro nome, ad esempio agitazione o preoccupazione. Eppure sempre ansia è.

Ansia è uno stato d’animo come tanti altri, non è sempre e solo una patologia.

Affinché sia diagnosticato un disturbo di ansia devono essere presenti dei criteri molto precisi che trovare elencati del DSV-5 (Manuale Statistico diagnostico della malattie psichiatriche).

Sapevate che molto spesso l’ansia è uno stile di vita emotivo appreso?

Questo vuole dire che proviamo ansia perché abbiamo imparato a reagire agli eventi attraverso questo stato d’animo. O perché lo abbiamo visto da qualcuno (ad esempio ambiente familiare), oppure perché fatto una volta il vostro cervello ha appreso a generalizzare e vi riproporrà lo stesso schema finché non andrete a sostituirlo con uno più utile.

Il problema del cambiamento di uno stile emotivo, è che molto spesso non lo abbiamo a consapevolezza e quindi si da per scontato che sia così e che non si possa modificare, perché in fin dei conti fa parte di noi.

Infatti una delle osservazioni che più ascolto è: sono sempre stato così, oramai alla mia età è difficile cambiare.

Innanzi tutto non è vero che siete sempre stati così. Quando si nasce solitamente non si ha ansia, poi è vero ci sono casi in cui viene vissuta in età molto giovane, ma sappiamo anche che sono casistiche legate a patologie e traumi particolari.

E comunque anche se per la maggior parte della vostra vita avete vissuto con uno stile di vita emotivo ansioso non vuol dire che non possiate imparare a vivere diversamente.

In alcune persone è talmente radicata questa modalità di vivere che sarebbe più destabilizzante imparare a gestire diversamente la quotidianità. Per non parlare delle resistenze consce in inconsce a cui si va incontro.

Quando lavoro sul cambiamento dello stile emotivo mi capita spesso di dover gestire tante resistenze inconsce, che sono esplicitate a volte in maniera anche simpatica.

Per esempio il fare i capricci.

Mi ha sempre affascinato questa forma di resistenza.

Frasi come: non riesco da solo, è difficile, non è adatto a me, mi serve più tempo, questo esercizio non mi piace e difficile.

Anche alcune resistenze sono importanti. Ad ed esempio a volte il fare qualche capriccio aiuta a ricordarci che siamo stati bambini e che niente ci vieta di tornare un po’ indietro, proprio per darci la possibilità di farci aiutare e guidare.

Nei momenti più difficili anche a me capita di desiderare qualcuno che mi prenda per mano e mi dica: dai Cate, ci sono io qui, andrà tutto bene.

Il mio augurio più caro che possa farvi è quello di poter credere nel fatto che le vostre emozioni possano veramente essere trasformate in risorse, e che per fare ciò può essere utile chiedere aiuto senza vergognarsene.

Ottobre è il mese della prevenzione per la salute mentale, in pochi lo sanno e in pochi lo dicono.

Salute mentale non significa malattia mentale.

Tutti abbiamo bisogno di salvaguardare la nostra salute mentale invece su questo argomento purtroppo c’è ancora tanta ignoranza nonché paura di capire.

Avere cura della propria salute mentale vuol dire anche prendersi il tempo di consapevolizzare il proprio stile di vita emotivo e impegnarsi a migliorarlo se necessario.

Ricordo che gli psicologi non lavorano solo con le patologie!!

 

 

 

 

Non so se vi è mai capitato di dirvi delle cose tra voi e voi e poi finire per crederci.

Lo so, vi capita in continuazione.

Vi dirò di più, non solo credete a ciò che vi dite ma credete anche a ciò che vi dicono gli altri magari, vero?

Ah, poi vi dico anche cosa accade ancora: quelle cose che vi vogliono far credere gli altri a volte le fate diventare vostre ed ecco che ci credete ancora di più, dimenticandovi che non siete voi realmente a pensarle.

 

Ma se fosse vero? Se tutto quello che mi dico e mi dicono fosse vero?

 

Conoscevo una bambina che era molto timida e non riusciva ad esprimere ciò che aveva dentro. Si sentiva molto sola. Pensava ogni giorno che non sarebbe mai riuscita a diventare come le altre. Si sentiva sempre esclusa e inadeguata. Aveva le idee chiare su ciò che avrebbe voluto dalla vita, ma pensava di non esserne all’altezza. Aveva paura a raccontare i propri sogni, e amava passare le ore da sola a fantasticare, leggere e scrivere.

Un giorno si rese conto che aveva raggiunto tante di quelle cose sognate ma non era felice.

Non riusciva a vedere ciò che gli altri vedevano in lei. Aveva sempre nelle orecchie quella voce: e se fosse vero?

Se veramente fossi inadeguata? Se veramente non facesse per me?

Se veramente fosse vero?

 

Cosa ci porta a creare dei film sulla base di un copione scritto da altri?

Cosa ci porta a pensare che quelle cose siano vere?

Molto spesso è la paura di vedere cosa ci aspetta oltre ciò che realmente vogliamo.

Eh si, è più facile credere e dare ragione a chi sembra che abbia la verità in tasca piuttosto che pensare che possiamo essere noi a creare quel film a lieto fine.

Perché responsabilizzarsi quando c’è qualcuno che con facilità lo fa al posto nostro?

Non credo più a tutte quelle cose che solitamente sento durante le sessioni.

Le scuse sempre pronte? Eccole

Sono sempre stato così

Non c’è nulla da fare.

É difficile.

Non posso.

Non è per me.

La mia preferita: tu non puoi capire.

 

Ne inventiamo talmente tante che potremmo vincere dei premi al Festival di Venezia.

Il punto non è imparare a cambiare ciò che ti dici e ciò che ascolti.

Il punto è di iniziare a farsi questa domanda: E se non fosse vero? Cosa accadrebbe?

 

A te la scelta del lieto fine…

 

P.S: la bambina di cui ti ho scritto sopra, ora è diventata grande e ha smesso di pensare che quelle cose fossero vere…

Vi è mai capitato di incontrare persone speciali che in un qualche modo hanno contribuito a cambiare la vostra vita?

Magari sono anche persone che si conoscono da poco e che poco sanno della tua vita e delle tue emozioni. Eppure sono lì pronte a tendervi la mano, sembra proprio vi stavano aspettando.

Diciamo che se ne conoscono poche durante la nostra vita e molto spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto.

Da qualche tempo ho imparato a soffermarmi molto sulle persone che ho intorno. Mi piace dedicare attenzione alla magia delle vite che si intrecciano, mi piace fare attenzione alle parole e soprattutto ai gesti che fanno nei miei confronti.

Solamente due mesi fa, una delle prime frasi che mi ha detto è stata:

le parole ti cambiano fuori le persone ti cambiano dentro

Sto parlando di una persona veramente speciale che di cambiamento ne capisce veramente molto.

Penso che lui faccia uno dei lavori più belli che si possa fare nella vita: aiuta le persone a trasformare le emozioni e i limiti in forza.

Non sto parlando di un semplice coach o psicologo (senza nulla togliere ai colleghi) ma di una persona che in quello che fa ci mette il cuore e soprattutto emozione.

Lui è Coach Meson, istruttore sportivo OCR (gara ad ostacoli, le Spartan Race per intenderci). Uno sport che non è solo uno sport ma è veramente una metodologia per lavorare in maniera profonda su i tuoi pensieri e le tue credenze limitanti.

Io non sono un’atleta e forse mai lo diventerò così come mi piacerebbe, ma questo pensiero non mi ha impedito di impegnarmi e di lavorare quotidianamente per ottenere il meglio.

A volte anche se ti impegni per ottenere il meglio non è sufficiente affinché accada. Ecco perché persone come Coach Meson fanno la differenza quando entrano nella tua vita.

Lavorare con le emozioni delle persone non facile e non è da tutti. Sapere tirare fuori forza dai nostri limiti soggettivi più grandi è un lavoro che in pochi sono in grado di fare.

Così dopo la mia prima gara Spartan ecco che ho sentito la necessità di confrontarmi con lui su quanto è accaduto dentro di me in durante il percorso di preparazione.

Meson, cosa vuol dire veramente trasformare i propri limiti soggettivi in forza?

I limiti soggettivi non sono altro che degli “ostacoli”, se vogliamo usare una metafora, creati da noi stessi, nel momento in cui si sono perse di vista le risorse interiori. Recuperare la coscienza delle proprie risorse è un atto di consapevolezza e di responsabilità verso la propria vita. È come un percorso di adattamento continuo fino ad arrivare alla trasformazione della situazione che si percepisce come negativa come una situazione motivante.

Come può una persona rendersi conto che tutti quei pensieri possono essere trasformati in qualcosa di diverso?

Da soli è molto difficile, l’ideale è farsi aiutare da qualcuno che abbia una visione esterna delle cose che accadono nella vostra mente. Un coach preparato in questo caso può fare veramente la differenza. La qualità di un percorso la si misura con l’accuratezza con cui il coach è presente nella vita della persona che sta guidando. L’obiettivo diventa l’obiettivo di entrambi, e il coach deve essere il primo a vedere fin dove si può arrivare.

Le paure che possono nascere dalle gare ad ostacoli sono tante, e metaforicamente rappresentano molto di più del semplice ostacoli. Come fai a portare le persone ad andare avanti?

Mettendole davanti alle proprie paure e trasferendo la credenza che tutto ciò che posso fare io possono farlo tutti. Sembra una cosa scontata ma non lo è. Può essere faticoso ma non doloroso. Valgono le sensazioni finali non quelli iniziali.

Quali sono le scuse più frequenti che le persone utilizzano per non cambiare?

  • non ho tempo
  • non ce la faccio
  • non sono in grado
  • io vado bene così

Queste scuse creano ansia e diventano situazioni di comodo.

Come ti comporti davanti a queste scuse? Cosa pensi?

Le contrasto con ristrutturazione costante di ciò che dicono e soprattutto le lascio poco tempo per pensare e le faccio agire il più possibile!! Il pensiero uccide l’azione.

Come uno sport del genere può arrivare a cambiare lo stile emotivo di una persona? È facile lavorare con atleti, ma quando ti trovi persone come me cosa fai, cosa pensi?

Quello che ti cambia a livello emotivo è tutto il percorso che fai, dal rapporto che instauri con il tuo coach a tutti gli step per raggiungere il tuo obiettivo. Lavorare con persone non atlete è l’aspetto che amo più del mio lavoro attuale. Questo passaggio per me ha significato molto. Il poter dare alle persone la possibilità di raggiungere obiettivi che non si erano mai nemmeno pensati è un dono che in realtà loro fanno a me.

 

 

E si, è proprio vero, come dice sempre il nostro Coach Meson:

le parole ti cambiano fuori le persone ti cambiano dentro.

Fossi in te non mi perderei l’opportunità di vivere sulla tua pelle cosa vuol dire un allenamento emozionale

 

 

Avete mai provato quella sensazione così forte tanto da pensare che si stia spezzando il cuore?

Intrecciamo costantemente la nostra vita con quella delle altre persone.

Si racconta che, prima di nascere, la nostra anima sappia già la missione che deve portare a termine, le persone che faranno parte di questo cammino e  quando tutto finirà.

Non sappiamo mai quanto ci è concesso rimanere in contatto con gli altri. Non importa la tipologia di legame, ciò che importa è la missione che ogni anima ha in questa vita.

Nonostante tutto sembra sapersi già, la nostra anima non si ricorda che il cuore può spezzarsi.

Inutile negarlo abbiamo bisogno degli altri.

Abbiamo bisogno di essere accolti, di sentirci parte di un gruppo, di sentirci amati, di sentirci protetti, semplicemente abbiamo bisogno di non essere soli.

Tutta la nostra vita gira intorno alle relazioni, e a volte non capiamo come queste possano arrivare a spezzarci il cuore.

Non capiamo come l’altro non possa capirci. Non capiamo come a volte si possa arrivare a tanto senza capire che i sentimenti sono delicati e, soprattutto, non capiamo come il cuore possa spezzarsi.

Ogni giorno ci imponiamo di sopportare determinati atteggiamenti di altre persone.

Ci hanno sempre fatto credere che il problema siamo noi se ci sentiamo feriti. Ci hanno sempre fatto credere che la miglior cosa da fare è portare pazienza e che è importante non avere aspettative. Ci hanno sempre fatto credere che a volte bisogna lasciare andare per non entrare nel meccanismo del rancore e del litigio.

Ma tu sai che il cuore si spezza?

Tu sai cosa fai quando un cuore è spezzato?

Cosa pensa la tua mente quando prova questa sensazione?

Magari si piange in silenzio e ci si lecca le ferite senza che nessuno se ne accorga, perché quello che ci viene insegnato è esser forti senza mostrare mai le debolezze.

Cosa vuoi che sia se un amico ha cambiato atteggiamento, o un’amica non ti parla più o se un compagno ti tradisce?

Cosa vuoi che sia…

Immagina la tua anima nel vivere tutto ciò. Lei non mente mai.

Perché non dovrei far sapere che il mio cuore è spezzato? Perché non dovrei farti sapere che sto male e che tu hai fatto delle cose concrete affinché ciò accadesse?

Quando si parla di emozioni ci insegnano che siamo noi responsabili di ciò che proviamo, e che la modalità con cui reagiamo ed agiamo agli eventi esterni siamo noi.

Verissimo! Sta a noi poi decidere come proseguire.

Nella vita, però, ci vuole anche obiettività.

Bisogna che le persone inizino a capire che alcuni comportamenti e parole fanno male.

Bisogna iniziare a parlare su ciò che si prova veramente in determinati momenti. Come si ha la responsabilità della reazione verso determinati eventi è giusto avere la responsabilità di ciò che possiamo creare intorno a noi.

Non si può non vedere, non si può non capire che ogni azione ha una conseguenza.

Allora si che diventa necessario diventare tutti più responsabili anche nel dire in maniera chiara e diretta: il tuo atteggiamento mi ha spezzato il cuore.

Prenditi l’impegno di farlo, la tua vita cambierà.

 

A complicare, siamo tutti esperti a esser felici, siamo tutti incerti la verità sta tra due concerti finché la barca va e Orietta Berti

(Mudimbi, Il mago)

Ditemi che non vi siete mai chiesti se esiste veramente ala felicità.

Domande come: sarò mai felice veramente? Quando toccherà a me?

Beh in questo caso i migliori guru della felicità vi risponderebbero che il trucco sta nel spostare l’attenzione da ciò che accade a come tu affronti ciò che ti accade.

Facile no?

Mi viene da sorridere, perché anche io a volte lo dico, ma non sono un guru della felicità.

Facciamo qualche riflessione insieme.

Le frasi che sento più spesso quando mi si chiede aiuto sono:

“per essere felice mi manca..”

“per essere felice dovrei”

“Per essere felice vorrei”

“non sono felice perché”

“vorrei essere finalmente felice”.

Andiamo per ordine. Cercando su google la parola Felicità la prima cosa che viene fuori è la canzone di Albano e Romina, poi la definizione di Wikepedia: la felicità è lo stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri. 

Mi piace e rende molto bene l’idea del perché la felicità in fin dei conti pare proprio irraggiungibile.

Si pensa che la felicità sia legata a ciò che si ha o non si ha, a ciò che si raggiunge o non si raggiunge.

Quindi per definizione la nostra felicità è necessariamente legata a qualcosa di esterno.

Come si può quindi raggiungere la felicità se dipende da qualcosa di esterno, o da desideri che a volte sono irraggiungibili?

Beh, anche qui i guru della felicità vi direbbero che nulla è impossibile se lo si vuole.

Affermazione che a mio parere andrebbe maggiormente approfondita così come il fatto che la nostra felicità dipende dalla modalità con cui reagiamo agli eventi.

Forse la cosa più utile è sganciare la felicità dai desideri e impegnarsi a vivere nel qui e ora.

Proprio nel tuo qui e ora puoi trovare tante di quelle risorse che nemmeno ti immagini. Ciò che tu definisci felicità non è altro che la tua quotidiniatà ordinaria che vivi ogni giorno mentre sei impegnato a ricercare ciò che tu pensi sia la felicità.

Non è vero che nella vita puoi avere tutto, e che la felicità dipende da come tu reagisci a ciò che accade.

Iniziamo a fare pulizia.

1-Inizia a trovare la felicità in ciò che hai ora e in ciò che fai ora.

2-Inizia ad agire non a reagire.

Reagire a ciò che accade vuol dire vivere in balia delle emozioni, agire a ciò che accade vuol dire essere responsabili di ciò che vogliamo vivere.

A volte saremo soddisfatti al massimo altre di meno, ma è normale, la vita è fatta di tante persone, eventi e cose.

Allora il vero trucco sta nel pensare sempre a ciò che noi possiamo realmente fare per vivere al massimo la nostra realtà, non fare la lista dei desideri e sperare che accadano per essere felici.

Sognare e desiderare è molto importante ma se non si agisce ecco che subentra quello stato di frustrazione che ci fa pensare che la felicità non esiste.

Conoscete tutti Walt Disney? Immagino di si. Proprio grazie ai sogni ha realizzato ciò che oggi possiamo vedere. Il segreto? Ha dato le gambe ai propri sogni.

Invece spesso ciò che vedo sono dei sogni senza gambe.

Quindi dove trovi la tua felicità ora?

 

Oggi è capitata una cosa che mi ha fatto pensare tantissimo.

Mentre parlavo con il mio compagno ci siamo confrontati sul fatto che a volte tolgo tempo alla famiglia per finire “le mie cose” di sera.

La reazione immediata è stata quella di provare un senso di colpa pazzesco.

Se mi dice così è perché è vero, a volte di sera per prendermi il mio tempo per scrivere qualche appunto emozionale e fare la mia Beautiful List, faccio un po’ più tardi. Forse dovrei smettere di fare quelle cose, o farle in un altro momento anche se il momento giusto è proprio in quella mezz’ora di sera.

Inutile negare come la mia testa continuasse a rimuginare.

Poi, mi fermo. Prendo il tempo per riflettere. Non rispondo mai quando sono in confusione, ma aspetto sempre di essere fuori dal picco emotivo.

L’importante in queste situazioni è agire non reagire.

Dopo qualche giorno di riflessione (eh si a volte qualche ora non basta), realizzo una cosa importantissima rispetto l’accaduto.

Dovrei chiedere a lui il permesso di stare bene?

Si perché pare proprio questo è il punto.

Quando si toglie del tempo a cose veramente importanti per noi, che obiettivamente non fanno male agli altri, stiamo permettendo alle altre persone di decidere per noi e sul nostro stare bene.

Il tempo per noi non va negoziato.

Non si deve chiedere il permesso di stare bene.

Quando noi stiamo bene e siamo centrati veramente, possono beneficiare di questo benessere anche gli altri.

Se una persona ci fa notare che stiamo togliendo delle attenzioni a qualcosa di altro o a loro stessi, ciò che non va non è in noi, bensì in loro stessi.

Nel momento in cui il tuo benessere emotivo dipende da ciò che fanno o non fanno gli altri sarebbe utile domandarsi cosa è realmente importante per noi.

Solo nel momento in cui hai chiara questa risposta riuscirai a sganciarti dall’esterno e recuperare il tuo personale equilibrio.

Invece molto spesso si cerca quell’equilibrio all’esterno, responsabilizzando gli altri del nostro stato d’animo.

Accade quindi che se non abbiamo chiaro cosa vogliamo e come vogliamo stare rimaniamo in balia dei desideri altrui, arrivando alla fine ad uno stato di malessere continuo e non spiegabile .

Scrivo non spiegabile perché non è facile accorgersene subito in quanto si pensa di stare facendo tutto bene, nel rispetto degli altri rispettandone le esigenze senza passare per una negoziazione ma arrivando subito all’idea della rinuncia.

Vi rendete conto di che trappola emotiva stiamo parlando?

Eppure c’è spesso quella vocina che ci ricorda che siamo noi quelli sbagliati, e che forse gli altri hanno ragione.

Cosa fare quindi in questi casi per evitare di cadere in queste trappole emotive?

Fermati, respira e prenditi il tempo di riflettere.

Poniti le seguenti domande:

Cosa è realmente importante per me?

Quali azioni devo fare per rispettare questo mio valore?

Quali conseguenze possono esserci nel mio ambiente circostante rispetto le mie azioni?

Che peso hanno realmente queste conseguenze?

 

L’ultima domanda è fondamentale per capire come agire nell’ambiente circostante.

Nel caso dell’esempio personale ho valutato che quei 30 minuti non corrispondevano ad un “danno reale” né per il mio compagno né per mio figlio, ma che era solo la proiezione della mancanza di consapevolezza di mio marito rispetto i propri valori.

Quindi cosa è successo?

Vi tranquillizzo subito c’è un lieto fine ricco di insegnamenti meravigliosi.

Dopo aver spiegato al mio compagno quanto e perché fosse importante quella mezz’ora proprio in quell’orario, ho proposto di fare tutti insieme la beautiful list della giornata.

Questo ha permesso anche a lui di fare chiarezza su alcuni suoi aspetti caratteriali su cui investire.

L’aspetto meraviglioso è comunque la nascita di questo nuovo momento dove ognuno di noi racconta tutte le cose belle della giornata..

Ah mio figlio ha 3 anni :).

 

Eppure siamo così bravi a complicarci la vita a volte!

Vero? Capita anche a te?

Non chiediamo, non esprimiamo, e tutta una serie di NON che potremmo riempire dei fogli interi.

Ogni giorno lavoro con le persone e ogni giorno osservo spesso le stesse dinamiche.

“Avrei bisogno di…”

“Hai chiesto aiuto?”

“No, non posso, chi mi aiuterebbe secondo te?”

Cosa ci fa pensare che gli altri non possano aiutarci? Ma soprattutto cosa ci fa pensare che gli altri abbiano la capacità di leggerci nella mente?

In alcune situazione il lavoro più difficile per me è aiutare le persone a capire che chiedere aiuto non è un segnale di debolezza, non è una cosa di cui vergognarsi.

Vi ricordate la pubblicità della Gilette? L’uomo che non deve chiedere mai!

A volte pur di non chiedere aiuto si crede in una qualche forza magica capace di aiutarci, eppure quel qualcosa non accade.

Qualche giorno fa ho pubblicato un post sulla mia pagina facebook dove era riportata la frase: “Oggi ti succederà qualcosa di straordinario”.

Risposta di un utente: “poi dottoressa questa sera le scrivo”.

Risposta mia “ dipende sempre da ciò che vogliamo che accada, quel “succederà” può dipendere anche da noi”.

Risposta: “Rilegga quello che ha scritto poi ci risentiamo”.

Silenzio.

MMMM, non ho capito. Cosa c’è di così difficile da capire se non che:

  1. è solo una frase di alleggerimento, inutile fare della polemica che annebbia solo il cervello e l’umore, anche il mio J;
  2. la realtà che vivi e ciò che tu stesso hai creato e crei ogni giorno;
  3. se vuoi che quella cosa accada, cosa stai facendo per favorirne l’accadimento?

Ecco, il punto tre è cruciale.

Cosa stai facendo tu, affinché accada ciò che vuoi?

Dato che non ho segreti :), ecco quali sono i passaggi che faccio io quando voglio che si realizzi qualcosa:

  1. Cogitationes volant scripta manent (i pensieri vanno le parole scritte rimangano): scrivo il mio obiettivo in un foglio bianco;
  2. Mi pongo la domanda: che risorse ho per raggiungerlo?
  3. Che risorse mi mancano?
  4. A chi posso chiedere aiuto e per cosa;
  5. Piano di azione;
  6. Azione.

 

Quando vogliamo ottenere il massimo impariamo a circondarci delle persone giuste.

Amici, colleghi, parenti ma solo quelli giusti e utili in quel determinato momento.

Non vuol dire che dobbiamo togliere il saluto agli altri (è capitato anche questo ahimeè..).

Vuol dire semplicemente che quando mi occupo del mio obiettivo darò spazio e energia a chi mi supporta ed è utile in ciò che voglio raggiungere.

Ricorderò sempre un grandissimo insegnamento avuto qualche anno fa.

Un’amicizia che ritenevo tale e reale terminata per affari.

Ecco che è iniziato a venirmi il dubbio che ogni persona che incontri nella tua vita arriva per una determinata ragione. Non sai mai quanto tempo ti è concesso stare con lei, ma una cosa è certa, se è arrivata è affinché tu possa portare a termine qualcosa, anche un insegnamento. Le persone non arrivano mai a caso nella tua vita.

Quindi la prossima volta che ti trovi nella situazione del “e ora cosa faccio?” osservati bene intorno, chi è vicino a te in questo momento? Di sicuro le persone giuste.

Ricorda che nessuno può leggere nella tua mente e nessun tuo desiderio accadrà per magia.

Sii coraggioso, esci allo scoperto e con sincerità chiedi ciò di cui hai bisogno!

Sono una persona molto curiosa e mi domando spesso quando guardo i video di vari “guru” del benessere: “chissà come saranno  nella loro quotidianità”.

E a voi capita di chiedervi come possa essere la quotidianità di una persona che ha a disposizione tanti strumenti per stare bene?.

Così inizio a fantasticare su come potrebbe essere la loro vita e come superano le difficoltà emozionali o in generale le sfide quotidiane. Saranno così perfetti nel gestire la loro normalità?

Sinceramente ho i miei dubbi.

Come faccio a saperlo?

Semplice partiamo da me.

Da quando ho iniziato i miei studi da psicologa la frase più frequente che mi veniva detta era: tanto tu sai come saltarci fuori anche da sola.

Devo essere sincera, ci ho creduto per un bel po’ di tempo. C’è stato anche il periodo del “salverò” il mondo e avrò il potere di estirpare l’ansia dalla faccia della terra”.

Tutti staranno bene e io sarò sempre in grado di cavarmela da sola.

Ecco che nella mia mente si creava questa immagine di wonder woman pronta ad intervenire per salvare l’umanità.

In verità dopo qualche anno, dai siamo seri, dopo qualche mese di lavoro, ho iniziato a capire come giravano le cose J.

Innanzi tutto non sono una super eroina, ma sono semplicemente una persona che ha a disposizione molti strumenti per la sopravvivenza emotiva che ha scelto di condividere con le persone che hanno bisogno di aiuto.

Mi sono formata, ho studiato tanto, mi sono allenata tanto e continuo a farlo quotidianamente per poter aiutare sempre più persone.

Il mio ruolo non è essere perfetta agli occhi dei miei pazienti, il mio ruolo è essere vera e raggiungibile.

Non mi interessa far vedere ai miei pazienti dove sono arrivata, mi interessa condividere con loro come ci sono arrivata e da dove sono partita.

Non mi interessa apparire invincibile ai loro occhi. Mi interessa mostrare anche le mie fragilità e come le supero.

Si, ho sofferto d’ansia, non mi interessa più nasconderlo, anzi lo dico ancora più forte perché se ci sono saltata fuori io può farlo chiunque.

Piango, mi arrabbio e urlo a volte, non ho il dono della calma sempre e in assoluto.

Non mi interessa applicare sempre le strategie per la gestione dello stato d’animo, perché? Semplice, perché siamo fatti per vivere, sperimentare, sbagliare e riprovare.

Non mi interessa apparire e vincere sull’immagine, mi interessa essere.

Ora riflettete anche voi.

Che ruolo volete avere nelle vostra vita?

Siate sinceri, questa risposta determina il vostro cammino.

Volete apparire, rimanere in superficie o volete vivere la vostra vera essenza?

Le persone che fanno il mio lavoro o similari non dovrebbero avere come scopo quello di dirvi ciò che è giusto o sbagliato, ma dovrebbero avere come obiettivo principale quello di aiutarvi ad osservare la realtà da punti di vista differenti.

Chi sono io per dirvi che la vostra vita non va bene così o cose simili? E non ditemi che non avete mai sentito allusioni simili frequentando quei corsi di crescita personale dove si fa leva sul dolore perché vi vogliono fare sentire delle merde inconcludenti..

Oppure quei “guru della felicità” che hanno la ricetta magica per tutto e soprattutto in tempi da record.

Per non parlare di chi si improvvisa “operatore del benessere mentale” o cose similari senza avere delle basi solide.

Nella vita non esiste il giusto o sbagliato, nella vita esistono delle scelte. Queste scelte determinano la qualità del tuo vivere quotidiano.

Albert Bandura, psicologo Canadese, noto per il suo lavoro sull’apprendimento sociale, sviluppò un concetto molto fondamentale ripreso sucessivamente da tante altre teorie sia psicologiche che legate al mondo del Coaching: il concetto di agentività (human agency).

Ve lo spiego in maniera molto semplice: noi siamo responsabili di ciò che scegliamo di fare indipendentemente dall’esito delle nostre azioni.

Le nostre azioni sono influenzate da tre elementi:

1-fattori personali interni, come convinzioni, credenze, vissuti emotivi, emozioni e fattori biologici;

2- comportamento;

3- ambiente circostante;

Le nostre azioni sono il frutto dell’interdipendenza di questi tre fattori.

Quindi, quando si crede a quelle ricette magiche e alla perfezione del mondo altrui si sta decidendo che è l’ambiente circostante ad avere la meglio dimenticandosi che i soli e unici responsabili di ciò che proviamo siamo noi.

Allora credete ancora che la mia vita sia perfetta????

 

 

Vi siete mai sentiti dire parole come “non fa per te lascia stare” oppure “troppo difficile per te”, o ancora “non riuscirai mai a fare questa cosa”?

Io sono cresciuta con queste frasi nelle orecchie, finché un giorno durante uno dei miei allenamenti il mio coach urla “Cate credici!” talmente forte che sento ancora quelle parole rimbombare nella mia testa.

Mi viene da piangere-dice il mio cuore-.

-Non puoi- dice la solita voce piena di regole.

-Fatti una bella risata, che tutto passa sei molto brava a fare questo- continua la voce infame.

Tristezza profonda. Senso di fallimento mal di stomaco.

-Perché non ti dai la possibilità di crederci?- riprende la voce del cuore.

NON LO SO.

È da un anno e mezzo che mi sono buttata in questa avventura: sport e gare, quelle gare che mi hanno sempre detto di non fare perché non ne sarei stata in grado.

Non so se ho cominciato per ripicca verso il mondo esterno o per me stessa. Questo è un punto molto importante da valutare ogni volta che si pone un obiettivo perché determina l’impegno e il livello di performance che possiamo raggiungere. Quando decidiamo di compiere un’azione, di fare qualcosa che non abbiamo mai fatto, è molto utile porsi la seguente domanda: “per chi lo faccio e perché?”.

Il per chi aiuta ad identificare se ciò che ci guida è una motivazione intrinseca (dipendente esclusivamente da noi) od estrinseca (dipendente dall’esterno). Il perché ci aiuta a delineare al meglio la spinta motivazionale che abbiamo per raggiungere il nostro obiettivo.

È ormai un anno e mezzo che mi alleno costantemente quasi ogni giorno, in 4 mesi ho corso la mezza maratona (21,0975 Km), quasi nessuno ci credeva, forse nemmeno io, a parte il mio personal trainer Roberto e mio marito.

Ho corso quei Km piena di dolore a causa di un infortunio che grazie al mio fisioterapista Ivan sono riuscita in un qualche modo a terminarli.

Mentre correvo il mio pensiero era rivolto a quelle persone che mi stavano aspettando all’arrivo, mai verso di me e a ciò che stavo facendo.

ORRIBILE questa cosa vero? Già…

Mentre correvo a volte mi dicevo: ma chi te lo ha fatto fare, ora devi terminare per non fare brutta figura.

Ancora più ORRIBILE vero?

Terminata la gare con una medaglia in mano non riuscivo a capire cosa provassi, non mi sono detta BRAVA e nemmeno accettavo i complimenti dentro. Anzi mi tornavano in mente tutte quelle belle parole: “non è per te, lascia stare”.

Dopo la mezza maratona decido di iniziare ad allenarmi per la Spartan Race, corsa ad ostacoli spartana.

Ogni volta che guardavo quei video mi emozionavo, forza, resistenza ma soprattutto vedevo facce di persone che ci “credevano”.

Inizio in maniera soft, poi piano piano faccio dei passi in più e contatto un trainer specializzato in questa tipologia di allenamento. E comincia l’avventura.

Tutti quei limiti mentali e credenze depotenzianti ritornano con la stessa forza con cui erano stati presenti durante la mia mezza maratona.

Allenamenti duri e la mia mente che continua a ricordarmi che non è roba per me. Finché un giorno…

DOVE SONO ORA?

Quel CATE CREDICI è rimasto impresso nella mia mente e nel mio cuore.

Perché tutti noi meritiamo di CREDERE di potercela fare.

Perché tutti noi meritiamo di dirci un BRAVO CE L’HAI FATTA.

Perché tutti noi meritiamo di indossare quella MEDAGLIA.

Non importa quanta fatica farai per arrivarci, goditi il viaggio, chiedi aiuto.

Ci saranno sempre delle persone pronte ad aiutarti, a urlarti quel CREDICI quando tu te lo dimenticherai.

Ci saranno sempre persone che ti accompagneranno a superare quell’ostacolo che in fin dei conti è solo mentale, perché hai tutte le risorse per poterlo superare anche da sola.

Ci sarà sempre qualcuno pronto a prenderti e ad aiutarti a rimetterti in piedi.

Ma tutto questo dipende solo dal tuo CREDERCI. Quando tu CREDI gli altri crederanno con te.

 

Grazie Coach Meson ho avuto la fortuna di incontrare una persona che ci ha creduto prima di me.

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Care Meghan e Kate,

forse anche per voi era un giorno qualunque.

Forse anche voi quando eravate piccole avete giocato a fare le principesse.

Forse anche voi avete immaginato l’arrivo di quel principe su un cavallo bianco.

Vi siete commosse davanti a Cenerentola e Biancaneve.

Ma forse anche voi non immaginavate mai di diventare delle vere principesse.

A voi è accaduto. A voi è stato concesso questo sogno.

Due persone normali che un giorno hanno detto: cara mamma mi sposo e divento principessa.

Chissà come avete vissuto nel vostro cuore questa emozione di consapevolizzare il fatto che sareste diventate delle vere principesse.

Voi rappresentate la favola di ogni donna. Non per il titolo, ma per quell’amore che ogni giorno dimostrate che possa esistere.

Ogni sguardo, ogni sorriso ogni saluto ricorda quell’amore fatto di piccole cose.  Ricorda l’amore quello vero che supera ogni cosa.

Ricorda anche quanto possa essere faticoso vivere e lottare per il vero amore.

Eh già, per voi non deve essere stato così tutto facile in fin dei conti.

Da quando tutto è divenuto ufficiale a quante regole avete dovuto dire di si? Quante volte avete dovuto rinunciare a quella privacy di cui un sentimento come l’amore ha bisogno in alcuni momenti?

Quante volte avete barcollato davanti a quelle responsabilità di questo amore. Quante volte avrete pensato “non ce la faccio”. Ma poi siete andate oltre con la capacità di pensare solo e semplicemente all’amore.

Così come è stato l’esempio di Diana.

Tanta gente crederebbe che sono sacrifici per un buon vivere, ma io sono sicura che voi nemmeno avete preso in considerazione questo buon vivere reale.

Si vede dalla luce che emanate dagli occhi ogni volta che guardate i vostri mariti.

Allora cosa può significare tutto questo per noi?

Noi donne che siamo qui a guardarvi con le lacrime agli occhi dalla commozione ogni volta che ci sono immagini o ascoltiamo la vostra storia.

Ogni volta che vediamo i vostri sorrisi o che qualcuno cattura qualche squarcio di vita privata.

Noi vediamo in voi tutto quello che in cuor nostro speriamo ogni giorno.

Quell’amore che forse per tanto tempo ci hanno fatto credere non esistere.

Quell’amore che per molte non arriverà mai, forse.

Quell’amore da favola di cui si legge solo nei libri o si vede solo nei film.

Ma la differenza è che voi siete siete vere.

Sembra di ripercorrere la storia di Diana, la ragazza del popolo che diventa principessa.

A volte tutto sembra così costruito e finto, ma poi basta guardarvi negli occhi per capire che tutto ciò è possibile.

Ma noi cosa dovremmo fare quindi?

Aspettare il nostro principe e sognare una storia come la vostra?

Sono sicura che la vostra risposta sarebbe:

“In ogni storia d’amore c’è una favola con un principe e una principessa. Quando ami veramente ogni casa può diventare un castello. Così come capita a noi, tanta gente insieme a voi celebra il vostro amore ogni giorno.

Nella vita ognuna di noi ha il suo cammino segnato. È già scritto chi incontrerà e come lo incontrerà. È già scritto l’amore che vivremo. A noi è concesso decidere come vivere questo amore. Allora dove è la differenza? Il cuore è uno, l’amore anche, tutto il resto è solo contorno”.

Ecco cosa realizzo quando penso e guardo voi. Che in fondo non c’è differenza nell’amore che proviamo noi e in quello che provate voi. Voi avete solo la responsabilità in più di continuare a farci credere che le favole esistono.

Grazie per averci restituito l’amore.

 

Caterina

 

Una delle domande che mi fate spesso è come fare a gestire le giornate no.

Partendo da un esempio concreto ecco i quattro semplici passi che potete fare anche voi.

 

Ieri mattina quando ho aperto gli occhi, non ho fatto la mia solita routine.

Non mi sono ripetuta HO HO HA HA nonostante possa leggerlo in grande di fronte a me sull’armadio. Mi sono alzata incazzata e già stanca perché mio figlio mi aveva svegliata presto.

Dolorante in testa per una caduta. Mi sono alzata, mi sono diretta verso il bagno, e non sono riuscita a giocare con mio figlio, ero troppo impegnata a pensare di rimanere imbronciata.

Sentivo quella sensazione di morsa allo stomaco, tipica dell’ansia. I pensieri andavano a mille. Devo far tante cose, troppe, continuavo a ripetermi nella mente.

Non voglio portare il mio piccolo dalla nonna è tre giorni che non mi vede. La sensazione di ansia non passa. La mia testa continua a ripetermi tutte le cose che devo fare prima di sera, incluso scrivere.

Con modi non proprio gentili chiedo al mio compagno di scendere al piano di sotto con mio figlio in modo tale che io possa sistemare la zona notte -se non lo faccio io non lo fa nessuno-.

Sono già le nove della mattina e io non ho alcuna intenzione di mollare la presa con la mia mente e la mia ansia. Scendo al piano di sotto e sono talmente agitata che nel fare un movimento mi faccio male alla schiena e al collo a tal punto di dovermi far fare una puntura…

Secondo voi mi basta per darmi una calmata? No.. mi arrabbio ancora di più perché tutti i programmi che avrei voluto fare non posso più farli  in quanto non riesco a guidare.

Ecco che scoppio a piangere, e le uniche parole che riesco a dire sono “non ce la faccio più“. Mio figlio di 3 anni mi guarda con i suoi occhioni e mi dice “Mamma” e corre ad abbracciarmi. Ed io mi sento ancora più triste… Mio figlio non lo vedo da tre giorni e io anziché pensare a lui penso a quei pensieri stupidi e inutili. “Non sono di certo una brava madre“, mi ripeto e le lacrime continuano a sgorgare.

Poi una vocina inizia a dirmi: “ma come non sei tu quella della risata? Quella del metodo delle 3A? Quella che sa trasformare le emozioni? Quella a cui le persone sono grate”.

D’istinto mi viene da dire “ma chi se ne frega , oggi sono così è basta tutti hanno dei momenti no“. Poi però qualcosa avviene e non posso più ignorarlo. Mio figlio inizia a diventar noioso, e a piagnucolare per qualsiasi cosa. In un primo momento dico “ecco ci mancava solo lui” ma poi mi fermo ad osservarlo e mi rendo conto di cosa sto facendo. Con il mio stato d’animo sto influenzando quello di mio figlio e delle mia famiglia.

Ormai sono passate 3 ore da quando mi sono alzata e ancora sono qui a inquinare la mia mente e la giornata degli altri? Ok è ora di darci un taglio. Guardo mio figlio, guardo mio marito e inizio a ridere. La mia mente mi dice “ma che c…o stai facendo” e io rido più forte. Poi dopo circa 5 minuti di risate, mi fermo chiudo gli occhi e mi dico: “ok, oggi ho questa sensazione di ansia, ma cosa vuole dirmi?”.

La risposta arriva subito: “sei solo stanca Caterina, prenditi del tempo per riposare”. A questa risposta mi scappa da ridere ancora di più, perché mi dico “beh, tutto qui?”, nella mia mente si erano già formati tutti quei pensieri per dirmi che ero solo stanca? Già è così che funziona.

Da una piccola emozione che vuole comunicarci qualcosa di specifico noi siamo capaci di costruire castelli e di stare male per ore o magari per giorni. E poi non contenti sporchiamo tutto quello che c’è intorno a noi. Il fatto di riuscire o meno a cambiare lo d’animo del momento è solo questione di allenamento. Non importa chi o cosa c’è vicino a noi, è sotto nostra completa responsabilità agire per cambiare il nostro stato d’animo. Questo concetto vale per tutte le emozioni.

Quindi cosa fare?

  1. Fermati un istante, siediti e respira (non dire che non puoi, puoi sempre chiuderei bagno con la scusa di fare pipì).
  2. Realizza che cosa stai effettivamente provando: hai ansia? rabbia? tristezza? Dai il nome giusto all’emozione che senti.
  3. Ascolta quello che realmente vuole dirti e ringraziala.
  4. Fai un’azione che ti aiuti a spostare il focus (io per esempio uso la risata che mi aiuta anche  produrre serotonina).

Ricorda sempre che l’emozione che più ferisce a volte è anche quella che guarisce!

Buon lavoro.

A questo link tutti i laboratori pratici gratuiti.

 

Il pensiero positivo va utilizzato ma con intelligenza!
Come Caterina, stai smontando tutto quello su cui ho investito in questi anni frequentando corsi?
Si.

MA FACCIAMO SUBITO CHIAREZZA

Distinguiamo il pensiero positivo dalla psicologia positiva.
Purtroppo questa distinzione non è sempre chiara e conosciuta.
Finché si continuerà ad essere tartassati da corsi esperienziali che promettono cambiamenti veloci e radicali si farà fatica a capire questa differenza e l’importanza di distinguere il pensiero positivo dalla psicologia positiva.

Cos’è il pensiero positivo?

Con il termine pensiero positivo si designa una scuola di pensiero che sostiene il vantaggio di allineare la mente a uno stato di positività, superando gli schemi negativi sussistenti e creandone di nuovi, più ottimisti e sani, al fine di affrontare con fiducia la propria esperienza di vita e raggiungere il benessere psicofisico.
Il pensiero positivo richiede uno sforzo da parte della persona di scegliere il processo di pensiero dal quale si vuole attingere.
Come principio non è male, ma…
L’atto della scelta a lungo andare può portare ad un allontanamento dalla consapevolezza che invece è un processo di accettazione emozionale di ciò che sta accadendo.

Cos’è la Psicologia Positiva?

La psicologia positiva è una prospettiva teorica e pratica della psicologia che si occupa dello studio del benessere personale. Nello specifico studia come le persone possono implementare la qualità delle loro vite attraverso degli indicatori sia oggettivi che soggettivi.
Tra gli indicatori soggettivi troviamo la salute fisica, le condizioni abitative e lavorative; tra gli indicatori soggettivi troviamo la percezione che gli individui hanno del proprio benessere psicologico e del soddisfacimento legato alle proprie aspirazioni.
Gli indicatori soggettivi sono quelli maggiormente studiati e hanno dato un grosso contributo allo sviluppo della moderna psicologia positiva.
Padre della moderna disciplina della psicologia positiva è considerato Martin E.P. Seligman, psicologo statunitense.
Seligman sottolinea quanto sia importante nell’attività di psicologo dare pari importanza sia agli aspetti patologici della persona e agli aspetti positivi dell’esistenza umana come le emozioni piacevoli, le potenzialità, virtù e abilità dell’individui.

Allora cosa devo fare per sviluppare un atteggiamento più positivo alla vita?

Innanzi tutto inizia a toglierti dalla testa che nella vita ci sia un positivo e un negativo. Piuttosto comincia a distinguere un atteggiamento utile da un atteggiamento meno utile e a contestualizzarne questa utilità.

Secondo passaggio prendi consapevolezza dei tuoi processi mentali e delle emozioni che ne scaturiscono.

Questi due passaggi sono un’applicazione della psicologia positiva.

Poi una volta consapevolizzato puoi scegliere, ecco che allora puoi utilizzare come strategia il pensiero positivo.
Il pensiero positivo non è altro che una tra le tante strategie che puoi avere a disposizione per migliorare il tuo stile di vita emotivo.

Allora tutto quello che ci viene detto riguardo il pensiero positivo?

Sono sempre dell’idea che l’atteggiamento più utile sia quello di seguire la consapevolizzazione delle emozioni per poi passare alla scelta della strategia più consona al raggiungimento del nostro obiettivo emozionale.

Consapevolizzare vuol dire prendersi il tempo giusto per vivere le emozioni che arrivano, accoglierle e trasformarle.
Questo processo non può essere effettuato di sicuro durante quei corsi in cui ti viene promesso che la tua vita emotiva cambierà in soli quattro giorni.
L’adattamento emotivo richiede soprattutto molto allenamento e costanza.
L’effetto di quei corsi in cui raggiungi in poco tempo un peak state emotivo per poi tornare nella tua realtà quotidiana sono effetti di breve durata.

Cambiare il proprio stile emotivo è una scelta che può essere si presa in un istante ma poi corpo e mente vanno accompagnati a vivere questo cambiamento.

Riassumendo come posso usare psicologia positiva e pensiero positivo per migliorare il mio stile di vita emotivo?

1- Consapevolizza i tuoi processi mentali e le emozioni che ne conseguono;
2- Accetta e accogli le emozioni che arrivano;
3- Scegli come vuoi cambiare il tuo pensiero e le tue azioni per raggiungere il tuo nuovo stile di vita emozionale.

Buon lavoro

Ecco ora cosa scrivo? Questo? No, quello, ma forse…..

So perfettamente cosa scrivere è solo un esempio di pensiero pesante 🙂 .

Quante cose ci diciamo ogni giorno nella nostra testa?

Quanto tempo passa tra questi discorsi e l’azione?

La qualità dei nostri pensieri determina la qualità delle nostre azioni e delle nostre emozioni. Ecco perché è importante pensare bene e poco e agire di più.

Quasi tutte le problematiche emozionali nascono da come viene utilizzato il pensiero.

L’ansia è caratterizzata da pensieri orientati costantemente verso il futuro.

Senso di colpa e frustrazione sono caratterizzati da pensieri costantemente rivolti al passato.

Stati depressivi da pensieri tristi e pervasivi.

Il nostro cervello lavora costantemente anche quando non ce ne rendiamo conto e se non lo alleggeriamo va in tilt.

Si blocca, va in confusione, non si riesce più ad agire. Ci si sente stanchi e non si riesce a prendere una decisione.

Addirittura possono comparire sintomi fisici ben precisi legati allo stress: febbre, diminuzione dell’efficacia del nostro sistema immunitario, fatica nel movimento, battito cardiaco leggermente aumentato ecc…

A volte si è talmente concentrati nell’ascoltare i pensieri urlanti della nostra testa che non si riesce ad ascoltare ciò che ci viene detto dall’esterno.

Si rimane lì, persi nei propri pensieri, e anche se qualcuno vi farà notare che c’è un’altra finestra da cui si può osservare non la si prende nemmeno in considerazione.

Da qualche tempo ho cominciato a seguire gruppi piccoli di persone con un WahatsApp Training Group dedicato all’ansia e alle strategie che si possono mettere in atto per allenarsi a gestire quei momenti.

Sono gruppi molto selezionati e ristretti, per essere ammessi è necessario un colloquio preliminare.

L’aspetto più difficile da gestire è proprio il pensiero ricorrente e la difficoltà di guardare in maniera diversa ciò che sta accadendo.

Basta veramente poco per tornare alle vecchie abitudini di pensiero.

Perché?

Perché intossichiamo la nostra testa di pensieri non utili!

Ecco i pensieri tossici più comuni.

GIUDICO QUINDI SONO

Il giudizio verso noi stessi crea un’immagine deformata di ciò che siamo. Solitamente siamo anche molto severi verso noi stessi più di quanto lo siamo con gli altri. Il giudizio inoltre crea una sorte di specchio. Si tende a giudicare negli altri ciò che non ci piace di noi.

Ricorderò per sempre la frase sentita durante un corso che stavo frequentando: quando si giudica è come leccare la cotenna di un maiale sporco e peloso.

Molto spesso non ci si accontenta del semplice giudizio, ma si va anche alla ricerca di tutti quegli elementi che possono avvalorarlo.

 

NON RIESCO A CAMBIARE

Lo si può definire anche vittimismo. Per rendervi conto di questo meccanismo fate un giro nei gruppi chiusi di auto aiuto. Troverete tante descrizioni minuziose di ciò che non va a livello emozionale. A volte sembra la gara di chi sta più male. Ma poi? Ecco la frase tipica: sono così da sempre.

Questo tipo di atteggiamento mentale dà avvio ad una serie di pensieri costanti e debilitanti emotivamente fino ad arrivare al punto che si pensa davvero di non poter cambiare mai più, quindi causa inazione.

 

[Tweet theme=”basic-full”]La non azione è la morte dello stato emotivo.[/Tweet]

LETTURA DELLA MENTE

So cosa pensano gli altri di me.

La mia domanda è “come fai a saperlo?”

Lo so è basta.

Quante volte è accaduto che tutto quello che avevate in testa non è risultato essere vero?

Perché appesantire la testa quando si può semplicemente chiedere e comunicare?

Questo è uno degli atteggiamenti più comuni anche nella gestione delle relazioni in genere. Si ha sempre l’idea di sapere tutto e anche in questo caso si va sempre alla ricerca di elementi che vanno a convalidare quanto si pensa.

SE AVESSI FATTO…

Spesso si sente dire “se mio nonno avesse avuto le ruote sarebbe stato una cariola”. In psicologia si chiama Euristica della Simulazione (Kahneman, Tversky). Questa tipologia di pensiero ti porta a continuare a rimuginare su situazioni che sono già accadute. Quindi non solo non permetti alla tua mente di liberarsi ma si continua a riempirla con altri scenari che molto spesso sono anche fonte di ansia. Pensate a tutte quelle situazioni accadute vari anni fa sulle quali state ancora rimuginando..

 

Ecco cosa fare per alleggerire il pensiero.

 

RIPULISCI IL TUO AMBIENTE RELAZIONALE

Che persone frequenti? Quanto ti lasci influenzare dal pensiero e dall’atteggiamento di queste persone?

Fai una selezione molto attenta della gente di cui ti circondi. Scegli persone che hanno una modalità di pensiero leggera e flessibile.

Questo non vuol dire chiudere definitivamente con le persone con cui hai avuto a che fare fino a questo momento, vuol dire semplicemente imparare ad utilizzare nuove risorse.

Facciamo un esempio concreto. Se sono solita frequentare gruppi di auto aiuto dove l’unica modalità è il vittimismo come posso pensare di imparare ad avere un atteggiamento diverso?. Probabilmente sarebbe più utile frequentare un gruppo di auto aiuto basato sull’azione e sulla ristrutturazione.

 

PENSA MENO E AGISCI DI PIÚ

 

[Tweet theme=”basic-full”]L’azione libera il pensiero.[/Tweet]

 

Nel momenti in cui ti rendi conto che partono quei pensieri non utili, fatti trovare pronto con delle strategie attive che possono aiutarti a bloccare sul nascere quei pensieri.

Pensa a qualcuna di quelle situazioni in cui solitamente partono i pensieri e stile una lista di tutte quelle cose che potresti fare concretamente.

Cantare, ballare telefonare ecc…

 

DEDICATI TEMPO ALLA TUA INTERIORITÁ

Il nostro spazio interiore è la nostra casa principale. Se non lo ripuliamo dai pensieri è come vivere ogni giorno nella sporcizia.

Impara ad aprire le finestre e a far circolare l’aria.

Ogni giorno dedicati del tempo per te. E magicamente i pensieri saranno più leggeri.

 

 

[Tweet theme=”basic-full”] Quando curiamo la qualità dei nostri pensieri, cambia la qualità della nostra vita!![/Tweet]

 

 

 

Smettete di leggere solo sui libri.

Adesso vi spiego veramente cosa accade in quei momenti.

Ci sono persone che si alzano felici e vanno a letto felici, a prescindere da ciò che accade durante il giorno.

Io non sono tra quelli.

Ci sono giorni che non ho nemmeno la forza di alzarmi.

Non pensare che mi manchi la volontà e che non voglia fare niente per reagire.

In quei momenti ho la testa così piena di pensieri che mi manca il respiro e non riesco a muovermi.

In quei momenti non ho bisogno di sentirmi dire “dai forza reagisci” o “ti dovrai abituare hai un po’ di depressione”.

In quei momenti ho bisogno che tu mi prenda per mano. Ho bisogno che tu pianga qualche istante con me per poi farmi vedere che quella tristezza profonda può diventare un sorriso.

Ho bisogno che tu mi stringa forte e mi dica: “ce la faremo”.

Ho bisogno che tu creda nelle sensazioni che ti racconto. Ho bisogno che tu creda che io non sono sbagliata perché mi sento triste e provo ansia.

Tu sai bene che dopo quella tristezza arriva subito quella forte preoccupazione che tutti chiamano ansia. Si, mi preoccupo perché ho paura, perché penso che gli altri pensino.

Ecco che il quel momento ho ancora bisogno della tua mano che prende la mia.

Ho bisogno che tu faccia quel salto con me.

Smettetela di farci credere che sono pensieri inutili. Smettetela di farvi credere di essere “guasti” perché abbiamo quei pensieri e quelle sensazioni.

Smettetela di farci credere che dobbiamo essere aggiustati.

Quei pensieri e quelle sensazioni quando arrivano hanno qualcosa da dirci.

Ultimamente pare sia diventata una moda parlare di accoglienza delle sensazioni e dei pensieri, ma voi lo pensate veramente?

Quando descrivete ciò che secondo voi accade nella nostra mente ho l’impressione che lo facciate senza prima averci ascoltato con il cuore. Eppure sarebbe così semplice aiutarci.

Abbiamo bisogno di essere ascoltati, accolti e capiti.

Smettetela di leggere solo sui libri, iniziate a leggere nel cuore delle persone.

Aiutateci a credere che quel dolore profondo che si è formato tanto tempo fa può diventare leggerezza.

Non pensate che scriva queste cose perché non voglio assumermi la responsabilità di ciò che è dentro di me. A volte capita di avere bisogno di qualcuno per tornare a respirare. Non voglio sentirmi in colpa perché ho mostrato e ammesso la mia fragilità del momento. 

Smettetela di farci credere che “volere è potere”, sappiamo benissimo che non può essere sempre così. Tra il volere e il potere a volte ci sono pensieri che rimangono impigliati nella nostra anima e bloccano per qualche istante il nostro cammino.

Sai di cosa abbiamo bisogno in quel momento? Che tu spacchi quelle barriere! Che tu mi aiuti a vedere cosa c’è al di là di quelle mura. Smettila di farmi credere che posso farlo solo e solamente io.

Siate con noi e accanto a noi.

Questo è il miglior augurio che posso fare a voi psicologi.

L.M.

sconfiggere-provocazioni

Ti senti confuso?

È colpa dell’ansia.

Non sai distinguere più le emozioni?

Colpa dell’ansia.

Avresti tante cose da dire ma alla fine non esce nemmeno una parola?

Colpa dell’ansia.

Hai paura del futuro?

Sempre colpa dell’ansia.

Ma sei sicuro che sia sempre colpa dell’ansia?

E soprattutto ti chiesi “cosa devo fare per saltarci fuori?”

Non ami particolarmente chiedere aiuto e poi alla fine nessuno ti capisce.

Tranquillo in tanti siamo sulla stessa barca.

Non la capisci, la nascondi e la temi.

Eppure basterebbe così poco per imparare a conoscerla e quindi a gestirla.

Hai mai pensato che la tua ansia può diventare la tua risorsa più grande?

Si hai letto bene, l’ansia può diventare la tua miglior risorsa.

Molto spesso si pensa che l’ansia sia solo un’emozione problematica, ma molto poco spesso si ragiona sul fatto che l’ansia non sempre è patologica.

L’ansia è un’emozione che porta ad uno stato di attivazione fisiologica che conduce all’azione. Condizione essenziale per agire e risolvere i problemi, non pensate?

Prima di diventare patologica devono presentarsi delle condizioni ben precise che potete trovare in tutti manuali di psicologia clinica.

E se vi dicessi che almeno nel cinquanta per cento dei casi l’ansia riportata è solo energia che vuol essere trasformata in azione?

Pensate alla vostra condizione attuale. Magari siete di quelle persone che pensano di soffrire d’ansia e di non potervene liberare mai più.

Fermatevi qualche istante e iniziate ad ascoltare cosa vi dice questa emozione tanto temuta.

Forse che è ora di cambiare aria?

Forse che è tempo di reagire e agire?

Forse che è tempo di dire basta e iniziare a fare cose diverse?

Ho vissuto sulla mia pelle purtroppo quella brutta sensazione, ma oggi proprio grazie a lei posso dire grazie perché senza quella dannata emozioni non sarei ciò che sono oggi.

Ecco perché ho deciso di creare una metodologia semplice ed efficace che può aiutarti a trasformare la tua ansia in forza ed energia per raggiungere i tuoi obiettivi.

Se vuoi scoprire di più ecco il Link al Laboratorio Esperienziale

Sennò tieniti aggiornato tramite la mia pagina, ci sono sempre tanti consigli legati a tante metodologie utili!!

 

 

Non capisco come facciano certe persone a nuotare con gli occhi aperti

(Cecilia Camellini)

 

Un giorno come tanti altri, una telefonata, una pizza ed ecco che il nostro viaggio è cominciato.

I dubbi e le paure all’inizio erano veramente tanti. Come faremo a guidarla? Riusciremo a trasmetterle quello che le serve? Caspita è una campionessa.

 

Lei è Cecilia Camellini, campionessa paralimpica nuoto.

Cecilia è non vedente fin dalla nascita, ma questo non le ha impedito di diventare una campionessa sportiva e non solo.

 

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Ormai sono 4 mesi che io e Valter stiamo lavorando con Cecilia in preparazione ai Mondiali che si terranno a Città del Messico a Ottobre 2017.

Per lavorare al meglio con Cecilia siamo prima dovuti entrare nel suo mondo, e imparare a vedere la realtà con i suoi occhi.

La scoperta più sorprendente?

I veri occhi non sono quelli che si hanno nel viso. Non sono quelli che si aprono la mattina appena svegli. Non sono quelli che si asciugano quando si piange.

I veri occhi sono più nascosti. Sono nella parte più intima del nostro corpo: il cuore.

Le prime volte che osservavamo Cecilia io e Valter ci domandavamo: “ma cosa fa?”

Si, come fa a vedere un film? Come fa a scrivere e rileggere? Come fa a fare il minestrone? (e sono tutte cose che fa).

Poi giorno dopo giorno ci siamo lasciati guidare da lei nel suo mondo facendoci capire che gli occhi fisici poi non sono così importanti per alcune cose.

Ci ha insegnato che gli occhi più importanti sono quelli che battono, quelli del cuore. Ci ha insegnato che puoi vedere “sentendo” e “percependo”. Ci ha insegnato che lasciarsi guidare è un’esperienza meravigliosa.

Come Coach professionista posso affermare che proprio in ciò si trova la magia del Coaching. Si guida e ci si lascia guidare per poi guidare ancora.

Ogni passo è sempre più ricco.

Ogni giorno nuove consapevolezze che solo gli occhi del cuore possono vedere.

Allora a cosa servono gli occhi?

Il nostro viaggio verso il Messico continua….

 

 

Ogni giorno mi scrivete per chiedermi se io ho sofferto di ansia, quella vera. Mi chiedete come ho fatto a superare quel momento, Vi confidate. Amo molto la condivisione quando è finalizzata a essere di ispirazione all’azione. Non amo quelle condivisioni che hanno come obiettivo il semplice “buttare fuori”.
Questo è il motivo per cui ho aspettato tanti anni prima di scrivere la mia storia. Io stessa avevo da capire tante cose e poi sono della convinzione che con le emozioni non si scherza.

Ecco la mia storia.

Avevo solo 26 anni quando mi sono resa conto di aver bisogno di aiuto. Non riuscivo più a gestire le mie emozioni. Una delusione molto forte in amore. Un carattere insicuro. Pensieri che di certo non erano quelli di un persona della mia età. Soprattutto tanta responsabilità sulle mie spalle.

Un giorno, tanto dolore insopportabile al petto. Non respiravo. Chiedo a mia mamma di essere portata in ospedale.

Lì incontro la solita infermiera che mi propone ciò che temevo di più. Fare un colloquio in psichiatria. Non avevo scelta. Mi rendevo conto di non poter continuare in quel modo. Avevo bisogno di aiuto, ma soprattuto avevo bisogno di riconoscere e accettare ciò che stava accadendo nella mia testa.

Non gestivo più i miei pensieri, che sembrava si rincorressero nella mia mente. Le emozioni avevano preso il controllo della mia testa e del mio corpo. Ricordo poco altro di quel momento.

Questo è stato l’inizio di tutto.

I medici continuavano a dirmi che mi sarei dovuta abituare. Io non volevo credere a quelle parole. Non volevo accettare che a 26 anni la mia vita fosse finita. Avevo dei sogni, dei progetti e un cuore spezzato dagli accadimenti della vita.

Più mi dicevano che non ce l’avrei fatta più la rabbia saliva e piano piano si trasformava in forza. Quella forza che poi mi ha permesso di trasformare in risorse le mie emozioni.

Questo è stato il punto. Riuscire a trasformare le emozioni in risorse.

La domanda che mi fate ogni giorno è: “come hai fatto?”.  A questa domanda non c’è un’unica risposta. Ci sono tante cose che si possono fare per diventare amici delle emozioni. Di sicuro il prima passo è: accettare ciò che le tue emozioni ti fanno sentire. Senti male al petto? Accettalo. Senti il nodo alla gola? Non giudicarlo. Ti manca il respiro? Porta aria nella tua vita.

Ma quali sono i passaggi che mi hanno aiutata a trasformarla?

Io li definisco le 3 A:

  • Accettala. Finché non accetti il disagio che hai (ansia come altre cose) non porterai mai a consapevolezza il fatto che hai bisogno di aiuto e non lo chiederai. E finché non chiedi aiuto non uscirai mai dai loop dei tuoi pensieri non funzionali, anzi continuerai a giustificarti.
  • Ascoltala. Si, ogni disagio ha sempre qualcosa da dirti. Solo ascoltandola imparerai a percepirla nel tuo corpo e nei tuoi pensieri e solo allora potrai capire da dove iniziare. L’ansia non si manifesta nella stessa maniera in tutte le persone. Alcune persone sentono subito delle specifiche sensazioni corporee: morsa allo stomaco, idea di non riuscire a respirare, confusione in testa. Oppure si manifesta con pensieri non utili che poi comunque sfociano in sensazioni. Tutte queste sensazioni o pensieri ricordati che si sono creati per dirti qualcosa. Un’insoddisfazione di base, cose per troppo tempo trattenute, sogni lasciati nel cassetto per lungo tempo. È una richiesta di aiuto.
  • Agisci. Inizia a fare delle cose diverse rispetto a ciò che hai sempre fatto. Se fare un determinato pensiero ti porta a quella sensazione di ansia cambia pensiero. Se fare quella cosa ti porta ad avere uno stato di ansia: cambia azione. Come per magia pensieri e azioni diversi causano sensazioni diverse. Ti faccio un esempio: se hai un pensiero ricorrente che ti crea una sensazione non utile, cambia il modo in cui pensi a quella cosa e nota cosa cambia.

Ecco questi sono i tre steps che oggi posso dire “mi hanno salvato la vita”.

La domanda che mi viene fatta spesso è: “funziona con tutti?”. Dipende dall’atteggiamento con cui parti. Ecco perché prima di decidere se aiutare una persona attraverso il metodo delle 3A faccio un colloquio di orientamento per capire quale metodologia sia adatta alla persona al fine di ottenere il miglior risultato.

Per prenotare la tua sessione di orientamento puoi scrivere a caterina@caterinapettinato.it o compilare il form

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Ogni giorno mi scrivete per chiedermi se io ho sofferto di ansia, quella vera. Mi chiedete come ho fatto a superare quel momento, Vi confidate. Amo molto la condivisione quando è finalizzata a essere di ispirazione all’azione. Non amo quelle condivisioni che hanno come obiettivo il semplice “buttare fuori”.
Questo è il motivo per cui ho aspettato tanti anni prima di scrivere la mia storia. Io stessa avevo da capire tante cose e poi sono della convinzione che con le emozioni non si scherza.

Ecco la mia storia.

Avevo solo 26 anni quando mi sono resa conto di aver bisogno di aiuto. Non riuscivo più a gestire le mie emozioni. Una delusione molto forte in amore. Un carattere insicuro. Pensieri che di certo non erano quelli di un persona della mia età. Soprattutto tanta responsabilità sulle mie spalle.

Un giorno, tanto dolore insopportabile al petto. Non respiravo. Chiedo a mia mamma di essere portata in ospedale.

Lì incontro la solita infermiera che mi propone ciò che temevo di più. Fare un colloquio in psichiatria. Non avevo scelta. Mi rendevo conto di non poter continuare in quel modo. Avevo bisogno di aiuto, ma soprattuto avevo bisogno di riconoscere e accettare ciò che stava accadendo nella mia testa.

Non gestivo più i miei pensieri, che sembrava si rincorressero nella mia mente. Le emozioni avevano preso il controllo della mia testa e del mio corpo. Ricordo poco altro di quel momento.

Questo è stato l’inizio di tutto.

I medici continuavano a dirmi che mi sarei dovuta abituare. Io non volevo credere a quelle parole. Non volevo accettare che a 26 anni la mia vita fosse finita. Avevo dei sogni, dei progetti e un cuore spezzato dagli accadimenti della vita.

Più mi dicevano che non ce l’avrei fatta più la rabbia saliva e piano piano si trasformava in forza. Quella forza che poi mi ha permesso di trasformare in risorse le mie emozioni.

Questo è stato il punto. Riuscire a trasformare le emozioni in risorse.

La domanda che mi fate ogni giorno è: “come hai fatto?”.  A questa domanda non c’è un’unica risposta. Ci sono tante cose che si possono fare per diventare amici delle emozioni. Di sicuro il prima passo è: accettare ciò che le tue emozioni ti fanno sentire. Senti male al petto? Accettalo. Senti il nodo alla gola? Non giudicarlo. Ti manca il respiro? Porta aria nella tua vita.

Ma quali sono i passaggi che mi hanno aiutata a trasformarla?

Io li definisco le 3 A:

  • Accettala. Finché non accetti il disagio che hai (ansia come altre cose) non porterai mai a consapevolezza il fatto che hai bisogno di aiuto e non lo chiederai. E finché non chiedi aiuto non uscirai mai dai loop dei tuoi pensieri non funzionali, anzi continuerai a giustificarti.
  • Ascoltala. Si, ogni disagio ha sempre qualcosa da dirti. Solo ascoltandola imparerai a percepirla nel tuo corpo e nei tuoi pensieri e solo allora potrai capire da dove iniziare. L’ansia non si manifesta nella stessa maniera in tutte le persone. Alcune persone sentono subito delle specifiche sensazioni corporee: morsa allo stomaco, idea di non riuscire a respirare, confusione in testa. Oppure si manifesta con pensieri non utili che poi comunque sfociano in sensazioni. Tutte queste sensazioni o pensieri ricordati che si sono creati per dirti qualcosa. Un’insoddisfazione di base, cose per troppo tempo trattenute, sogni lasciati nel cassetto per lungo tempo. È una richiesta di aiuto.
  • Agisci. Inizia a fare delle cose diverse rispetto a ciò che hai sempre fatto. Se fare un determinato pensiero ti porta a quella sensazione di ansia cambia pensiero. Se fare quella cosa ti porta ad avere uno stato di ansia: cambia azione. Come per magia pensieri e azioni diversi causano sensazioni diverse. Ti faccio un esempio: se hai un pensiero ricorrente che ti crea una sensazione non utile, cambia il modo in cui pensi a quella cosa e nota cosa cambia.

Ecco questi sono i tre steps che oggi posso dire “mi hanno salvato la vita”.

La domanda che mi viene fatta spesso è: “funziona con tutti?”. Dipende dall’atteggiamento con cui parti. Ecco perché prima di decidere se aiutare una persona attraverso il metodo delle 3A faccio un colloquio di orientamento per capire quale metodologia sia adatta alla persona al fine di ottenere il miglior risultato.

Per prenotare la tua sessione di orientamento puoi scrivere a caterina@caterinapettinato.it o compilare il form

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Quel giorno ero in partenza per l’America. Decido di dare un’ultima occhiata alle email ed ecco le parole di una persona a me cara che ho avuto il dono di aiutare nel suo percorso. Il coaching è uno scambio continuo più dai più ricevi. Ogni giorno è una crescita anche per me grazie le vostre parole, il vostro essere.

Grazie perché vi fidate di me e soprattuto grazie perché agite! Chi mi sceglie sa  quanto è duro a volte lavorare con me, ma ogni giorno voi mi dimostrate che è possibile.
Grazie Erminia!!

Buongiorno Caterina,

sto leggendo il tuo libro e mi fa sentire sotto la “guida” di una persona che come me e tanti altri ha vissuto certe esperienze con il dolore dell’anima. Stavo leggendo il capitolo 3: Accettazione si è vero quando accetti ciò che sta accadendo lo stai già cambiando.

Io penso che ogni malattia venga a noi per dirci qualcosa di noi, qualcosa che non va e che deve essere in un qualche modo sistemato.

Mi sono commossa leggendo il tuo ingresso in ospedale perché ci ho ritrovato tutta me stessa non più di sei mesi fa quando il medico di base ma ha detto: “Erminia io non ti seguo più, non mi assumo questa responsabilità. Tu già sai a chi ti devi rivolgere. Sapevo che al piano superiore su quel pianerottolo c’era la psichiatra. In preda ad un ansia fortissima mille pensieri si sono affacciati alla mia mente stanca non lucida per le tante notti insonni. Mi sono sentita sola e impotente, ma ho avuto quel briciolo di forza che ha fatto dire a me stessa: “Erminia, sali quelle scale, abbatti le tue resistenze, agisci e così ho fatto. Mi sono trovata dove non sarei mai voluta andare, ma la persona che lo ha fatto è stata molto umana e dolcezza e piano piano tra un pianto e un sospiro carico d’ansia ho iniziato a ad aprirmi e a fidarmi di lei. Con la tua esperienza sto rivivendo la mia come sarà stato e sarà per tanti ogni giorno analizzo leggo e scrivo, ciò che tu chiedi e mi sento presa per mano per percorrere un vissuto doloroso, al quale ora e da un po’, con gli aiuti ricevuti tra i quali anche il tuo, sto dando risposte concrete. accettando accogliendo agendo. Commozione si è trasformata in gratitudine e così mi sono messa di istinto a scriverti, semplicemente per condividere.

 

 

Amore, una parola molto semplice da scrivere ma molto complicata nella vita. Devo ammettere che il personaggio di Derek su questo ci ha insegnato molto.

Molto spesso quando stiamo con una persona da anni ci si dimentica di come si era agli inizi.

Conosciamo una persona e subito pensiamo “chissà quale storia”, senza pensare che forse quella persona non ha storia, o al momento non la vuole dire.

“Sono una ragazza in un bar”.

“Sono un ragazzo in un bar”.

Ad un certo punto puoi addirittura scoprire che anche se hai passato la notte insieme non sai nemmeno il nome, e in quel momento vorresti sparire.

Pensi sia finito tutto finalmente, finché non ti ritrovi quella persona sul posto di lavoro e per di più è il tuo capo.

Inizi a pensare che anche questa volta sei in un bel pasticcio, e che il “sono una ragazza in un bar” non funziona più.

 

Pensavi a una notte senza impegno, senza storie, solo puro sesso e invece ti ritrovi davanti alla persona che diventerà l’amore della tua vita.

Ma tu ancora non lo sai..

Ora, riflettiamo su ciò che è capitato nelle nostre storie d’amore, non importa se sono passate. Prendine una a caso. Quante di voi al primo incontro (non appuntamento) hanno pensato “può essere la persona con cui passerò il resto della mia vita?”.

Io mi ricordo ancora il mio primo incontro con il mio attuale compagno padre di mio figlio. Una sera come tante, ad un corso di Tango: “sono solo una ragazza che balla il tango”, “sono solo un ragazzo che balla il tango”. Pensavo a tutto tranne che sarebbe diventato l’amore della mia vita.

Questo è il punto.

Perché ci siamo innamorati fin da subito di Meredith e Derek?

Tra le varie cose, di sicuro perché abbiamo visto nel loro primo incontro il nostro primo incontro. Ci piace l’idea che da qualche parte c’è un nostro Derek che ci aspetta e ci dica “sono solo un ragazzo in un bar”.

Così arrivi che ti ritrovi innamorato di quel ragazzo incontrato nel bar, ma ci sono complicazioni per vari motivi. Derek è il capo di Meredith.

Quindi cosa decidi di fare?

[Tweet theme=”basic-full”]“La partita, si dice che una persona ha la stoffa per giocare, oppure no. […]Arriva un momento un cui diventa più che un semplice gioco e puoi farti avanti oppure voltarti e andare via. Potrei abbandonare ma c’è un problema mi piace troppo il campo di gioco.” (Meredith, 1×1)[/Tweet]

Ecco ora è il momento di scendere in campo. Di giocare la tua partita oppure no. Subito decidi di voltarti e andare via ma poi capisci che ne vale la pena. Ti piace essere innamorata e l’idea di poter cominciare un amore nuovo. Il cuore batte, ma sei ancora insicura, quindi decidi di mettere una corazza, perché è meglio per te, ti senti più protetta, ma poi…

Si capisci che ti piace troppo il campo da gioco e scendi in campo.

 

È così tutto ha inizio.

Senti il sangue che ti scorre nelle vene, lo guardi sei felice. Dal “sono sola una ragazza in un bar” vorresti saper di più di lui.

Lo guardi ti perdi nei suoi occhi. Respiri. Ok, ora glielo chiedo. Si, voglio sapere di più.

Al momento non mi dice niente, non vuole una cosa seria?

Io sono già innamorata, e quella cosa della ragazza senza storia non funziona più.

Poi, quando meno te lo aspetti arriva quel momento che tanto aspettavi..

Aspetta un attimo di quale momento stai parlando?

 

[Tweet theme=”basic-full”]“Alla fine del giorno la fiducia è una cosa misteriosa. Appare improvvisamente quando meno te lo aspetti. E un giorno ti accorgi che la favola è leggermente diversa da come l’avevi sognata. Il castello potrebbe non essere un castello. E non è tanto importante che la felicità sia eterna. Ma che si possa essere felici al momento. Perché una volta ogni tanto, una volta può capitare che le persone ti sorprendano. Una volta ogni tanto le persone possono anche toglierti il fiato” (Meredith 1×8).[/Tweet]

La delusione è uno stato d’animo che si prova dopo che le nostre aspettative sono state disilluse.

[Tweet theme=”basic-full”]Sono gli altri che deludono o siamo noi che ci lasciamo deludere?[/Tweet]

C’è una bella differenza tra i due concetti.

Rimaniamo delusi perché ci aspettiamo qualcosa da qualcuno dimenticandoci che quel “qualcuno” ha una testa che probabilmente pensa diversamente da noi..

 

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Oggi i protagonisti siete voi! Vi ricordate quando vi ho chiesto di scrivere sotto un posto cosa vi sarebbe piaciuto sentirvi dire?

Ho letto ciascuno di voi e ho fatto qualche riflessione.

Ecco le 5 cose che più vorremo sentirci dire e perché.

 

Va bene così, non importa come sia andata, hai fatto il possibile.

A chi non è capitato di aspettarsi dei risultati che sono stati disattesi? Come avete reagito? Cosa vi siete detti? Cosa vi hanno detto?

Purtroppo spesso ciò che accade è sentirsi frustrati e inadeguati perché non siamo stati in grado di raggiungere quell’ideale di obiettivo. Ecco che allora si inizia a rimuginare anziché pensare a come cambiare la nostra strategia per ottenere risultati diversi.

Ma qual è il primo passo verso questa consapevolezza?

Accettare ciò che è stato. Pensare che è andata come era giusto andasse e che si è fatto tutto il possibile per ottenere il meglio. Questo non vuol dire accontentarsi, ma vuol dire consapevolizzare i risultati raggiunti per utilizzarne le risorse e saltare più in alto.

Come dice Anthony Robbins: nella vita non esistono fallimenti ma solo risultati.

 

Sei Unica …così come Sei

Questa frase mi fa venire in mente un pezzo del fil di Bridget Jones quando Marc dice a Bridget “mi piaci così come sei”.

 

 

È vero ognuno di noi è unico. Abbiamo tante caratteristiche che ci rendono unici agli occhi degli altri, ma molto spesso non ce ne rendiamo conto. Ed ecco che allora si va alla ricerca di chissà quali conferme dimenticandoci della nostra unicità. È molto importante che anche noi stessi ci diciamo di essere unici, non scordiamolo mai.

Non vorrei perderti mai

Quando cominciamo una relazione o un’amicizia viene spontaneo compiere azioni per tenere vivo il rapporto. Poi accade che si entra nell’abitudine e l’intensità diminuisce. All’inizio ci si impegna di più nel far capire all’altra persona che non si vuole perdere e poi cosa accade? Si entra nella routine e tutto diventa un’abitudine. Il “non vorrei perderti mai” indica che si percepisce una lontananza. Allora cosa fare? Ogni giorno, qualcosa per l’altro, sempre.

 

Andrà tutto bene

E chi non vorrebbe sentirsi dire questa frase? Il solo fatto di sentirsela dire tranquillizza, vero? A volte si ha bisogno di così poco per recuperare un po’ di sicurezza. Non so se capita anche a voi. Ci sono quei giorni in cui tutto pare andare storto, non si riescono a vedere le soluzioni e l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è proprio un semplice “andrà tutto bene”.

 

Ti voglio bene

Perché pensarlo e non dirlo? Oppure perché dopo un po’ non lo si dice più? E diciamolo questo TI VOGLIO BENE se lo sentiamo!!!!

 

 

 

 

 

 

 

Quante volte ci siamo sentiti dire frasi come: “ma dove vuoi andare?” oppure “questo obiettivo è troppo per te!”. Ma soprattutto quante volte ci abbiamo creduto? Forse troppe.

E quando queste riflessioni non proprio utili provengono da noi stessi? Cosa succede?

La fase degli obiettivi è il primo step che si affronta nella prima sessione di Coaching ed è la più delicata. A prescindere dall’efficacia con cui può essere espresso un obiettivo, per questo ci sono tante tecniche, l’aspetto più importante è proprio capire se noi stessi facciamo il tifo per noi.

Ecco l’audio di oggi: tu fai il tifo per te stesso?

 

 

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“Come d’incanto” non è solo il titolo di uno dei miei fil preferiti con Patrick Dempsey, il film da cui è iniziato il mio sogno, ma è anche il nome di un sogno che si è realizzato: quello di Monica.

Sarà una coincidenza quel nome? Non lo so, e non importa quello che importa è che Monica sia riuscita a trasformare in risorse le sue emozioni.

Sono trascorsi circa sei mesi da quando ricevetti quella chiamata. Una richiesta di aiuto. Tanta confusione in testa, un lavoro che non era il suo ma una laurea da 110 e Lode. Un lavoro subito dopo la Laurea e vicino a casa, una bella casa nuova, un fidanzato meraviglioso eppure qualcosa non andava. Paura, tanta paura ogni giorno a tal punto che quando era a casa il pensiero era fisso a ripassare con la mente tutte le azioni per accertarsi di aver dato tutte le medicine corrette a tutti i pazienti.

Monica, sapeva benissimo che aveva fatto tutto per bene, aveva una lista a cui attenersi, ma la sua mente non riusciva a sopportare il peso di quella responsabilità.

Così cominciamo il nostro lavoro di Coaching semplicemente orientato alla ricerca dei veri obiettivi di Monica. Molto spesso lo stato d’ansia non ha niente a che vedere con qualcosa di patologico e traumatico, ma semplicemente è un accumulo di energia tenuta lì schiacciata dentro la nostra anima. In questi casi l’unica cosa da fare è proprio quella di dare spazio ai nostri pensieri per capire cosa vuole veramente il nostro cuore.

Le ho chiesto di scrivere direttamente ciò che è successo e come ha risolto, ecco la sua storia. Sono sicura che sarà di ispirazione per molti di voi.

“Non sai mai cosa la vita ha in serbo per te” non potrei trovare frase più vera e realistica. Fino a non molto tempo fa credevo di aver trovato la mia strada, ma come spesso accade devo aver sbagliato le impostazioni del navigatore. Mi sono trovata a rivalutare scelte fatte in passato poiché non mi avevano resa felice come previsto, non riuscendo ad accettarlo era come essere nelle sabbie mobili, andavo sempre più giù. Ho capito che probabilmente avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse ad affrontare questo periodo difficile ed ho incontrato Caterina grazie alla mia mamma che ne aveva sentito parlare da una amica di famiglia. Abbiamo quindi iniziato un percorso che in breve tempo mi ha portato davanti a sogni e aspettative che mi hanno ridato forza e voglia di creare qualcosa che potesse rendermi davvero felice, guidandomi nel rivalutare le mie possibilità, le mie capacità e le mie emozioni. A capire cosa fosse davvero importante e fondamentale nella mia vita, su cosa dovevo investire tempo ed energie. Quindi con il sostegno indispensabile della mia famiglia, la guida di Caterina e la mia forza ritrovata ho iniziato a progettare un “upgrade” della mia vita e nel giro di pochi mesi quelle che erano solo idee ipotetiche hanno iniziato a prendere forma concretamente, a diventare fattibili e splendide. Se non fosse stato per il sostegno morale, fisico e concreto dei miei genitori e del mio compagno non avrei mai potuto fare questo cambiamento e ritrovarmi ora felice e piena di buone aspettative per il futuro. Ora sto seguendo una nuova strada perché in pochi mesi ho concretizzato effettivamente il mio progetto ed ho aperto un negozio di abiti da sposa, una passione che faceva parte di me da moltissimo tempo ma che non avevo mai considerato come possibile lavoro e Caterina è stata il mio input in questo senso. Grazie all’aiuto dei miei genitori, del mio compagno e di amiche speciali in breve tempo abbiamo reso possibile l’apertura, perché io sono fatta così, do il massimo e faccio tutto il possibile per fare le cose al meglio. Da qualche settimana c’è stata l’inaugurazione del mio Atelier e questo mi fa svegliare con il sorriso ogni mattina. Per la sua realizzazione io e la mia famiglia abbiamo speso energie e risorse e ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta se fossi stata pazza, ma non ho mai dubitato della mia scelta, molti lo hanno fatto per me togliendomi questo incombente, meno male perché io avevo altro a cui pensare! Ora sono fiduciosa per il mio futuro e per il mio Atelier poiché sono entrambi costruiti su principi e valori che mi guidano nella vita e credo fondamentali come l’onestà, la famiglia e il rispetto. Credo in quello che ho fatto e in me stessa, le persone per me importanti credono in me e spero di non deluderle, ma soprattutto credo nei sogni e nell’impegno che una persona può metterci per realizzarli.

 

[Tweet theme=”basic-full”]Ma i sogni diventano realtà!..e qualcosa di meraviglioso può sempre capitare (Giselle)[/Tweet]

 

 

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A volte i fidanzati sono idioti ma non per questo non gli si parla. Lo capisci che ti sto chiedendo scusa, vero?

[….]Certo che mi rifaccio vivo, perché non dovrei?

Ti fidi di me?

È così che funziona a volte si litiga poi ci si chiede scusa.

[….] D’ora in avanti tu devi aspettarti che mi faccia vivo. Anche se io ho urlato o se hai urlato tu mi farò sempre vivo.

Quante volte si litiga con in rispettivi compagni e amici e poi si fa finta di niente solo perché sappiamo che l’altro ci capisce?

Magari abbiamo offeso in un momento di rabbia e poi facciamo come se niente fosse perché pensiamo: “Tanto lo sa che sono fatta/o così”.

Si certo, forse è vero in automatico a volte la persona che ci sa vicino ci passa sopra, ma questo non vuol dire che non abbiamo inferto ferite.

Ci avete mai pensato?

A volte sento dire: “Beh, dai se due si amano chiedere scusa non ha senso”.

Beh io rispondo CAZZATE!!

Le ferite rimangono anche se piccole. Nei cuori, nella nostra testa rimangono quelle immagini, quelle parole e quelle sensazioni di quei momenti.

Io ricordo ancora perfettamente quel giorno. Ero completamente fuori di testa e ho usato parole poco gentili verso mio marito. Lui capì che era uno sfogo del momento, dopo mi abbracciò. Io rimasi spiazzata e non dissi nulla.

Dopo qualche tempo mentre parlavamo, gli dissi :”Tu sei l’unica persona che mi accetta così come sono”, e lui mi rispose “Sì, Amore, e così sarà sempre. Ricordati solo che comunque chiedere scusa è un atto di gentilezza per l’anima anche se l’altra persona apparentemente ha accettato il tuo momento critico”.

Ecco…che bastonata…mi sono venute in mente tutte quelle volte in cui…ho dato per scontato.

Quando ho rivisto questa scena e mi sono soffermata sulle parole di Derek mi è venuta la pella d’oca.

Penso sia una delle scene più belle ed educative che io abbia visto in Grey’s Anatomy. Ancora una volta il personaggio di Derek lascia il segno con i suoi valori e le sue parole.

Anche il “io ci sarò sempre” è un aspetto che noi diamo spesso per scontato.

In realtà non è così.

Seguendo molte persone in fase di divorzio una delle accuse che sento più spesso è: “Mi avevi promesso che ci saresti stato/a sempre”. Ecco, non funziona proprio così. In realtà la frase corretta sarebbe “Ci sarò sempre fino a che ci ameremo”.

Ecco questo è il significato delle parole di Derek a Meredith.

Quando c’è l’amore c’è anche il “per sempre”. Nel momento in cui l’amore non c’è più o si trasforma in altro, quel “per sempre” non vale più.

Non vale più, non per cattiveria, ma perché il tuo cuore appartiene a qualcun altro. Voi vi rendete conto di quanto sia impegnativo dire ad un’altra persona “Io ci sarò per sempre”? Figuriamoci a due!

Ora, quello che mi piace delle parole di Derek è proprio questo:

È assolutamente normale nella litigare, urlare. Ma poi è molto importante chiedere scusa.

[Tweet theme=”basic-full”]L’esserci sempre potrebbe un giorno finire se non si è delicati con il cuore degli altri. Solo essendo gentili con il cuore degli altri ci si può aspettare che l’altro ci sia “sempre”.[/Tweet]

Mi piace la reazione di Meredith, che in questo caso sta imparando cosa vuol dire essere coppia. E mi piace il fatto che Derek rimanga coerente, vi ricordate?

“Dimentichiamo quello che un tempo era nostro. Dimentichiamo anche cosa si provi ad avere quelle cose. Non tanto ciò che ci serve. Quanto ciò che vogliamo..Per questo è così importante fermarci di tanto in tanto, a ricordare…” (Meredith, 11×17)

 

Mettersi in discussione può non sembrare facile, ma mettere in discussione un comportamento altrui è ancora più difficile soprattutto quando ci sono di mezzo le emozioni.

Quando qualcuno a cui teniamo ci ferisce, cosa si tende a fare? É più utile mettersi subito in discussione o riflettere sul comportamento altrui?

Questo audio nasce da un’esperienza avuta proprio poco tempo fa. Ho sempre avuto l’abitudine, soprattutto nelle amicizie, di mettermi in discussione per prima, fino a quando il mio Coach mi ha cambiato punto di vista…

Ecco come il mio stato d’animo è cambiato.

 

 

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Si parla spesso di Dipendenza Emotiva. Ma cos’è veramente?

Sapete che amo molto spiegare in maniera semplice senza entrare troppo nei psicologismi 🙂 .

La Dipendenza Emotiva la si vive nel momento in cui lasciamo che gli eventi esterni gestiscano il nostro stato d’animo.

Qualche esempio:

“oggi è stata una magnifica giornata perché ho ricevuto la chiamata da quella mia amica”.

Oppure:

“se non mi manda il messaggino so già che starò male”.

In questo modo stiamo dando ad eventi esterni il potere di decidere come stiamo.

Consapevolizzate vero questa cosa?

Allora cosa fare?

Allenati a decidere tu come vuoi stare.

Ecco l’audio di approfondimento

[Download non trovato]

 

 

Dico sempre che nulla accade per caso. Oggi mentre stavo cercando del materiale on line mi compare questo articolo. Inutile dire che sono rimasta rapita proprio dalle prime righe. Sarà il periodo, ma penso anche sia di riflessione per tutti.

 

Mi sento male per come mi ha trattato il mio amico, ma non gli ho detto niente per non farlo arrabbiare”, “Non posso dire al mio ragazzo che voglio lasciarlo, perché gli farei troppo male”… Quante volte non avete avuto il coraggio di dire quello che provavate? Restiamo zitti per paura della reazione degli altri, perché mostrare quello che sentiamo ci spaventa, ma alla fine siamo noi a stare male.

Se non diciamo ciò che pensiamo o sentiamo, gli altri non potranno indovinarlo, e noi staremo sempre peggio. Far sapere agli altri come vi sentite, dare la vostra opinione, esprimere le vostre idee o dire di no vi farà sentire più liberi, e padroni della vostra vita. Essere assertivo significa affermare se stessi.

(Fonte www.lamentemeravigliosa.it)

Quanto è difficile dire ciò che si prova realmente e perché?

Molto spesso subentra la paura di perdere una persona a cui vogliamo bene, senza renderci conto che non è utile per noi.

Ecco l’audio di approfondimento

 

Scarica l’audio

[Download non trovato]

 

 

Riprendo un articolo molto bello letto su Huffingtonpost sugli effetti del sorridere sulla nostra percezione del mondo e di ciò che ci circonda.

Già nel mio libro affronto in maniera approfondita questo argomento riprendendo gli studi di William James, psicologo e filosofo del fine ottocento.

 

 

[Tweet theme=”basic-full”]Le nostre espressioni facciali o i movimenti del nostro corpo non sono una conseguenza delle nostre emozioni, ma la causa (W. James)[/Tweet]

 

Il nostro corpo transita e crea emozioni. Questo è un dato di fatto, anche se ahimè molto spesso considerato ancora troppo poco da chi lavora nelle relazioni di aiuto.

Tante volte ho già espresso il mio parere sull’utilizzo della fisiologia per imparare a gestire e addirittura a cambiare il nostro stato d’animo da non funzionale a funzionale.

Per fortuna ci sono dei ricercatori che investono il loro tempo a studiare ciò.

Cosa può fare un semplice sorriso?

Quando qualcosa di positivo accade, sorridiamo e sarebbe proprio questo atto, da solo, a scatenare la sensazione di gioia in noi. Ecco perché, secondo un’altra ricerca riportata dal sito “Science of us”, chi si è sottoposto a trattamenti di botox, che hanno avuto come effetto un irrigidimento dei muscoli facciali, è meno portato a provare le immediate sensazioni di benessere scatenate dal sorriso. Più il nostro viso è pronto a sorridere, più il nostro umore ne giova. È quanto hanno dimostrato, negli anni ’80, alcuni ricercatori che hanno chiesto ad un gruppo di persone di guardare una serie di cartoni animati. Coloro che guardavano lo schermo mordendo una penna erano più divertiti e più entusiasti rispetto a quelli che, invece, seguivano la storia a bocca chiusa.

Secondo la nuova ricerca, condotta dalla University of London, quando sorridiamo riusciamo anche a recepire in modo diverso le emozioni altrui. Gli studiosi hanno chiesto a 25 partecipanti di sfogliare una serie di foto che mostravano volti sorridenti o con un’espressione neutrale e hanno registrato le reazioni del loro cervello usando un elettroencefalogramma. Hanno così osservato che quando i partecipanti sorridevano guardando l’immagine di un volto neutrale, il loro cervello avvertiva l’espressione della foto come un sorriso. “È la dimostrazione del ruolo fondamentale che l’espressione facciale ha, soprattutto quando si tratta di decifrare quella altrui – scrivono i ricercatori -. Il nostro studio sembra supportare la frase:

 

 

[Tweet theme=”basic-full”]Se sorridi, il mondo ti sorriderà[/Tweet]

(fonte Huffingtonpost)

 

Cosa fare di più?

Sorridi anche se non accade qualcosa di positivo, allenati a sorridere. Fai in modo che diventi parte del tuo stile di vita.

Come diceva William James:

[Tweet theme=”basic-full”]Non ridiamo perché siamo felici, ma siamo felici perché ridiamo (W.James)[/Tweet]

 

Scopri come allenarti al sorriso…

Amo molto leggere e trarre materiale da condividere anche da altre pagine sull’argomento ansia.

Da qualche tempo ho iniziato a seguire lo psicologo Luca Mazzucchelli. Giovane, intraprendente, competente e molto social :). Mi piace il suo approccio, molto semplice, pratico e chiaro.

Proprio l’altro giorno stavo leggendo il suo blog e trovo questo articolo: Ansia, 8 vantaggi inaspettati. Mi soffermo su uno degli 8 vantaggi:

La razza umana necessita di persone ansiose

L’ansia non solo porta vantaggi a livello personale, ma tutta la razza umana ne trae beneficio.

Coplan e colleghi (2012) hanno osservato che l’ansia e l’intelligenza evolvono insieme come tratti positivi ed adattivi per la specie. Il dr. Coplan ha spiegato: “La preoccupazione eccessiva è generalmente vista come fattore negativo e l’essere molto intelligenti come un aspetto positivo. In realtà, le preoccupazioni sono funzionali a proteggere la nostra specie da situazioni di pericolo. In sostanza, le preoccupazioni fanno in modo che le persone non corrano rischi e questo aumenta le loro probabilità di sopravvivenza. Come l’intelligenza, l’ansia apporta dunque un beneficio in termini di adattamento alla specie umana”.

Interessante punto di vista soprattuto la maniera in cui viene espresso questo concetto molto semplice alla base.

L’ansia come stato emotivo ha una sua funzione adattiva quando si mettono in atto dei comportamenti reattivi efficaci. Quando invece diviene così grave da disorganizzare la propria quotidianità ecco che si parla di disturbo d’ansia (Psicobiologia, J. Pinel).

Manteniamo la nostra attenzione sulla funzione adattiva dell’ansia traendone il massimo beneficio.

Fai questo esercizio

post-it-chit-1531098_1920  Alla fine potresti avere la consapevolezza che quel “mostro” che ogni giorno cerchi di scacciare altro non è che un alleato e sta cercando di mandarti un messaggio ben preciso, il passaggio che nel mio libro ho definito Accoglienza. Tutto torna.

 

Perché un bene per l’umanità?

Dal punto di vista della scoperta si fa riferimento alla conservazione delle specie umana, ma dal mio punto di vista si va oltre questo concetto.

Sinceramente quando parlo di utilità dell’ansia mi piace più pensare in maniera più egoistica 🙂 . La domanda che mi pongo spesso è:

[Tweet theme=”basic-full”]Come posso trasformare questa sensazione in qualcosa che mi aiuti a raggiungere i miei obiettivi?[/Tweet]

 

La felicità: il vero contribuito per l’umanità!

Ecco forse in questa risposta può esserci il bene per l’umanità: raggiungere i propri obiettivi porta ad uno stato di benessere e gioia. Più persone raggiungono il proprio stato di benessere e gioia più felicità è presente nell’umanità. Ecco come si conserva la specie umana: con la felicità.

 

Quindi cosa fare?

Inizia a pensare all’ansia come alleata non più come un mostro da scacciare, potresti scoprire che stai dando un grande contributo all’umanità :).

 

Buon lavoro

 

 

 

Il voler controllare tutto è inutile negarlo porta sempre dei problemi e stati emotivi che non sono utili.

Controllo e troppa programmazione sono due elementi che se non gestiti portano ansia e blocchi nell’azione.

Ci sono persone che devono programmare ogni cosa e hanno l’esigenza di mettere “lo zampino” dappertutto. Nonostante questo alla fine agiscono poco, perché?

Il controllo implica una strategia mentale molto precisa che porta la mente ad andare troppo avanti nel futuro e in più ha l’esigenza di arricchire questo futuro di particolari in anticipo.

Questa strategia può funzionare quando si parla di vision ma quando parliamo di vita quotidiana può rivelarsi devastante.

Tendenzialmente chi controlla e programma in eccesso prova costantemente stati di ansia.

Allora come fare?

Ho trovato un esercizio molto bello consigliato da Riza Psicosomatica che ho trovato molto interessante e ve lo ripropongo.

Iniziamo a sostituire l’impegno di “tenere insieme” e conservare le cose conquistate, impegno in cui ci prodighiamo e ci affanniamo tutti i giorni, con la volontà di spezzarle: spezzare certe abitudini, spezzare certe credenze, spezzare un’identità che è diventata troppo statica, spezzare l’opinione che gli altri hanno su di noi o quella che abbiamo di noi stessi. Si può partire dalle piccole cose. Osservati mentre sei intento nelle tue solite occupazioni e chiediti: mi sto impegnando strenuamente a tenere tutto immobile nella mia vita per non turbare i miei piani, o sto provando a osservare quello che la vita mi porta? Solo spezzando la dura terra l’aratro crea lo spazio per i nuovi semi. Solo deviando dai binari già tracciati la vitalità può riaffacciarsi.

 

Aggiungo anche il mio consiglio: allenatevi a vivere nel qui e ora, godete di ciò che la vita vi propone ogni singolo istante, solo così potrete programmare un meraviglioso futuro.

 

Il voler controllare tutto è inutile negarlo porta sempre dei problemi e stati emotivi che non sono utili.

Controllo e troppa programmazione sono due elementi che se non gestiti portano ansia e blocchi nell’azione.

Ci sono persone che devono programmare ogni cosa e hanno l’esigenza di mettere “lo zampino” dappertutto. Nonostante questo alla fine agiscono poco, perché?

Il controllo implica una strategia mentale molto precisa che porta la mente ad andare troppo avanti nel futuro e in più ha l’esigenza di arricchire questo futuro di particolari in anticipo.

Questa strategia può funzionare quando si parla di vision ma quando parliamo di vita quotidiana può rivelarsi devastante.

Tendenzialmente chi controlla e programma in eccesso prova costantemente stati di ansia.

Allora come fare?

Ho trovato un esercizio molto bello consigliato da Riza Psicosomatica che ho trovato molto interessante e ve lo ripropongo.

Iniziamo a sostituire l’impegno di “tenere insieme” e conservare le cose conquistate, impegno in cui ci prodighiamo e ci affanniamo tutti i giorni, con la volontà di spezzarle: spezzare certe abitudini, spezzare certe credenze, spezzare un’identità che è diventata troppo statica, spezzare l’opinione che gli altri hanno su di noi o quella che abbiamo di noi stessi. Si può partire dalle piccole cose. Osservati mentre sei intento nelle tue solite occupazioni e chiediti: mi sto impegnando strenuamente a tenere tutto immobile nella mia vita per non turbare i miei piani, o sto provando a osservare quello che la vita mi porta? Solo spezzando la dura terra l’aratro crea lo spazio per i nuovi semi. Solo deviando dai binari già tracciati la vitalità può riaffacciarsi.

 

Aggiungo anche il mio consiglio: allenatevi a vivere nel qui e ora, godete di ciò che la vita vi propone ogni singolo istante, solo così potrete programmare un meraviglioso futuro.

 

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un articolo sull’ansia di Huffingtonpost che mi ha colpito molto.

Fin da quando studiavo Psicologia mi sono chiesta: ma le persone che non hanno mai avuto ansia capiscono cosa accade nelle emozioni delle persone che ne soffrono?

Sono sincera, finché ho letto di questo disturbo sui libri capivo bene poco.

Certo c’erano dei sintomi ben precisi ma non riuscivo a capire come partendo da quel malessere le persone potessero poi arrivare a stare molto male fino a degenerare in patologia reattiva.

Poi la vita mi ha dato l’opportunità di vincere una sfida molto tosta e di crescere da questa esperienza: così è stato il mio incontro con l’ansia.

La cosa più difficile di quel periodo ricordo essere stata proprio lo spiegare come mi sentivo. Sentivo la necessità di far capire a chi cercava di aiutarmi cosa avevo dentro in speranza che potesse alleggerire quello stato d’animo.

Questo penso sia la difficoltà più grande per chi non ha mai provato ansia.

Ecco cosa ho fatto. Ho chiesto ai lettori della mia pagina facebook di spiegarmi cosa fosse per loro l’ansia proprio per farlo capire a chi non l’ha mai avuta. Questo ha anche dato inizio ad una ricerca che sto svolgendo per capire quanto questa paura di non essere capiti possa influenzare l’intensità dello stato d’ansia percepito.

Tra le varie risposte ne ho selezionate alcune.

È il nero che ti mozza il fiato, che ti chiude la gola e ti fa vedere solo buio, perché per quanto tu razionalizzi niente, nella tua testa ovviamente, potrà mai andare bene. È quella cosa che ti fa dire “Forse se sto ferma, se non mi muovo, non parlo e non respiro, nessuno si accorgerà che ci sono e tutto passerà”.

Per me è un nodo stretto alla gola la sensazione di una catastrofe imminente e il non sta bene in nessun posto.

Per me l ansia è una parte di me ci convivo credo da sempre l’ansia per me è fragilità. È percepire tutto come precario è diventata quasi un amica non so se dovessi associarla ad un sapore direi agrodolce .

Ti senti oppresso, manca l’aria i polmoni si fanno piccolissimi schiacciati da un peso grandissimo .

Il cuore un attimo esplode e il minuto dopo pare che si ferma

La mente ti dice bloccanti non fare nulla, non respirare non vedere, non parlare

nasconditi non vivere non serve… maledetta ansia

Qualcosa che non ti fa respirare come se stessi cercando di rimanere a galla e qualcosa di portasse a fondo.

È una sensazione che ti blocca, ti fa rimanere ferma, con tutte le sensazioni nel corpo e i pensieri negativi. Di lì la paura di fare tutto per paura che venga l’”amica”.

L’ansia è quel dolore /bruciore che si sente alla bocca dello stomaco quando si pensa a ciò che può accadere, di cui non abbiamo certezze. Oppure se si ripensa a un avvenimento che ci ha turbato e che non abbiamo ancora elaborato è sicura l’espressione di un disagio inconscio

Per me è come una montagna nera che ti oscura tutto in quel momento vorresti scappare ma non puoi lei è lì l’unico modo è quello di parlargli in modo amichevole possibile usando delle immagini mentali

Arriva all’improvviso hai tanta paura, ti senti soffocare, non sai cosa fare, non riesci a pensare il cuore batte forte, in quel momento mi dico sto morendo.

Cos’è l’ansia? sembra costantemente di nuotare in un mare agitato

É come una morsa nel petto che non fa respirare accompagnata da sensazioni di paura…angoscia…

Per me l’ ansia è uno stato di agitazione perenne, con paura di non essere all’altezza di fare anche cose che prima facevi con sicurezza, la testa va in confusione, a volte mi viene il vomito oppure motilità intestinale .Uno stato d’animo bruttissimo

Ti senti soffocare, ti manca l’aria e senti dentro di te questo senso di paura, terrore hai la sensazione di non riuscire più ad andare avanti, io la chiamo ” paura di vivere “, è questo che provo.

 

Scopri come anche il Coaching può aiutarti a trasformare questa emozione in forza.

 

 

 

 

Cosa devo fare quando arriva l’ansia?

Questa è la classica domanda a cui ogni persona che vive stati ansiosi, stress e preoccupazioni ricorrenti vorrebbe una risposta.

In realtà quello che ci si aspetta è un consiglio pratico che funzioni veramente.

Vero?  🙂

Ci sono tante cose che si potrebbero fare in quei momenti e tutte molto utili, ma se c’è una cosa che ho imparato sulla mia pelle quando stavo male è proprio quella di non utilizzare la mente quando si è nel bel mezzo della situazione da gestire.

Quindi cosa fare?

Siamo in una di quelle situazioni in cui si prova uno stato di preoccupazione, o ansia, chiamatela come volete.

Il pensiero inizia ad andare per la sua strada.

La sensazione fisica di fastidio comincia a farsi sentire.

Cominciamo a voler far ragionare la mente, magari pensando razionalmente a tutti i consigli che ci hanno dato.

“Ecco ora devo mettere in pratica tutto quello che mi è stato detto, ci diciamo, si devo farcela”.

La lotta con la mente comincia ma c’è un piccolo problemino, la sensazione di fastidio tende ad aumentare.

“EH no, rimani lì ferma ferma perché è solo questione di testa. Aspetta com’era l’esercizio che mi è stato dato?”.

Forse si riesce a gestire tutto questo per circa ¾ minuti poi la sensazione vince sul corpo e i pensieri diventano ingestibili.

Il trucco è usare la fisiologia.

I pensieri influenzano la fisiologia così come la fisiologia influenza i pensieri.

Allora, se partire dai pensieri non aiuta, perché non partire dalla fisiologia per gestire al meglio i pensieri?

Concetto ripreso tante volte e anche dalle teorie più moderne ma sempre in modo “razionale”.

Il vostro corpo può diventare lo strumento più importante che avete sempre a disposizione.

Ecco cosa potete fare in quei momenti:

-Ridere;

-Saltellare;

-Fare le scale;

-Andare a fare una corsa o camminata veloce;

-Ballare;

-Cantare ad alta voce.

Questa è la lista delle cose che faccio io ma ognuno di noi potrebbe arricchirla.

[Tweet theme=”basic-full”]Il vero segreto per gestire l’ansia è FARE non PENSARE.[/Tweet]

Chi ha lavorato con me e lavora con me sa perfettamente che l’aspetto forse più difficile di questo processo è convincersi che bisogna fare e non pensare.

Dopo aver abituato il corpo ad agire alla sensazione di ansia in modo efficace ecco che potete lavorare sul pensiero come meglio credete: counseling, coaching, psicoterpaia ecc….

Buon lavoro!

 

La cosa che amo di più del mio lavoro è il poter condividere anche con chi mi segue le mie esperienze così come voi fate con me.

Come già scritto varie volte credo fortemente nel potere della condivisione dei fatti di vita.

[Tweet theme=”basic-full”]Tutto ciò che accade nella tua vita è sempre un punto di forza perché porta con sé gli insegnamenti dai cui ripartire.[/Tweet]

Oggi riesco a fare quello che faccio anche grazie a tutto ciò che ho affrontato e sto affrontando nella mia vita e grazie a voi che ogni giorno mi scrivete.

Proprio questa mattina dopo aver ricevuto una richiesta di aiuto mi sono fermata a riflettere e ad un certo punto ho sentito la necessità di rispondere a questa persona facendo riferimento alla mia esperienza.

Condivido anche con voi, sono sicura che sarà di ispirazione per tanti altri.

Sono passati ormai 6 anni.

6 anni di guerra orientata al non so dove.

Lei ha la sua vita ormai da anni, lui anche.

Eppure è una guerra.

Per soldi?

No, non ce ne sono.

Per amore?

No, questo non è amore.

Mi sto chiedendo dopo 6 lunghissimi anni da dove possa scaturire questa ostinazione nel creare dei problemi da parte di una ex moglie, che potrebbe essere anche un ex marito naturalmente.

Gli avvocati?

Si fanno solo guerra tra di loro. Non comunicano, giocano a chi è più grande in aula davanti al giudice. Non pensano minimante al cliente, a ciò che è bene per lui.

La parola che rimbomba in continuazione è solo: vincere.

Poi aggiungiamo tra gli attori i rispettivi nuovi compagni.

Sembra sappiamo perfettamente cosa è meglio fare.

Ecco che il casino diventa ancora più grande.

Infine arriva quel momento in cui non c’è più niente da fare: la disfatta è arrivata.

Pur di sentire la parola ragione si va avanti. Si sta sanguinando ma si preferisce morire dissanguati emozionalmente piuttosto che vedere che la soluzioni è li davanti agli occhi.

Persone sono disposte ad aiutare, ma no, la ragione, annebbia la vista.

Ogni giorno si danno colpi e si ricevono, senza un obiettivo, solo perché il legale ha detto di fare così.

Io mi ritrovo indifesa e dall’altra parte.

Sono l’altra.

Ogni giorno pugni in faccia quelli più forti.

Cosa devo fare da mamma per tutelare mio figlio?

Cosa devo fare di fronte a tante ignoranza e cattiveria.

Una dura prova per me, ogni giorno.

Non posso permettermi di annebbiare la mia mente con la rabbia e l’odio.

Posso solo pensare a fare ciò che possa proteggere me e mio figlio che non centriamo nulla in tutto questo.

Io non sono la causa di quella separazione.

Non ho fatto nulla per portarti via il tuo ex marito.

Nessuno ti ha tolto niente, nemmeno ciò per cui tu stai lottando inutilmente.

Allora perché tutto questo?

Sinceramente penso non ci sia un perché preciso e alla fine l’unica cosa che mi viene da dirti è solo:

ti perdono cara ex moglie, ma togliti dai c………i!

Sono le ore 1830 circa. È domenica, sono in macchina con il mio compagno.

Il mal di testa comincia a diventare sempre più forte. Prendo un antidolorifico, ma non fa effetto.

Ad un certo punto la vista si annebbia e inizio a vedere nero.

La fitta alla testa diventa sempre più forte, gambe e braccia cedono.

Il respiro si fa affannoso e la salivazione cessa.

Solo un filo di voce per chiedere a Gianpaolo di chiamare un’ambulanza.

La paura cresce, ma il mio dialogo interno è ancora lucido.

Applico tutto quello che so per rimanere tranquilla e poter raccontare al medico in arrivo quanto sta accadendo con le mie parole.

Una vocina mi dice: “tanto lo sai cosa dirà appena ti vede in queste condizioni”.

Non voglio dare peso a ciò che la mia mente dice, il male alla testa è troppo forte.

Ecco che riesco a percepire la sirena dell’ambulanza che arriva in codice rosso.

Il cuore inizia a battere più forte. La mia mente va a quel ricordo del 28 giugno del 2005. Quell’ambulanza, quel ricovero.

Il medico apre la portiera della macchina e inizia a farmi domande:

“Come ti chiami?”

“Mi chiamo Caterina”, rispondo.

“Cosa succede?”, continua.

“Ho una forte fitta alla testa, vedo pochissimo non sento più gambe e braccia e non ho più salivazione”

La risposta del medico: “Ogni quanto ti capitano questi attacchi di panico?”

NOOOOO! Non ci posso credere!

Sta succedendo ciò che temevo accadesse.

Non è un attacco di panico, ho dei sintomi fisici ben precisi che ti sto spiegando lucidamente, non puoi farmi questa domanda.

Stai tranquilla, mi dico, continua a spiegare i sintomi con calma vedrai che capisce.

“Non è un attacco di panico dottore, li conosco bene e se fosse un attacco di panico non parlerei così lucidamente”.

“Certo, capsico risponde il medico, ora andiamo in ospedale così facciamo un controllo e somministriamo un calmante, intanto continua a respirare”.

A quel punto non so se piangere o ridere. La debolezza di quel momento mi porta dire semplicemente “va bene”, proprio come quel giorno in ospedale.

Arrivo in ospedale mi portano subito in zona triage.

L’infermiere arriva dopo qualche minuto, mi prende i parametri e mi chiede: “cosa succede Caterina?”.

Rispiego quanto accaduto. La sua risposta: “ti capitano spesso questi attacchi di panico?”.

A quel punto sale la rabbia. Non so se prenderlo a schiaffi per la sua incompetenza o se chiedere di un dottore preparato.

Alla fine opto di ripetere la risposta che ho dato anche al dottore dell’ambulanza: “non è un attacco di panico. Se lo fosse di sicuro non sarei in grado di spiegare i sintomi in questo momento”.

L’infermiere mi guarda con quel sorrisetto da faccia da schiaffi e mi risponde: “certo, ora chiamo il medico, intanto le somministro un calmante”.

A quel punto la mia risposta è secca: “Se solo osa a somministrarmi quella merda la denuncio. Sa come funziona, prima di somministrare un calmante bisognerebbe consultare uno specialista, a me lei sembra solo un infermiere del triage. Io ho un forte mal di testa e lei qui vuole somministrarmi un calmante?”.

Le mie parole bloccano l’infermiere in uno sguardo tra la sfida e l’incredulità alle mie parole, poi arriva la risposta: “la porto dal medico”.

Sala visite.

Chiudo gli occhi in attesa del mio turno, e prima che il medico si avvicini, l’infermiere, pensando dormissi dice : “Dottore c’è un attacco di panico che rifiuta trattamento”.

Apro gli occhi immediatamente, incrocio lo sguardo dell’infermiere.

Decido di non dare seguito alle sue parole e rivolgo un sorriso al dottore spiegando i sintomi.

Il dottore con molta semplicità guardandomi le pupille capisce di cosa si tratta. Si gira verso l’infermiere e dice: “ma quale attacco di panico.. preparala per una tac”.

Poi si gira verso di me e mi dice: “Ci scusi Caterina, ora mettiamo a posto tutto per farla stare subito bene”.

Inutile dire che il mio sguardo va di nuovo sull’infermiere. Questa volta però lo vedo con gli occhi diversi.

Non dice nulla, non dico niente.

Dopo qualche istante mi viene a prendere per portarmi a fare la Tac, questa volta cerca di evitare il mio sguardo.

Non voglio lasciare questa cosa in sospeso.

Appena terminata la tac, torno in sala osservazione in attesa dell’esito chiedo a Gianpaolo di andare in auto a prendere una copia del mio libro.

Dopo circa due ore arriva la risposta ed è sempre il solito infermiere che viene a prendermi per riportarmi dal medico. Questa volta cerco lo sguardo e quando finalmente mi guarda prendo il mio libro e con uno sorriso glielo porgo dicendo: “Sai, a volte basta semplicemente chiedere scusa. Questo libro ti servirà per capire meglio i pazienti con attacchi di panico e usare le parole giuste quando dovrai gestirli.”

Gli metto letteralmente il libro tra le mani, prendo la mia lettera di dimissioni e mi avvio verso l’uscita.

Sono quasi fuori dall’ospedale quando sento chiamarmi.

Mi giro e con molta sorpresa vedo che è l’infermiere a chiamarmi. Penso di essermi dimenticata qualcosa invece mi raggiunge mi porge il mio libro una penna e mi dice: “Una figura così merita una autografo”.

Inizio a ridere e con molto piacere faccio la dedica a quell’infermiere che dopo tutto si è preso cura di me.

Oggi mentre scrivevo questo post ho consapevolizzato quanto sono cambiata.

Ho realizzato soprattutto come ho imparato ad esprimere in maniera corretta ciò che ho dentro.

Ho anche imparato quanto ignoranza c’è ancora rispetto a queste emozioni che non sono ancora conosciute. Soprattutto quanto si può far male ad una persona con le parole senza saperlo. Un po’ come quando appena uscita dall’ospedale chi mi incontrava mi diceva: “ciao Caterina, ho saputo che hai avuto l’esaurimento nervoso”. Le parole fanno male, saperle usare è veramente importante. Ascoltare è essenziale per aiutare un paziente. L’ansia bisogna conoscerla prima di diagnosticarla.

Per tutto il resto… Ansia Che ridere!

 

Un giorno decisi di scriverti, sinceramente non avevo alcuna idea di come sarebbe andato il nostro incontro di Coaching.  Ero emozionata e in ascolto. Determinata a lasciarmi guidare in questa avventura: ritrovare l’equilibrio perso.

La musica, la tua voce, il mio sentire era impossibile non lasciarsi andare, mollare ancore e zavorre che da troppo tempo bloccavano ogni movimento. Man mano che lavoravamo il mio cuore si faceva più sereno ed il respiro più leggero. Quel vento di energia che sentivo sul viso e sul corpo aveva la capacità di infondermi fiducia, darmi il coraggio di affrontare con determinazione paure e fantasmi che affollavano la mente.

Tu eri al mio fianco pronta a sorreggermi nel caso lo sconforto fosse stato troppo grande, era bello sapere che qualsiasi cosa fosse accaduta l’avremmo superata insieme perché in quel momento tu eri lì per me, con me per restituirmi a me stessa.

L’esperienza fatta in quelle meravigliose 3 ore è stata incredibile: paura, tristezza, felicità, coraggio, forza, rabbia, gioia, dolore, pace, promessa, incontro, speranza…

Emozioni che si mischiavano tra loro portandomi sempre di più verso me stessa, nella profondità della mia anima, fino all’incontro con chi sei stata, chi sei ora e chi vuoi essere.

Sono uscita da quel pomeriggio stremata ma piena di una serenità interiore che da tempo non provavo. Ero come sospesa tra il “qui ed ora” ed il futuro. Ora sapevo dove volevo andare. Per la prima volta avevo chiara la direzione e non né avevo paura. Portavo a casa con me un dono:

[Tweet theme=”basic-full”]Se desideri cambiare la tua vita lo puoi fare applicandoti ogni giorno con costanza e determinazione[/Tweet]

[…]Dovremmo tutto imparare a fare  quello che io sto imparando piano piano a fare perché tutti noi meritiamo di trovare il nostro centro e l’amore per noi stessi, solo così la felicità tornerà a bussare di nuovo alla nostra porta.

Grazie di cuore

B.A

Non è forse da tutti raccontare cosa si “nasconde” dietro una sessione di Coaching. In fin dei conti non è un segreto e penso possa essere utile per capire cosa si faccia realmente durante un incontro.

Non farò paragoni con Psicologi o Counsellor, non servono a nulla, semplicemente vi racconterò ciò che faccio con le persone che mi chiedono aiuto. Naturalmente la mia è solo una metodologia di lavoro che può essere diversa da quella utilizzata da altre persone, ma di base ci sono gli stessi presupposti.

Il Coach non è un super eroe. Se così si presenta, dubitate dell’efficacia.

Il Coach è una persona che prima di tutto fa e ha ottenuto risultati rispetto ciò che predica. Si chiama congruenza. Se così non è non potrà mai guidarvi nel vostro allenamento. Perché? Semplicemente perché non conosce i processi di ciò per cui state chiedendo aiuto.

Andiamo oltre queste premesse dovute, ma forse scontate.

Le richieste di aiuto le gestisco sempre via email. Invito le persone che mi contattano a scrivermi: mi faccio spiegare cosa provano e cosa vogliono.

Amo molto letteralmente perdermi nelle parole di chi mi scrive. Dopo aver letto chiudo gli occhi e immagino la storia di questa persona.

[Tweet theme=”basic-full”]Dalle parole emergono sempre le emozioni[/Tweet]

Respiro e lascio andare.

Mi piace immedesimarmi per qualche istante: se io fossi attrice protagonista cosa farei per raggiungere quell’obiettivo?

Solo se riesco a vedere il raggiungimento dell’obiettivo accetto di aiutare la persona.

Si, sto dicendo che non sempre accetto di affiancare le persone in un percorso di Coaching.

Perché?

Voi accettereste mai di farvi accompagnare da un taxi senza luci accese?

Il Coach è la persona che può fare luce là dove tu l’hai spenta.

Non dispensa soluzioni o consigli: riesce semplicemente a vedere prima un risultato che aspetta di essere raggiunto. Se non riesce a vedere il punto di arrivo il suo intervento non sarà efficace.

Ecco perché prima di accettare di accompagnare una persona nel suo percorso faccio un gran lavoro su di me.

[Tweet theme=”basic-full”]É una grande responsabilità quella di essere parte della vita di un’altra persona anche solo per qualche ora.[/Tweet]

Mettere da parte il proprio sé e la voglia di successo per entrare nella pelle di un’altra persona non è facile in quanto bisogna adottare un diverso punto di vista che forse non ci appartiene. Bisogna accantonare il giudizio e ascoltare con le orecchie dell’altra persona.

Non confondiamo questo atteggiamento con l’empatia, stiamo parlando di altro.

Quando aiuto una persona mi sento il co-protagonista della sua storia. Immagino come attraverso i suoi processi mentali possa arrivare a raggiungere gli obiettivi. Sono convinta che ognuno di noi ha le competenze per realizzare i propri sogni, a volte quello che manca è credere nelle risorse che già si hanno. Questo è il punto cruciale.

Tu credi in ciò che vuoi raggiungere?

Hai chiaro dove vuoi andare?

Questo aspetto è la prima cosa su cui lavoro.

Se la persona non sa dove andare, aiutala a fermarsi e insegnale ad ascoltare.

Penso sia uno dei momenti più difficili e delicati per un Coach.

Questa è la fase in cui mi fermo ad osservare ciò che accade.

Mi fermo. Non commento. Non giudico. Ascolto e attendo.

Faccio ripetere alla persona più volte il suo obiettivo e glielo faccio immaginare raggiunto.

Come stai dopo averlo raggiunto?

Come stanno le persone accanto a te dopo che lo hai raggiunto?

Si procede solo se le risposte a queste due domande sono positive sennò sarà la persona stessa a capire che non è la strada giusta.

Non tocca al Coach a dire ciò che è giusto o sbagliato. Il Coach fa solo domande, quelle giuste.

Quando l’obiettivo è chiaro nel cuore ecco che come Coach posso iniziare a prendere per mano la persona per condurla verso quelle porte che non ha mai voluto aprire.

E poi cosa succede quando apro la porta che non hai mai aperto?

Ti accompagno per qualche passo e poi ti lascio andare..

Questo è il vero fine di una sessione di Coaching lasciare volare la persona da sola dopo averla aiutata a spiegare le ali e a vedere là dove prima non guardava.

 

 

 

Qualche giorno fa ho letto un articolo che parlava di amicizia.

È un argomento sul quale ho sempre scritto poco.

Non perché non la ritenga importante, ma perché è un aspetto della mia vita che mi ha fatto molto soffrire.

Quando mi separai da mio marito la prima persona a cui lo dissi era proprio la mia migliora amica.

Quella persona con cui ho condiviso tutto, le cose belle e brutte. Il primo bacio dato ad un ragazzo, le delusioni e anche il giorno del mio matrimonio.

Quando mi ammalai la chiamai al telefono dall’ospedale. Ricordo come se fosse oggi quel momento. “Ciao Silvia, sono io. Sto male e sono in ospedale”.

La sua risposta fu molto fredda “Ancora? Mi dispiace non posso venire a trovarti”. Furono le ultime parole che mi disse.

Da quel giorno non ho più voluto sapere di avere un’amica. Quella che viene definita “la migliore amica”.

Ogni volta che conoscevo una persona che sarebbe potuta diventarla facevo un passo indietro ed ecco che il distacco tornava all’attacco. Nelle mie orecchie rimbombavano ancora quelle parole fredde “non posso venirti a trovare”.

Poi la vita ti riserva sempre delle sorprese, quei doni che non ti aspetti e realizzi solo dopo di averli ricevuti.

Ti ritrovi davanti persone che pensi siano come tante altre invece poi si rivelano così preziose e importanti per la tua vita.

Vorresti dirle quello che provi, e raccontarle ciò che significa per te, ma non lo fai. “Sono solo stupidate, pensi”.

Poi ti rendi conto che invece non lo sono.

Quando sei nei momenti difficili sei felice di sapere che hai una spalla su cui appoggiarti. Sei felice di sapere che non sarai giudicata. Sei felice di sapere che lei c’è.

Non importa se ci si vede poco e per quanto tempo, lei c’è, a qualsiasi orario e per qualsiasi cosa.

Le amiche, quelle vere, sono le persone che saranno sempre vicino a te. Non sono come i mariti o i figli, loro ci saranno sempre anche quando fai delle cazzate.

[Tweet theme=”basic-full”]Le vere amiche ti ascoltano, ti guardano e poi ti dicono•”Ok, andiamo io ci sono”.[/Tweet]

Questo è la meraviglia che la vita mi ha donato per farmi credere che l’amicizia quella vera esiste e che posso ancora crederci.

Grazie Stefania.

Cos’è l’ansia?

Nel corso della vita tutti abbiamo provato stati d’ansia almeno una volta.

Riguardo questo termine c’è ancora molta confusione.

Spesso quando si parla di ansia si pensa al disturbo d’ansia, senza tenere presente che prima di tutto è una risposta difensiva del nostro organismo in riferimento ad una minaccia esterna.

L’ansia è uno stato emotivo caratteristico dell’uomo ed è generata da un meccanismo psicologico di risposta allo stress.

L’ansia è una forma di pre-occupazione rispetto qualcosa che non sappiamo se accadrà e come accadrà.

In termini più tecnici svolge la funzione di anticipare la percezione di un eventuale pericolo prima ancora che quest’ultimo sia realmente sopraggiunto.

L’ansia svolge pertanto una funzione protettiva nella nostra vita e si attiva quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa.

L’ansia funziona da campanello d’allarme: la reazione fisiologica del corpo di fronte ad un pericolo è quella di prepararsi all’azione.

Ci sono alcuni sintomi sia cognitivi e fisici peculiari quando lo stato ansioso si presenta.

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L’ansia quindi è primariamente una difesa per il nostro organismo.

Si trasforma in un disturbo d’ansia quando la risposta è eccessiva tanto da complicare la vita quotidiana delle persone.

 

Quando diventa patologia?

I casi in cui si può definire uno stato d’ansia patologico sono due:

  • quando la risposta ansiosa è non equilibrata rispetto lo stimolo scatenante (stressor). L’individuo se ne rende conto ma non riesce più ad utilizzare al razionalità per far fronte a questa situazione. Si parla proprio di reazione esagerata;
  • quando lo stato ansioso compare senza che ci sia lo stimolo scatenante. Senso di soffocamento, confusione, paura di perdere il controllo fino ad arrivare all’attacco di panico. Questi episodi essendo imprevedibili possono causare difficoltà nella gestione quotidiana delle attività della persona.

Questa differenziazione è veramente molto importante. Molti pensano di avere un disturbo d’ansia solo perché fanno fatica a far fronte alle difficoltà quotidiane. Allora si arriva magari a prendere psicofarmaci anche quando inutile. Dal momento in cui si entra nel loop di pensiero in cui si pensa di avere una “malattia” ecco che il gioco è fatto. Si tende a deresponsabilizzarsi e a pensare che bisognerà farci l’abitudine.

Questa convinzione deriva dal fatto che molti di noi non sanno cosa sia realmente l’ansia.

Ecco cosa fare

Partendo da quanto ho scritto all’inizio, quali cose diverse si possono fare nel momento in cui ci rendiamo conto di pre-occuparci troppo di qualcosa del nostro futuro?

Di sicuro una cosa che aiuta e riportare l’attenzione nel qui e ora, nel presente.

Il passaggio numero due è farsi domande utili come: quali azioni posso fare per ottenere ciò che mi aspetto dal mio futuro?

Aiutate la vostra mente a creare l’immagine di ciò che vi piacerebbe ottenere. Le immagini creano sensazioni. Immagini belle creano sensazioni piacevoli. In questo modo sarete gestori del vostro stato d’animo.

Conclusioni

L’ansia non è sempre una patologia, la maggior parte delle volte nasce perché non si lasciamo fluire le emozioni, non si ascoltano.

L’ansia nasce dalla reazione, ecco perché diventa importante agire alle emozioni.

L’azione plasma l’emozione e la trasforma in risorsa, ecco il vero segreto.

 

 

 

 

Argomento molto controverso quello del tradimento, ma abbastanza presente nelle nostre vite, più di quello che possiamo immaginare.

Il tradimento o anche solo il pensiero di poterlo subire o agire è una fonte d’ansia piuttosto certa.

Per qualcuno può essere perdonato per altri assolutamente no.

C’è una cosa che ho imparato a fare quando lavoro con coppie o persone che mi chiedono aiuto per gestire le conseguenze di un tradimento o semplicemente aiuto per gestire il pensiero di un possibile tradimento: astenermi dal giudizio.

[Tweet theme=”basic-full”]Il tradimento, reale pensato, va capito prima che giudicato. (Caterina Pettinato)[/Tweet]

Molto spesso è facile giudicare chi tradisce.

Il problema sta proprio nel giudizio che nella nostra mente si insinua nel momento in cui veniamo a conoscenza di un tradimento.

Se vuoi farti un’idea più concreta esistono tantissimo portali dove le persone possono “confessare”, è molto interessante leggere cosa accade.

Viene spontaneo prendere le difese di chi lo ha subito. È difficile entrare nella mappa di pensiero del “traditore” proprio per il pregiudizio.

Attenzione non sto giustificando chi tradisce. Sto solo dando un punto di vista diverso.

 

[Tweet theme=”basic-full”]Osservare ciò che non piace da una prospettiva nuova aiuta capire ciò che apparentemente ci spaventa.[/Tweet]

L’ho fatto perché tu…

L’hai fatto perché io…

Tipiche frasi.

Ma nessuno si ferma ad osservare l’opportunità che in alcuni casi può portare un tradimento o un pensato tradimento.

Quello che mi capita più spesso sono casi in cui il lui o lei della coppia è tentato verso un possibile tradimento.

Il copione è sempre lo stesso. Periodo di cambiamento nella coppia, il compagno o la compagna si iniziano a guardare con occhi diversi e tutta quella complicità che si aveva una volta sembra essere sepolta.

Ecco che inizia il gioco del: “sei cambiato/a” o del “non mi consideri più”.

La vita di coppia diventa un routine.

Poi accade quella cosa che riaccende in te un piccolo fuocherello nel tuo cuore.

Non è di certo amore o voglia di tradimento. Ma è come se un giorno tutte quelle sensazioni iniziano a farsi risentire. La tua mente inizia a ricordarsi che il tuo compagno è stato anche il tuo amante.

Si ricomincia a guardare con occhi diversi chi ti sta vicino.

Poi però il pensiero va all’altro e se non si gestisce il danno è compiuto.

Il danno non è il possibile tradimento in sé, il danno è come tu reagirai se non gestisci questo momento con fermezza introspettiva.

Allora cosa fare?

Parti dall’idea del possibile tradimento. Rivivi le emozioni che tanto ti mancano. Usa l’immaginazione. Poi immagina di poterle rivivere con la persona che hai accanto. Cosa succede? Come stai?

A volte si cerca all’esterno ciò che abbiamo vicino. Ci si dimentica semplicemente che si ha e che si può avere in maniera molto più semplice.

Certo ci sono quei casi in cui ci si può rendere conto che effettivamente qualcosa è cambiato nella coppia. Si può scoprire di non essere più innamorati. Allora cosa si fa?

Una parola: onestà nei sentimenti verso se stessi e la persona che abbiamo vicino.

La domanda che solitamente mi fanno durante la Coaching è: ma a te Caterina è mai capitato?

Rispondo sempre molto timidamente a questa domanda 🙂 , ma poi penso quanto possa essere di aiuto alla persona che ho di fronte.

Io ho sempre tradito finché ho capito cosa volesse dire per me tradimento.

È stato così che ho rovinato il mio primo matrimonio e dopo quello anche altre storie a cui tenevo.

[Tweet theme=”basic-full”]Il tradimento è primariamente una mancanza di amore verso se stessi (Caterina Pettinato)[/Tweet]

Quando ti ami e ti accetti, sei anche in grado di ascoltare le tue emozioni e di esprimerle. Quando fai questo il tradimento non esiste più: o ami o non ami.

Buona riflessione

 

L’ansia non deve farti paura.

Molto spesso viene descritta come un mostro, come qualcosa da sconfiggere.

Vuoi sapere un segreto?

Cambia punto di vista.

[Tweet theme=”basic-full”]L’ansia non è un mostro e non è necessario sconfiggerla (Caterina Pettinato)[/Tweet]

L’ansia è un’emozione e come tale ha senso di esistere, di essere ascoltata e di essere espressa, non mi stancherò mai di ripeterlo.

Proprio l’altro giorno durante il corso –Ansia? Che ridere!- è stato affrontato il tema dell’utilità o meno di esprimere le proprie emozioni, senza giudizio e senza paure.

C’è ancora chi sostiene che non sempre le emozioni vadano espresse perché “chissà cosa nascondono”, io invece affermo che se ti è utile esprimere ciò che senti fallo. Non temere il giudizio o di scoprire chissà che cosa, a volte è veramente più semplice di ciò che ci fanno credere.

Quando ero ricoverata in psichiatria non mi era possibile esprimere ciò che avevo dentro il più delle volte. Anche una semplice domanda o affermazione avrebbe potuto essere interpretata.

Mi ricordo ancora di quella volta in cui chiesi all’infermiera che tipo di farmaco fosse ciò che mi stava somministrando, e la sua risposta fu “prendilo e basta”. Inoltre, non contenta, scrisse nella mia cartella che non stavo collaborando alla terapia.

Che idea mi sarei potuta fare riguardo l’esprimere le mie emozioni?

Fin da piccola ho fatto fatica ad esternare ciò che avevo dentro, non andava mai bene ciò che provavo, era sempre giudicato. Nel momento in cui sono crollata da una parte mi veniva detto che dovevo imparare a buttare fuori ma dall’altra avrei dovuto rispettare delle regole.

Paradossale no?

Proprio l’altro giorno durante un mio corso mi sono confrontata con uno psicoterapeuta vecchio stampo e con molto dispiacere ho constatato ancora questa tendenza a considerare chi soffre di stato ansioso “patologico”.

Ma l’ansia è anche un’emozione che va gestita, prima che diventi patologia devono accadere cose specifiche!!

Non si prende nemmeno in considerazione minimamente che l’ansia è anche un’emozione che può essere gestita, espressa trasformata.

Così che i giovani, a soli 20 anni si ritrovano diagnosi non precise e non spiegate e si sentono “patologici” tanto da sentirsi in dovere di chiedere psicofarmaci anche quando non è necessario. Si sentono inadeguati e malati.

Ma ci si rende conto di quanto possa essere invalidante per una persona sentirsi dire “sei malata, e dovrai abituarti?”.

Quel giorno in cui con occhi imploranti chiesi allo psichiatra del reparto di ascoltarmi senza scrivere fu la svolta di tutto: “ho solo 25 anni, dissi, ho tutta una vita davanti”.

Forse io sono stata fortunata, forse ho incontrato lo psichiatra giusto, ma nel mio cuore c’è ancora quell’idea che qualcuno rispetti le emozioni e il diritto di poterle esprimere così in maniera naturale.

[Tweet theme=”basic-full”]Esprimere le emozioni non è un patologia, ma un atto di amore verso se stessi (Caterina Pettinato)[/Tweet]

 

Ho sempre detto di non essere un’eroina. Sono un essere umano, che vive, sbaglia, piange e va avanti facendo il meglio che può.

Faccio le cose con amore e passione, così come tutti gli altri.

E come tanti altri sono debole a volte. Ma non me ne vergogno. Almeno non più. Ho passato anni a tenere nascoste le mie emozioni per paura di essere etichettata di nuovo. Poi la presa di coscienza che non avevo niente di rotto o sbagliato. Solo il bisogno di esprimermi e di non giudicarmi.

Sono andata avanti con tutte le mie forze per rifarmi una vita, e farmi la mia famiglia. Una professione che amo, un libro pubblicato (la realizzazione di un sogno) , le persone che ogni giorno ho intorno e che mi scrivono.

Eppure a volte ho la sensazione che appena raggiungo un po’ di serenità qualcosa è li pronta per rompere il mio equilibrio. O meglio per mettermi alla prova. Ecco cosa sta accadendo in questo periodo. Una dura prova, una nuova sfida.

L’altra sera, non riuscivo a dormire. Il mio pensiero è andato a quando ero ricoverata. Durante le notti insonni andavo nel salone per guardare il cielo dalla vetrata. Mi dava l’idea di essere nell’infinito nel cielo e mi rilassava. Così mi sono alzata e sono andata in mansarda a guardare il cielo dalla finestra alta. Da lì si vedevano le stelle e la luna. Ripensavo agli avvenimenti degli ultimi mesi e la sensazione di soffocamento aumentava.

E se morissi? non sarebbe meglio?

Ma poi… ho sentito una voce che mi ha chiamata “mamma” e subito è come se mi fossi risvegliata da quel brutto sogno che stavo vivendo con la testa.

Quella vocina ha cambiato tutto e in un solo istante. Ma a cosa sto pensando? A mollare tutto?. E tutto quello che ho fatto fino a questo momento?

Tutto finisce.

Subito mi sono detta: devo farlo per mio figlio, ma poi pensandoci bene non era corretto.

Non devo fare le cose per gli altri, ma per l’amore che ho verso me stessa. Come puoi dare amore agli altri se non lo hai per te stessa. Che modello vuoi essere per tuo figlio?

Ecco che qualcosa è cambiato immediatamente nella mia testa.

[Tweet theme=”basic-full”]Ricorda che ciò che fai è prima di tutto per te, non per altri. Questa è la grande forza della coerenza. (Caterina)[/Tweet]

É vero ci sono momenti difficili, ma tu non sei quel momento. Il problema non fa parte di te. Ciò che accade sono solo istanti che passano solo quando li lasci scorrere. Se con la mente rimani intrappolato nelle situazioni non passeranno mai oltre. Non si scioglieranno mai.

C’è una tecnica che il mio mentore e guida Richard Romagnoli mi ha insegnato: il respirare per ciò che voglio sciogliere.

Ecco cosa ho fatto quella notte, mentre guardavo le stelle e pensavo alla mia vita: respiravo.

Il mio cervello si è ri-ossigenato e in poco tempo e quello che era una sfida si è trasformata in un’opportunità. Nella mia mente sono iniziate ad affiorare tutte quelle che ho vinto nella mia vita e che ho avute grandi soddisfazioni. Tutte quelle volte che sembrava impossibile ma poi… sono arrivata ben oltre le mie aspettative. In fin dei conti mi è sempre piaciuta l’immagine delle guerriera.

Ecco è così che voglio essere davanti mio figlio: una guerriera, che va a prendersi ciò che vuole con delicatezza e amore senza combattere, ma con un’unica forza motrice: l’amore per se stessi.

Questo voglio insegnare a mio figlio.

 

 

Ci sono quei momenti della vita in cui tutte le combinazioni astrali pare ce l’abbiano con te.

Cadi e ti rialzi. Cadi e ti rialzi. Ma arriva quel giorno in cui cadi e non vorresti più alzarti.

Ogni giorno ricevo email che mi toccano il cuore. Quella sensazione la conosco benissimo.

Vi voglio raccontare questo episodio accaduto durante uno dei miei ricoveri ospedalieri.

Era un pomeriggio di luglio. Da qualche giorno ero ricoverata in una clinica specializzata in disturbi d’ansia. Non parlavo e volevo stare da sola.

Ad un certo punto mi vennero a chiamare: c’erano visite.

Subito non lo riconobbi da lontano, ma poi avvicinandomi capii chi fosse venuto a trovarmi.  Sentii le gambe cedere e caddi a terra.

Immediatamente arrivarono gli infermieri che cercavano di rianimarmi, io sentivo tutto ma non riuscivo a reagire. Mi chiamavano, mi tenevano la mano, mi davano pizzicotti. Niente. Rimanevo lì immobile. La mia testa mi diceva: “rimani qui, basta ormai ne hai passate troppe, non ti rialzare, lascia perdere”.

Più mi chiamavano più non riuscivo a rispondere. Più mi dicevano: “forza apri gli occhi”, più io dicevo nella testa: “no, basta, lasciatemi stare”.

Poi sento una voce diversa che mi dice: “cazzo tu non puoi mollare!”

I miei occhi si riaprirono immediatamente a quelle parole.

In quel momento non realizzai subito ciò che accade.

Parlavamo di periodi di vita. Come fare in quei momenti in cui non hai più le forze per andare avanti? Ci sono situazioni in cui addirittura mancano delle condizioni oggettive per proseguire (soldi, aiuti primari ecc..) eppure una soluzione la devi trovare.

Cosa fai? Cadi a terra e non ti rialzi o tocchi il fondo poi risali?

Quali sono quelle condizioni realmente oggettive che possono impedire la tua risalita?

Ti dico la verità, ce ne sono veramente poche. Molto spesso quello che vedo io sono scuse più che limiti oggettivi.

Quello che ci capita non è sempre controllabile, non dipende sempre da noi, allora cosa fai? Ti punisci perché non puoi fare niente e per punirti ancora di più rimani in quella situazione? O accetti e ti sposti?

Accanirsi contro ciò che capita non serve a niente, se non a creare altra energia negativa intorno a te, ad attirare ciò che non vuoi.

“È una questione di principio” mi sento spesso rispondere. E vedo persone che rimangono anni dentro certe situazioni, e piano piano soccombono.

Proprio questo mese, posso dire che sia stato uno dei mesi peggiori di quest’anno per varie cose. Ho preso tanti di quei “pugni” che potrei di nuovo essere in quel reparto, a terra con gli occhi chiusi.

E non sto parlando di problemi leggeri.

Eppure proprio mentre ero seduta da sola nella mia mansarda a riflettere, tutto mi è tornato in mente. Mi sono girata e i mio sguardo è caduto sul mio libro appena uscito. Le lacrime hanno cominciato a sgorgare e le parole di quell’infermiere mi sono tornate alla mente “tu non puoi mollare”.

Mi sono resa conto che me la stavo raccontando.

Ad oggi non ho risolto il mio problema, ma posso dire che è vero che

 

[Tweet theme=”basic-full”]la merda capita, ma io posso sempre spostarmi.[/Tweet]

Ho conosciuto Barbara, durante una delle mie presentazioni gratuite di -Ansia? Che Ridere!- Fu la prima da arrivare. La sua solarità mi colpì subito e ci gustammo un caffè insieme in attesa dell’inizio del corso. Dopo quella giornata mi scrisse una email in cui mi diceva che avrebbe voluto fare Coaching con me. Così abbiamo fissato la nostra sessione.

L’aspetto che mi colpì subito di Barbara, fu la voglia di cambiare, di mettersi in gioco. Era determinata ad andare avanti. Aveva già lavorato anni addietro con una psicoterapeuta, con la quale aveva raggiunto ottimi risultati, ma ora aveva bisogno di quel salto, di quell’azione finale che l’avrebbe portata nel suo sogno. Molto spesso le emozioni non gestite costituiscono un blocco per i nostri desideri, ecco perché è molto importante raggiungere uno stile di vita emozionalmente equilibrato e trasformare le emozioni in risorse.

Il resto ve lo racconta direttamente Barbara.

 

Era un giorno come tanti altri. Come ogni mattina mi sono trascinata giù dal letto e faticosamente ho fatto ciò che si fa la mattina appena svegli, quando hai fretta perché devi andare al lavoro: prepari la colazione per te e tua figlia, svegli la tua cucciola  ancora nel mondo dei sogni, fai colazione, ti lavi, ti vesti, urli qua e là per la casa per farti ubbidire da lei, esci, chiudi la porta, porti Veronica a scuola e parti per l’ufficio, sola con i tuoi pensieri e la tua nube nera sulla testa.

Poi mentre pigramente cominci la tua giornata perché non hai più voglia di sorridere come una volta, ecco che nella pagina facebook compare un post che attira la mia attenzione.

Il titolo è tutto un programma: Ansia? che ridere!

Lo apro. Leggo e decido che forse è quello che mi serve in questo momento per capirmi dentro, per ricominciare a sorridere o meglio ridere.

L’accoglienza di Caterina, il suo carisma, il suo entusiasmo ed il suo sorriso, mi hanno immediatamente smosso qualcosa dentro l’anima. Impossibile descrivere cosa mi fosse accaduto. Come quando getti un sassolino in uno stagno e pian piano si formano cerchi che si propagano dentro l’acqua, così una piccola fonte di energia positiva ha cominciato a farsi strada dentro il mio cuore.

Purtroppo la data del corso non coincideva con gli impegni precedentemente presi così dovetti rinunciare. Il seme del cambiamento però aveva cominciato a lavorare. Dire cosa di quella giornata avesse scatenato quel piccolo tarlo che stava rosicchiando le mie certezze non saprei, so solo che fu l’inizio di una fine: la fine di un capitolo ormai da troppo tempo lasciato incompiuto.

Passarono alcuni mesi e il mio senso di disagio cresceva sempre di più. Ansia, insonnia, tristezza, nervosismo. Avevo smarrito la bussola era ora di ritrovare la strada di casa. Ogni lettura, solo apparentemente casuale, mi riportava sempre verso Caterina, verso un viaggio che era il momento di intraprendere. Le scrissi. Le dissi che mi sarebbe piaciuto fare con lei coaching e il motivo del mio bisogno. Purtroppo dal momento in cui mi decisi al giorno in cui ci saremmo incontrate sarebbe passato molto tempo, ma avrei resistito, intanto il sasso era stato lanciato.

C’è sempre un motivo perché nella vita ti accadono certe cose o vivi determinate esperienze. È un motivo che all’inizio fatichi a comprendere e a volte ti porta a prendere decisioni anche dolorose ma che sono necessarie per te, per la tua crescita.

Ecco nell’attesa di trovarmi face to face con Caterina mi accaddero delle cose: lasciai il mio fidanzato, cominciai a prendere coscienza di me stessa, cominciai a vedere la mia vita da un’altra prospettiva. Ero pronta. Pronta per accogliere il mio cambiamento. Il giorno prima di andare all’incontro mi arrivò un avviso di facebook in cui mi ricordavano un evento a cui avevo detto di essere interessata. Di getto, come spinta da una forza non mia, decisi di andare. Era strano da parte mia perché di solito non vado in luoghi in cui non conosco nessuno da sola, perché ho una timidezza di fondo che spesso mi blocca. Quel giorno però tutto mi diceva di andare, tutto si incastrava alla perfezione. Andai. Fu magico. Ne uscii rigenerata  e con uno stato d’animo di ricezione e ascolto. Ero pronta.

Ed ecco Caterina. Rivederla fu come sentirsi con un’amica che conosci da sempre. Sapevo che l’incontro e il lavoro che avremmo fatto poteva essere difficile ma ero pronta a tutto, a lavorare su me stessa seguendo le indicazioni di Caterina. Lei mi dava fiducia, sapevo che qualunque cosa fosse saltata fuori lei era lì per me per sostenermi e aiutarmi. Furono ore di lavoro intense, a volte difficili altre volte bellissime e piene di magia.

Ero euforica e frastornata al tempo stesso. Mi ricordo che prima di tornare a casa mi presi altro tempo per me stessa e andai in un parco vicino a Reggio Emilia a camminare in mezzo alla natura. Non smettevo di sorridere. Ora però cominciava il vero allenamento. 40 giorni di allenamento ke decisi di seguire con costanza e determinazione.

Da quel 10 luglio la mia vita non fu più la stessa, io non ero più quella di prima: avevo ritrovato il mio centro.

Mi ritrovai a sorridere di più, si la risata “spintanea” che facevo ogni mattina aveva prodotto in me un senso di pace e tranquillità. Come se ogni  particella inquinata del mio corpo pian piano venisse ripulita potando alla luce un’anima felice.

Il mio colore spento e grigio stava sparendo e la cosa sorprendente era che davvero allo specchio mi vedevo diversa, meno tirata, meno in conflitto con me stessa.

Il lavoro che stavo facendo portava continui cambiamenti: mia figlia più allegra una gran voglia di fare e di dare agli altri. Incominciai ad amare me stessa per come ero e per come sono ora.

Iniziai a far pace con me stessa perdonandomi e lasciando alle spalle ciò che era stato. Questo mio cammino del perdono mi ha portata ad rincontrare persone con cui avevo questioni in sospeso. Il rancore aveva lasciato il posto ad un senso di pace, come se nulla fosse mai accaduto.

Certo a volte non è sempre facile riuscire a seguire questo nuovo stile di vita, ma se ripenso a come ero solo 5 mesi fa allora mi auto stimolo a perseverare in questo cammino.

Ho fatto delle parole di Richard Romagnoli il mio motto:

 

[Tweet theme=”basic-full”]ridere è respirare, respirare è vivere, ridere è vivere (Richard Romagnoli)[/Tweet]

Quindi ora rido, rido anche quando vorrei piangere perché comunque dentro di me si trasforma sempre qualcosa e quel qualcosa è sempre positivo.

Dove mi porterà questo nuovo viaggio? Verso la realizzazione dei miei sogni, si perché per la prima volta nella mia vita so cosa desidero fare.

Ho Ho Ha Ha

grazie Caterina

Come ormai abitudine, ho chiesto alla dott.sa psicoterapeuta Cristina Borroni  di scrivere qualcosa sull’ansia dal suo punto di vista. Penso che sia molto importante arricchire la nostra mente con punti di vista diversi o addirittura, come in questo caso, che si completano.

 

Quando mi è stato chiesto di parlare dell’Ansia, mi sono interrogata a lungo su quale taglio dare a questo tema e poi mi è tornato tra le mani un libro a me molto caro: “Le figure dell’ansia” di Eugenio Bornia e così ho deciso di seguire il filo del suo discorso sull’ansia…

Bornia afferma che l’ansia oscilla nei suoi modi di essere da un’ansia normale ad un’ansia neurotica, da un’ansia che si inserisce nel disturbo psicosomatico ad un’ansia che fa parte della depressione e dell’esperienza psicotica per eccellenza, da un’ansia che lascia le sue prime tracce talora indelebili nell’adolescenza ad un’ansia che si nasconde nel cuore di alcune situazioni psicologiche e umane.

Insomma, l’ansia fa parte della vita, del mondo della vita ed è la premessa alla maturazione emozionale di ciascuno di noi facendo a volte da sfondo ad alcune nostre esperienze creative.

L’ansia nella sua dimensione clinica e psicopatologica è caratterizzata da un’ansia generalizzata che si estende nel tempo e di un’ansia panica che si frantuma in una crisi acuta, da un’ansia che si trasforma in un disturbo psicosomatico e che ha nel cuore nella forma di vita anoressica le sue espressioni più significative; ma c’è anche l’ansia che si accompagna al nascere e al divenire della depressione e dell’esperienza psicotica dissociativa.

L’ansia però può essere considerata anche dal punto di vista esistenziale, ossia nel suo essere esperienza radicalmente umana, con la quale ciascuno di noi deve fare i conti, nel suo essere esperienza che collega e separa l’adolescenza dalla post adolescenza, caratterizzate da grandi conflittualità; nel suo essere esperienza che anima l’attesa e la nostalgia, la solitudine e la timidezza, l’apertura al tempo o la sua chiusura e infine nel suo essere esperienza umana che si fa sofferenza profonda e intollerabile.

Infine l’ansia può essere vista anche nelle sue risonanze estetiche e creative di alcune bellissime esperienze poetiche e narrative, figurative e cinematografiche.

Sono convinta, dunque, che l’ansia non è sempre una “malattia” alla quale si possa sentirsi estranei, ma è un’esperienza che colpisce al cuore ciascuno di noi.

Dunque cosa fare per spegnere l’ansia che ci provoca sofferenza?

Nella mia esperienza prima di tutto personale e poi clinica, risponderei: “Accettala”. La soluzione per superare gli stati d’ansia consiste nel guardarsi dentro senza negare, né fingere, così le paure e le ansie smettono di essere delle ossessioni…

[Tweet theme=”basic-full”]Bisogna imparare a partecipare pienamente a quello che accade, ad essere presenti nel presente.[/Tweet]

Non è dunque una scelta libera e consapevole e per questo rischia di scavare nel tempo un senso di vuoto e di inconsistenza che si può tradurre in una depressione reattiva. Perciò sarebbe auspicabile provare a smettere di negare i fatti negativi, imparando piuttosto a percepirli con sguardo aperto e non giudicante.

Se arriva la paura, proviamo a dire a noi stessi: “Ecco la mia paura, non cerco di pensare ad altro, resto qui con lei, per un po’”. Magari sul momento si soffrirà di più, ma si imparerà poco a poco che quell’emozione non viene per distruggerci, ma è una parte importante di noi.

 Dunque è importante “NOMINARE” l’ansia: chi nega l’evidenza spesso non chiama le cose con il loro nome e tende a sostituirle con allusioni o perifrasi. Parole come” ansia“, “infelicità”, “depressione”, o frasi come “non ti amo più” o “sono ingrassato” vengono bandite. Ogni “negatore” ha le sue parole tabù. Iniziare a pronunciarle quando serve è un ottimo esercizio per ricominciare ad ascoltarsi.

Infine, avere la capacità di “ATTENDERE” quando si ammette di avere un problema; infatti il rischio può essere quello di cercare immediatamente soluzioni drastiche e semplicistiche del tipo “tutto o niente”. Invece, occorre imparare a non dare risposte “reattive”. Se il primo passo è ascoltare l’interiorità, il secondo è quindi attendere. Non avere fretta, e sostituirai le tue soluzioni “cerebrali” a quelle su misura per te, che l’anima può farti scoprire poco alla volta, traducendole in azioni che ti permetteranno di trasformare l’ansia in un’alleata.

Concludo lasciandovi un piccolo esercizio che si può fare durante una crisi d’ansia:

Rifugiati nel punto: mentre senti l’ ansia arrivare, chiudi gli occhi e cerca un punto dentro di te, nel tuo corpo, che non viene toccato da nulla. In quel punto quel dolore, quell’ ansia non esiste. Rifugiati in quel punto. È il tuo punto luminoso, inviolabile… Stai lì e immagina che quel punto cominci espandersi… piano piano… fino a che il tuo corpo viene irradiato dall’energia benefica racchiusa nel punto inviolabile. Lentamente arriverà la pace e l’ansia sfumerà all’orizzonte.

Come sempre grazie Cristina per il tuo splendido contributo.

 

 

 

Oggi stavo riflettendo su questa domanda: come parlare della propria ansia? E con chi?
Stavo ripensando alla mia esperienza e ai tanti messaggi che ricevo ogni giorno. Le persone mi scrivono perché vogliono condividere cosa sentono e vogliono sapere cosa ho fatto io.

Mi chiedono “ma anche tu?”, oppure “è normale?, anche gli altri provano gli stessi sintomi o hanno gli stessi pensieri?”.

Ebbene si, più o meno sono sempre le stesse cose che si ripetono, ma l’aspetto più importante rimane il bisogno di parlarne, di sapere, di condividere.

Non lo si fa con tutti, e molte volte non lo si fa in pubblico. Si preferisce scrivere un messaggio privato o una email privata perché ci si vergogna di dire che si prova ansia e si ha paura. Oppure, si va nei forum. La voglia di parlarne è molto forte e quindi in un qualche modo lo si fa.

Ma cosa accade se si condividono le emozioni solo con le persone che hanno o stanno vivendo la tua esperienza? Fa bene? Quando bisogna guardare ad altre realtà?

Vi voglio portare un esempio di quando certe condivisioni sono deleterie e rischiano di farti rimanere nel problema.

Qualche tempo fa stavo leggendo in un forum delle esperienze relative all’ansia e alle metodologie alternative per gestirla.

Lasciatemi fare questa premessa: chi ha la forza e il coraggio di scrivere e condividere in un forum tendenzialmente non è patologico e non ha un disturbo d’ansia, ma ha uno stile di vita ansioso, che sono due cose bene diverse.

Comunque, questa ragazza stava cercando confronti (non soluzioni) su esperienze di vite ansiose, ponendo la domanda: “per quanto tempo avete preso psicofarmaci?”. Le risposte a questo topic sono state di due tipologie.

Da una parte chi si immedesimava completamente nelle righe scritte rispondendo cose del tipo: “senza medicinali è impossibile”, “ci vogliono anni e anni di psicoterapia” oppure la mia preferita “dovremmo abituarci per tutta la vita a convivere con questo stato d’animo”.

Dall’altra parte persone che facevano presente che tornare a stare bene si può. Sapevano ben distinguere uno stile di vita ansioso da una patologia e descrivevano come sono riusciti attraverso azioni e volontà a creare uno stile di vita nuovo.

Con molto mio stupore, ma forse non troppo 🙂 , il secondo gruppo è stato attaccato ferocemente. Addirittura qualcuno è stato accusato di farsi pubblicità.

Allora serve o no condividere?

Dipende dallo scopo che si ha.

Se vuoi raccontarti e hai l’obiettivo di trovare soluzioni si è fondamentale condividere e raccontare. Ma fallo nei contesti dove ci sono persone che possono guidarti con l’esempio.

Se invece il tuo obiettivo è cercare conforto non farlo. Non condividere. Parlare e riparlare dei propri problemi non fa altro che tenere il tuo focus sul problema e starai sempre peggio. Arriverai all’autocommiserazione, a pensare che il mondo ce l’ha con te perché tu stai male e gli altri no. Anzi si odia chi sta bene o chi ce l’ha fatta pensando quanto è stato fortunato.

Sono passata anche io per questa fase, soprattutto quando ero ricoverata. Questo atteggiamento mi stava portando ad affondare. Vedevo solo il nero. Le persone felici che avevo accanto mi davano fastidio. Stavo bene solo quando potevo lamentarmi e fare un po’ la vittima.

Poi ad un certo punto ho toccato il fondo. E quel giorno riaprendo gli occhi dopo essermi imbottita di psicofarmaci ho capito dove dovevo guardare. Avevo capito dove quei pensieri mi avevano portato.

 Ecco la regola d’oro

Circondati di persone che ce l’hanno fatta. Persone che possono farti vedere il tuo problema da una prospettiva diversa. Non avercela con loro, ma sfruttali, chiedi cosa hanno fatto e cosa fanno ogni giorno per stare bene.

[Tweet theme=”basic-full”]Le persone felici si allenano ogni giorno per esserlo.[/Tweet]

Le persone felici si allenano ogni giorno per esserlo: compiono delle azioni, pensano in un determinato modo e si circondano di gioia e felicità.

 

Tu cosa fai?

La domanda che mi rivolgete sempre più spesso sia via email che hai corsi è: “Caterina, ma tu sei sempre così impeccabile nel gestire le emozioni e la tua ansia?”. Sorrido sempre a questa richiesta, perché capisco di come molto spesso si pensa che il “vicino” sia sempre più bravo a fare qualcosa. Faccio così anche io a volte :), e ammetto che per migliorare questo aspetto di me ho impiegato molto tempo e ogni giorno è un lavoro costante.

Voglio condividere con voi la mia giornata di ieri, e so che molti di voi si ritroveranno.

Ieri mattina quando ho aperto gli occhi, non ho fatto la mia solita routine. Non mi sono ripetuta HO HO HA HA nonostante possa leggerlo in grande di fronte a me sull’armadio. Mi sono alzata incazzata e già stanca perché mio figlio mi aveva svegliata presto. Dolorante in testa per una caduta. Mi sono alzata, mi sono diretta verso il bagno, e non sono riuscita a giocare con mio figlio, ero troppo impegnata a pensare di rimanere imbronciata. Sentivo quella sensazione di morsa allo stomaco, tipica dell’ansia. I pensieri andavano a mille. Devo far tante cose, troppe, continuavo a ripetermi nella mente. Non voglio portare il mio piccolo dalla nonna è tre giorni che non mi vede. La sensazione di ansia non passa. La mia testa continua a ripetermi tutte le cose che devo fare prima di sera, incluso scrivere. Con modi non proprio gentili chiedo al mio compagno di scendere al piano di sotto con mio figlio in modo tale che io possa sistemare la zona notte -se non lo faccio io non lo fa nessuno-.  Sono già le nove della mattina e io non ho alcuna intenzione di mollare la presa con la mia mente e la mia ansia. Scendo al piano di sotto e sono talmente agitata che nel fare un movimento mi faccio male alla schiena e al collo a tal punto di dovermi far far una puntura… Secondo voi mi basta per darmi una calmata? No.. mi arrabbio ancora di più perché tutti i programmi che avrei voluto fare non posso più farli  in quanto non riesco a guidare. Ecco che scoppio a piangere, e le uniche parole che riesco a dire sono “non ce la faccio più“. Mio figlio di 18 mesi mi guarda con i suoi occhioni e mi dice “Mamma” e corre ad abbracciarmi. Ed io mi sento ancora più triste… Mio figlio non lo vedo da tre giorni e io anziché pensare a lui penso a quei pensieri stupidi e inutili. “Non sono di certo una brava madre“, mi ripeto e le lacrime continuano a sgorgare. Poi una vocina inizia a dirmi: “ma come non sei tu quella della risata? Quella del metodo delle 3A? Quella che sa trasformare le emozioni? Quella a cui le persone sono grate”. D’istinto mi viene da dire “ma chi se ne frega , oggi sono così è basta tutti hanno dei momenti no“. Poi però qualcosa avviene e non posso più ignorarlo. Mio figlio inizia a diventar noioso, e a piagnucolare per qualsiasi cosa. In un primo momento dico “ecco ci mancava solo lui” ma poi mi fermo ad osservarlo e mi rendo conto di cosa sto facendo. Con il mio stato d’animo sto influenzando quello di mio figlio e delle mia famiglia. Ormai sono passate 3 ore da quando mi sono alzata e ancora sono qui a inquinare la mia mente e la giornata degli altri? Ok è ora di darci un taglio. Guardo mio figlio, guardo mio marito e inizio a ridere. La mia mente mi dice “ma che cazzo stai facendo” e io rido più forte. Poi dopo circa 5 minuti di risate, mi fermo chiudo gli occhi e mi dico: “ok, oggi ho questa sensazione di ansia, ma cosa vuole dirmi?”. La risposta arriva subito: “sei solo stanca Caterina, prenditi del tempo per riposare”. A questa risposta mi scappa da ridere ancora di più, perché mi dico “beh, tutto qui?”, nella mia mente si erano già formati tutti quei pensieri per dirmi che ero solo stanca? Già è così che funziona.

Da una piccola emozione che vuole comunicarci qualcosa di specifico noi siamo capaci di costruire castelli e di stare male per ore o magari per giorni. E poi non contenti sporchiamo tutto quello che c’è intorno a noi. Il fatto di riuscire o meno a cambiare lo d’animo del momento è solo questione di allenamento. Non importa chi o cosa c’è vicino a noi, è sotto nostra completa responsabilità agire per cambiare il nostro stato d’animo. Questo concetto vale per tutte le emozioni.

Quindi, cosa fare in quei momenti in cui l’ansia si impossessa di noi fino a farci credere di non essere in grado di poter far qualcosa?

  1. Fermati un istante, siediti e respira (non dire che non puoi, puoi sempre chiuderei bagno con la scusa di fare pipì).
  2. Realizza che cosa stai effettivamente provando: hai ansia? rabbia? tristezza? Dai il nome giusto all’emozione che senti.
  3. Ascolta quello che realmente vuole dirti e ringraziala.
  4. Fai un’azione che ti aiuti a spostare il focus (io per esempio uso la risata che mi aiuta anche  produrre serotonina).

[Tweet theme=”basic-full”]Oggi prenditi l’impegno di non farti troppe domande, AGISCI![/Tweet]
 

“ Chi non sa ridere non è una persona seria”

(Chopin)

Quando qualcosa funziona e fa stare bene le persone si vorrebbe urlarlo al mondo intero. A volte, però, bisogna trovare la maniera giusta di farlo. Ormai mi conoscete, amo scrivere, tra poco uscirà anche il mio libro, ma soprattuto adoro lasciare spazio alle persone che vogliono raccontarsi e raccontare la loro esperienza con me.

Nella mi scrivania c’è una cassetto che amo più degli altri. É  lo spazio dove custodisco molto gelosamente tutte le email e messaggi stampati delle persone che mi scrivono dopo avere lavorato con me privatamente o tramite un corso.  Li stampo tutti e li leggo con molta attenzione, e sono tutti tesori, anche quelli che a volte mi fanno crescere.

Oggi, voglio condividere con voi uno di questi messaggi, di una persona per me molto speciale: Cristina Borroni.

Cristina prima di essere una psicoterapeuta che io stimo moltissimo, è una persona che ha deciso di crescere sempre di più con se stessa, mettendosi alla prova. Questa volta ha scelto una via che per lei fino a qualche tempo fa sarebbe stata insolita: la terapia della risata.

Quando vedo delle persone che ridono, mi viene in mente una frase che diceva sempre mia zia Maria: “Gente allegra, il ciel l’aiuta” …

Ho sempre pensato di essere una persona allegra, solare e sorridente, ma rimasi colpita da un’affermazione di mio marito che un giorno guardando delle mie foto mi disse: “però Cri, in queste foto non sorridi mai” … Come??? io non sorrido?!?

E così un giorno per caso (anche se so che nulla di quello che ti presenta nel cammino della vita avviene per caso) mi presentano un nuovo progetto nell’associazione in cui lavoro “ Yoga della risata”, organizzato da una certa Caterina Pettinato…

Nella mia mente arrivano subito questi pensieri: “ Ecco l’ennesima trovata per richiamare gente, cos’altro si sono inventati… Poveri noi Psicoterapeuti, tanti anni di studio e poi arriva lo “Yoga della risata” per combattere lo stress e l’ansia”…

Nonostante la diffidenza che avevo nei riguardi di questa “cosa strana” che si definiva “meditazione della risata”, e abbastanza controvoglia, decido di partecipare alla serata di presentazione che si sarebbe tenuta nell’Associazione (più per far bella figura e dimostrare la mia apertura nei confronti delle novità con la referente dell’associazione, che per altro!).

Bè, che dire, rimasi davvero colpita da quella serata… fui travolta da una grande energia scaturita dalla meditazione della risata, dalla musica, dai balli e infine dal rilassamento… Ridere senza motivo con persone sconosciute era possibile! Avevo una carica incredibile, non mi sentivo così da diverso tempo!

Questo è stato il primo incontro con lo yoga della risata e conobbi Caterina, Laureata in Psicologia come me, che con lo Yoga della risata, aveva portato questa ventata di energia nella mia vita…

… E sì, posso dirlo, se ti dai la possibilità di non fermarti al pregiudizio e ai preconcetti che la tua mente si costruisce riguardo a ciò che non conosci, fino a farlo diventare un nemico da combattere, bensi ti avvicini, lo conosci e ti sforzi di sperimentare, prima di giudicare, quel nemico può rivelarsi un caro amico… così è stato per me con lo yoga della risata e con Caterina!

Il 9 luglio mi si presenta una nuova grande occasione, partecipare insieme a Caterina al “Workschok della risata” di Richard Romagnoli… e così conosco Richard Romagnoli, Master Trainer e Ambasciatore nel mondo dello Yoga della risata!

Ormai ho deciso, voglio approfondire ancora di più questa pratica!

Che dire… rimango piacevolmente sorpresa dalla filosofia da cui deriva la meditazione della risata, scoprendo che è una forma di meditazione che viene dall’India (una cervellotica razionale come me è la prima cosa che nota, ovviamente!), molto vicina alla filosofia di vita che ho abbracciato qualche anno fa diventando buddista…

Bene, decido, dunque, di lasciarmi andare e mi abbandono alle mie emozioni durante il “Workschock”, termine davvero azzeccato per quella giornata, in cui vivo una carica di energia incredibile e faccio un lavoro su di me pazzesco durato un giorno, ma i cui effetti si sono poi visti anche nei giorni successivi all’incontro: avevo una maggiore serenità, concentrazione e vitalità. Passavano i giorni e risuonava spesso dentro di me il mantra della felicità “Ho ho ha ha”: ogni volta che dovevo affrontare qualcosa come un problema, una criticità, una discussione, mi ripetevo “Ho ho ha ha” e questo mi faceva abbassare il livello di ansia e stress e affrontavo la situazione con maggiore lucidità.

Ecco che mi si ripresenta un’altra grande opportunità, partecipare a due giorni di corso di Leader della Risata, tenuto da Caterina, era un corso in cui sarei diventata “Leader di Yoga della risata”, ma sinceramente a me non interessava tanto la certificazione, quanto il voler imparare a sperimentare su di me questa pratica, per vedere se funzionava davvero, per poi eventualmente proporla ai miei clienti in terapia… Nella mia professione, tutte le tecniche che propongo ai miei clienti, le sperimento prima su di me, perchè solo così posso essere convincente del fatto che funzionino…

Che dire, sono stati due giorni ricchi di emozioni e di riscoperta della mia risata interiore, la cosa che mi ha colpito di più è l’aver imparato che si può ridere anche senza motivo e soprattutto che fa bene a prescindere, perché il corpo non fa distinzione tra risata naturale e risata indotta se quest’ultima è praticata con consapevolezza e buona volontà.

… Già, consapevolezza e buona volontà… e così da una settimana ho iniziato la meditazione della risata, 15 minuti ogni mattina appena sveglia. Mi sembra di iniziare a sentirne già gli effetti: ho una grande energia, maggiore concentrazione durante la giornata, le varie cose che devo fare durante la giornata si incastrano in modo perfetto e mi ritrovo a recitare “ho ho ha ha “ quando sento che la situazione sta diventando troppo pesante o sono sotto stress…

Negli ultimi 2 giorni ho notato che mi è più facile iniziare a ridere e vado anche oltre i 15 minuti, e che spesso mi ritrovo a ridere dei miei problemi, delle mie tendenze più profonde che normalmente non voglio accettare e affrontare, e che invece la risata indotta mi porta ad farci i conti… Non so dove mi porterà questa pratica, forse diventerà un mio nuovo stile di vita e la proporrò in terapia o forse no… Intanto, siccome mi fa star bene, continuo con l’allenamento per 40 giorni con la meditazione della risata da sola al mattino e in compagnia di mia figlia che ha 5 anni durante il giorno… E vedremo cosa succederà…

 

Ho Ho Ha Ha!

Cristina

Il prossimo corso di Leader di Yoga della Risata qui.

 

 

Sono Caterina, ho sofferto d’ansia e depressione e non me ne vergogno.

Questo post nasce da un bellissimo articolo che ho letto proprio qualche giorno fa sul blog di Chiara.

Argomento molto sentito in prima persona dato che anche io ho sofferto d’ansia e depressione fino ad arrivare a vari ricoveri in Psichiatria.

Molto interessante come post, che ha fatto nascere alcune riflessione che si discostano un po’ da quanto letto.

A volte ho la percezione che venga dato per scontato che chi soffre di ansia, depressione, oppure semplicemente vive in maniera non corretta lo stress della vita quotidiana dando origine ad uno stile di vita ansioso (che non ha niente a che vedere con la patologia), non abbia speranza di tornare ad una vita in cui le emozioni tornino ad essere alleate e non un problema (tema già trattato anche in un precedente articolo)

Di sicuro in un primo passaggio è molto importante riconoscere che si hanno delle difficoltà e non si deve avere nessuna vergogna ad ammettere i momenti di debolezza, questo è il primo passaggio verso la “guarigione”.

Dopo i miei ricoveri in Psichiatria pur di non sentire più la gente che mi ricordava che era una vergogna e tabù soffrire d’ansia decisi di partire per l’estero dove vi rimasi per un po’ di tempo.

Il risultato in realtà non fu proprio quello che mi aspettavo. Ogni giorno, nonostante mi trovassi in un posto da sogno a lavorare, quando il mio pensiero si domandava  perché fossi li, andava alla vera motivazione.

Avevo fatta mia la vergogna di altri a tal punto da scappare.

Caro medico non voglio farci l’abitudine!

Avevo creduto anche alle parole degli altri e soprattutto di alcuni psichiatri che mi dissero: “cara Caterina, dovrai farci l’abitudine”.

Sapete una cosa? Io non ci ho mai creduto!

Non ho mai voluto convivere a vita in maniera sbagliata con le mie emozioni.

Non ho mai trovato conforto nel sapere che tante altre persone ne soffrono e si nascondono perché hanno paura.

Ma ho alzato il culo per stare bene.

Non mi sono sforzata di stare bene per far contenta gli altri.

Ho lavorato sodo per arrivare a stare bene.

Sono solo etichette

Ansia e depressione sono solo etichette, sono una giustificazione per rimanere in quello stato e imparare a conviverci. Siamo noi che le trasformiamo in vere e proprie patologie.

Ma come si fa ad avere solo il pensiero di dire che comunque si possa avere una vita normale con uno stile di pensiero ansioso o tendente alla depressione?

Questo è quello che alcuni medici vogliono farci credere.. probabilmente non hanno mai provato cosa voglia dire veramente stare male per ansia o depressione.

Sapete qual è la domanda che mi venne fatta da uno psichiatra illuminato che mi salvò letteralmente la vita?

Come stai?

“Caterina come stai?”.

Si, questa domanda mi salvò la vita. Tutte le persone che avevo intorno in quel periodo erano molto concentrate a dirmi cosa avrei dovuto fare e che ciò che provavo era esagerato. Ma nessuno mi chiedeva come stavo realmente, cosa sentivo e cosa provavo. Nemmeno io me lo domandavo.

La mia vita e la percezione del mio stato d’animo cambiò radicalmente con quella domanda. Per la prima volta raccontati a me stessa come mi sentivo senza vergognarmene, e iniziai anche a spiegarlo a chi diceva di volermi aiutare. A volte è molto facile dire “non sono capito”. Bisognerebbe avere la pazienza di raccontare per bene come ci si sente.

Aiuta gli altri a capirti

Chi non ha mai provato ansia è difficile che capisca in maniera immediata come si può sentire una persona in difficoltà emozionale. Io ho imparato a prendermi tempo per spiegare come mi sento nei momenti no. Aiuta me e anche chi mi tende la mano in quel momento.

Tornando al tema tabù dell’ansia, chi è creatore del tabù?

Riflettiamoci bene…

[Tweet theme=”basic-full”]Forse la realtà è diversa da come te la immagini. Forse, ciò che immagini, diventa la tua realtà. (Richard Bandler)[/Tweet]

 

 

Ci sono alcune esperienza che rimangono impresse nel cuore più di altre. Quando questo accade ho bisogno di tempo per riuscire ad esprimere le emozioni vissute.

Da poco tempo sono venuta a conoscenza di Stop Hunger Now Italia una ONLUS che ha come missione quella di combattere la fame nel mondo concretamente coordinando la preparazione e la distribuzione dei cibo e aiuti umanitari nelle scuole.

 

 

Ieri era il 18 Luglio in occasione del “Nelson Mandela Day”, ho deciso di partecipare all’evento di impacchettamento cibo organizzato a Genova.

Ammetto che all’inizio la motivazione primaria che mi ha convinto è stato il fatto che avrei incontrato tanti miei amici non avevo alcuna idea di cosa aspettarmi. Si ne avevo sentito parlare tanto ma non avevo approfondito.

Così nonostante la temperatura, non proprio accogliente, decido di partire insieme a mio marito.

Ore 15, inizia il turno con un video di spiegazione e accoglienza.

Il mio cuore durante le parole inizia a battere forte e i miei occhi si commuovono.

In alcuni paesi molto lontani dalla nostra realtà molti bambini non hanno tutti i giorni da mangiare. Inoltre le bambine per procurare cibo per se e per la famiglia si vedono spezzata la loro fanciullezza.

Tutto questo è così lontano da noi che sembra così assurdo.

Di fronte a queste cose c’è sempre una parte della mia mente che dice: “no, non può essere vero”.

Eppure i numeri parlano e anche le immagini.

Bambini in fila in maniera super ordinata per la loro razione, e soprattutto bambini che vanno a scuola perché proprio lì distribuiscono del cibo.

La mia mente continua: “come possiamo noi avere così tanto, e quegli angeli poco o niente?”.

Inutile dire che mai come nella giornata di ieri ho sentito di dover dare un senso alle mie mani. E più Roberta (una delle fondatrici) parlava, più davo un senso alla mia presenza lì, in quella terrazza.

Non sentivo nemmeno più il caldo tanto il mio cuore era impaziente di iniziare a dare il mio piccolo contribuito.

Postazioni pronte. Ogni tavolo sei persone. Ognuno un compito preciso. Come una semplice catena di montaggio. Allegria, amore e divertimento già dal primo “gong” che segnalava il via ai lavori.

7000 pasti in due turni da un’ora di lavoro!

Eppure il tempo è volato. Per noi così poco per loro così tanto.

Ogni busta equivale a 5 pasti. Sempre così poco per noi ma così tanto per loro.

Mi piace pensare l’idea che non esista più un noi e un loro, ma un noi per loro.

Una serie di forte emozioni pervadono il mio cuore in quel momento a tal punto che mentre svolgo la mia mansione nel team quasi mi scordo di sorridere. Ma è bastato qualche istante per ricordare che i bambini che avevo visto in fila nel video in attesa della loro razione erano tutti sorridenti e felici. Ed ecco che anche il mio sorriso riprende forma e tutto si trasforma in un vero e proprio gesto d’amore.

Quei volti, quei sorrisi al momento visti solo attraverso un video rimarranno sempre scolpiti negli occhi del mio cuore. E le mie mani saranno sempre pronte ad aiutare.

Grazie Stop Hunger Now per questa magnifica esperienza.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono quei momenti della vita in cui senti la necessità di fermarti ma non puoi.

Vorresti fermare il tempo e avere semplicemente il tempo di respirare, di guardare di più tuo figlio, di stare più tempo con tuo marito e con te stessa.

Ti senti in colpa perché ogni giorno fai tante cose ma poi magari i risultati sono pochi.

Arrivi a sera e quando riesci a fermarti capisci che un’altra giornata è passata e tuo figlio ha fatto delle cose nuove che magari tu ti sei persa. Dovevi lavorare, non potevi fermarti.

Scusami amore mio, se la mamma in questo periodo è spesso assorta nel suo lavoro. Se pensa sempre al tuo futuro ma non ti sta dando il presente.

Scusa per tutte quelle volte che ti ho lasciato all’asilo un’ora in più perché dovevo fare una telefonata importante.

Scusa la tua mamma perché a volte mentre tu giochi lei ha il telefonino in mano.

Scusa se nonostante sia estate ti lascio dalla nonna tutto il giorno.

E il mio cuore si spezza quando ti sente piangere perché sta andando via la nonna invece di stare al collo della tua mamma.

E scusa per tutte quelle sere in cui non sono venuta io ad addormentarti perché stavo scrivendo o ero ad un corso.

Scusa perché quest’anno la mamma non riesce a portarti al mare come sognava.

Scusa perché ogni tanto è nervosa e per non influenzarti con il suo stato d’animo non gioca con te.

Scusa se non mi sento la mamma che vorrei essere.

Ma forse tu mi ami così come sono.

Mi ami anche se faccio tardi e ti porto all’asilo.

Mi ami anche se a volte non ho la forza di giocare con te.

Mi ami anche quando sono al piano di sotto a lavorare, sai che ci sono.

Mi ami anche se non ti porto al mare.

Mi ami anche quando sono triste e vorrei stare da sola.

Tu mi ami punto.

Quante volte guardandoti mentre dormi mi viene da piangere perché non mi sento quella mamma che forse tu vorresti, ma poi quando apri i tuoi occhi e mi guardi tutti i miei dubbi scompaiono per qualche istante e io realizzo che sono felice di essere la tua mamma.

L’ansia per tante persone ormai è una compagna di vita.

Ogni giorno mi contattano persone che vogliono cambiare questo stile di pensiero ma poi in fondo in fondo stanno bene così.

Quando parlo di ansia, non parlo di disturbi d’ansia, quelli sono un’altra cosa e  lasciamo l’argomento alle persone abilitate.

Parliamo di ansia come stato d’animo, di ansia come quello stile di vita che ci fa vivere continuamente in preoccupazione, e che a volte diventa ingestibile. Allora si va in confusione e i pensieri sembrano non fermarsi più nella nostra testa.

Forse in alcuni momenti sarebbe più conveniente avere un disturbo di ansia generalizzata più che avere la consapevolezza di non essere malati ma di aver permesso che uno stile di pensiero inutile diventasse parte della nostra vita.

Perché?

Facile la risposta. Quando si è malati è più facile. Abbiamo le medicine a supporto, giustifichiamo meglio a noi e agli altri il nostro stato. Siamo più buoni con noi stessi e toccando la malattia solitamente si hanno poi le p…e per tornare a galla.

Quando invece facciamo i malati e le vittime della vita in realtà il disagio è più forte.

Ci si rende conto che non si ha bisogno di medicinali e che non si è per fortuna malati ma non si ha il coraggio di prendere in mano la propria vita per pigrizia.

Ogni giorno mi rendo sempre più conto di quante persone scelgono di continuare a stare male, o cercano sempre una causa esterna a cui attribuire la responsabilità del loro malessere.

Molti vengono nel mio studio pensando che io abbia la bacchetta magica, oppure che io per stare bene non faccia nulla.

Anzi, a volte quando spiego che stare bene richiede un allenamento e disciplina alcuni rispondono “pensavo che tu mi dessi la soluzione”.

In realtà la soluzione la ho, ma lo sforzo deve farlo la persona che decide di cambiare. Invece molte persone pensano di poter cambiare stando sedute in poltrona e si accontentano di dire cose del tipo:” chi ce l’ha fatta è stato fortunato”.

Non ci credete?

Fate un giro nei vari forum dove si parla di ansia  :-).

Allora facciamo chiarezza.

L’ansia diventa una patologia ma non nasce come patologia.

Prima di tutto nasce come stile di vita e di pensiero che se non gestito può sfociare in malattia.

L’ansia ha una sua funzione utile all’origine. È come un’attivazione fisiologica che ti permette di agire.

Quando si è abituati ad agire alla vita con uno stile ansioso, per cambiare bisogna re-imparare ad agire con modalità diverse, ma l’abitudine gioca dei brutti scherzi per noi esseri umani.

I tre ingredienti per il cambiamento sono: disciplina, volontà e coraggio.

Ti lascio con un piccolo esercizio di riflessione.

Vivi nell’ansia e vuoi cambiare?

Che cosa hai fatto fino a questo momento e con quali risultati?

Sei soddisfatto?

Da parte mia ti posso raccontare quello che ho fatto io e come puoi usare quello che ha funzionato con me partecipando al corso pratico –Ansia? Che ridere!-.

Oppure, puoi anche continuare a fare quello che hai sempre fatto  :roll:.

 

 

 

 

Ci sono quelle volte in cui senti di non farcela più.

Le emozioni prendono il sopravvento e i pensieri anche.

Poi arrivi tu, che non i tuoi occhioni mi ricordi che sono forte e che posso farcela. Un sorriso, un abbraccio e tutto torna ad essere così semplice.

Non servono parole, e in un istante tutti quei pensieri scompaiono.

È una forza che va oltre qualsiasi altra cosa.

Una forza che non pensavo di avere fino a questi livelli.

Ci si sente come dei guerrieri. Stanchi dopo un’impresa ma soddisfatti e pronti per un’altra impresa il giorno dopo.

Ma, non è una battaglia, non sto combattendo.

Quello che mi stai insegnando giorno dopo giorno è proprio di essere guerriera della mia vita.

Cosa fa il guerriero?

In molti pensano che il ruolo del guerriero sia combattere, in realtà non è così.

Il guerriero si prepara molto attentamente. Cura la mente, il corpo, studia ogni cosa nei minimi dettagli. Non ha fretta. Non ha rabbia. Non vuole uccidere. Vuole semplicemente riuscire nella sua impresa. Ha un obiettivo ben preciso.

Ecco cosa mi ricorda ogni giorno mio figlio.

Quando mi guarda con quegli occhioni è come se mi dicesse: “mamma ricordati del tuo obiettivo, di dove vuoi arrivare”.

Ci sono dei momenti in cui è molto importante rimanere nel qui e ora, e quei momenti in cui è molto importante saper andare nel futuro.

Andare nel futuro ti permette di vedere i tuoi risultati già raggiunti, e ti ricorda che puoi farcela. Il presente ti permette di compiere quelle azioni che ti porteranno a raggiungere i tuoi obiettivi.

Ecco cosa fa il vero guerriero: ha la capacità di immaginare il suo futuro già compiuto e poi utilizza quella forza nel presente delle sue azioni.

Grazie amore mio, per avermi insegnato che il vero guerriero non combatte ma agisce.

 

 

 

So che questo articolo scuoterà alcuni animi  :-). Ma so anche che quello che dico è realtà dei fatti. Come oramai sapete parlo in prima persona, avendo sofferto d’ansia che stava sfociando in depressione reattiva.

In questo ultimo mese sono stata molto concentrata nel terminare il mio libro che uscirà a Settembre dal titolo -Ansia? Che ridere!-.  Alcuni di voi hanno anche già fatto il corso che porta lo stesso titolo.

Mentre scrivevo e preparavo il corso, per capire ancora più a fondo, cosa fa diventare l’ansia una malattia, sono andata a sbirciare pagine, forum e altri blog sul tema.  Sono rimasta sconcertata in alcuni casi.

La verità?

É  che non tutti vogliono tornare a stare bene!

Quello che ho riscontrato per la maggiore sono persone che hanno una forte voglia di condivisione, e fin qui tutto bene. Viene condiviso lo stato d’animo, vengono condivisi i pensieri e le proprie esperienze di vita che hanno portato a vivere dei momenti emozionali difficili. Ma poi cosa succede quando tra i commento qualcuno cerca di spostare l’attenzione sul fatto che si può tornare a stare bene? Viene la maggior parte delle volte “aggredito”, anche se a scrivere è qualcuno che è stato male e ne è uscito, proprio come me.

Una volta mi ricordo che commentando ad una ragazza in un forum raccontando la mia esperienza, questa mi rispose: “tu sei solo un caso raro, chi ha l’ansia se la porta per tutta la vita, questa è la verità”.

Quando l’ansia diventa malattia?

La parola ansia sembra essere patrimonio degli psicologi e psichiatri. In realtà è una parola come tante altre a cui è stato dato con il tempo un significato prettamente legato alla malattia.

Ma sapete che l’ansia prima di diventare un disturbo vero e proprio da DSM 5 deve presentare determinate caratteristiche? L’ansia è prima di tutto una reazione che si mette in atto come difesa in risposta ad eventi/situazioni definiti stressors. Diventa un disturbo se  la persona non riesce a gestirli a tal punto da recare danno alla sua quotidianità.

In altre situazioni diventa “malattia” solo quando noi decidiamo che diventi tale.

La maggior parte delle persone dicono di provare ansia, anzi dicono di “essere ansiose”, ma non si rendono conto che questa sensazione in realtà è solo un campanello di allarme che ci avverte che è ora di fare determinate cose per noi stessi.

Molto spesso si pensa di dover fare chissà cosa quando ci si sente preoccupati per qualcosa, e si perde di vista che bastano veramente azioni semplici.

Come facciamo a trasformarla in malattia?

Ecco questo è il mio passaggio preferito. La malattia la si determina con il pensiero e le parole che usiamo verso noi stessi.

Faccio l’esempio più classico: “io avrò l’ansia per sempre, non si può sconfiggere”.  fate un giretto nei vari blog e forum e divertitevi nel leggere i commenti, vi garantisco che questa è la frase più gettonata. Analizziamola insieme.

“Io avrò l’ansia per sempre”, vi state condannando. Avete mai sentito parlare delle profezie che si auto avverano? (Self fulfilling Prophecy). Questo concetto fu introdotto in psicologia sociale  dal sociologo Merton negli settanta.

In sostanza, le profezie auto-avveranti incidono significativamente sulla visione che gli individui hanno di loro stessi, del loro modo di apparire con gli altri e con il mondo. Per questo si creano schemi stabili, rigidi, di comportamento che ovviamente si ripeteranno nel tempo confermando la propria visione delle cose.

Quindi dicendo “avrò l’ansia per sempre” in che direzione andranno  la nostra mente e i nostri comportamenti?

Andiamo avanti nell’analisi della frase imputata: “non si può sconfiggere”. Punto primo chi lo dice che non si può sconfiggere? Punto secondo: chi lo dice che va sconfitta? perché usare un termine così pesante a livello emozionale?

Ora ragionando semplicemente sul linguaggio utilizzato nell’esempio rispondete a questa domanda: che probabilità ha un persona che si ripete questa frase di gestire la sua ansia?

Ecco qualche spunto

Come sapete nei miei post amo sempre dare degli spunti pratici. Non mi piace rimanere sul problema :).

Iniziamo a cambiare ciò che ci diciamo e cambieranno anche le sensazioni.

“In questo momento provo una sensazione di ansia. Posso imparare a gestirla”. Leggendo questa frase come cambia il vostro stato d’animo?

Naturalmente come ho già scritto anche in post precedente riprendendo una frase di Richard Romagnoli, la felicità è una scelta e l’infelicità anche.

Iniziate a farvi domande utili del tipo: cosa posso fare ogni giorno per costruire il mio benessere? Una piccola cosa al giorno che nel tuo futuro può fare una grande differenza.

Perché a volte amiamo raccontare solo i problemi?

Tornando alla situazione che ha dato spunto a questo post, perché alcune persone amano scrivere solo dei loro problemi e aggredire chi cerca di fargli vedere un po’ di luce?

Perché hanno scelto il loro stile di vita. L’ansia e la depressione sono prima di diventare quello che viene definita “malattia” uno stile di vita, e per cambiarla ci vuole allenamento, impegno, coraggio e costanza. Ecco perché molte persone preferiscono rimanere nel malessere emozionale.

Tu cosa vuoi fare?

Ora rifletti su te stesso/a, cosa decidi di fare? Prendere in mano la tua vita e trasformarla o rimanere nell’abitudine della lamentela e della ricerca dei perché tutti ce l’hanno con te insieme a Cosmo?

 

L’avevo detto che questo post non sarebbe stato per tutti!

L’effetto che ha suscitato in me è troppo forte per non condividerlo con voi con questo post.

Mentre stavo curiosando in Facebook appare questo titolo: “Le parole che non ti sei mai detto (e che sono così importanti)”, nuovo podcast di Richard Romagnoli.

Inutile dire che clicco subito e mi metto in ascolto.

[Tweet theme=”basic-full”]Ciò che tu pensi, ciò che ripeti a te stesso è la tua realtà soggettiva, ma a volte non è la verità (Richard Romagnoli)[/Tweet]

Queste parole iniziano a rimbombare nella mia testa, con un volume sempre più forte. Niente da fare, ho stoppato tutto e ho iniziato a fare l’esercizio.

Che fatica!! Difficoltà nel trovare quelle parole che avrei voluto sentirmi dire e che vorrei sentirmi dire dagli altri. Aspetta un attimo, mi sono detta, Richard non intende le parole che avresti voluto sentirti dire dagli altri, ma da te stesso!

BOOOM, bomba atomica nel mio cuore e per la mia autostima.

La persona più importante sei tu

Si sente spesso parlare di convinzioni nel mondo del Coaching.

Le convinzioni sono pensieri che noi crediamo essere veri circa noi stessi, altri e il mondo. Possono essere utili o non utili. Ciò che attribuisce peso ad una convinzione è la persona da cui nasce. Mi spiego meglio. Diamo per scontato che le nostre convinzioni nascano da noi, invece non è sempre così. Siamo costantemente influenzati dal contesto in cui si cresce e dalle persone che fanno parte della nostra vita. Ciò che ho imparato in questi 15 anni di attività in Coaching, è proprio che molte volte ci si porta sulle spalle delle idee e pensieri che non sono nostri.

Ci si dimentica che la persona a cui dobbiamo dare ascolto siamo noi stessi, e che se noi per primi non crediamo in noi nessun altro potrà farlo.

Sicuramente è più facile attribuire al responsabilità ad eventi e persone esterne per ciò che accade (in psicologia viene definito Locus of Control Esterno), ma in realtà sono i nostri pensieri che plasmano tutta la nostra vita.

 

Ciò che pensi è realmente frutto della tua mente?

Questo è il primo aspetto da capire.

I tuoi pensieri sono frutto della tua esperienza, dei tuoi desideri, o sono semplicemente una proiezione dei desideri e pensieri di qualcun altro a te vicino?

C’è stato un periodo della mia vita in cui pensavo di voler fare il carabiniere. La mia famiglia era molto contenta, avendo già in casa diverse carabinieri. Così mi preparo un’estate per fare il concorso per allievo maresciallo. Arrivo alla fine, ma quando sono arrivata al dunque, ho rinunciato al mio posto. Quel sogno non era semplicemente il mio, ma dei miei genitori.

Fu la prima volta che realizzai quanto spesso avevo dato ascolto a voci che non erano le mie.

Capii che io sognavo altro per la mia vita, e che avevo bisogno di concentrarmi su ciò che avevo dentro. Ma allora ancora non sapevo come fare.

 

Ricomincia da te

La prima cosa da fare quando non sai come andare avanti è di sicuro fermarsi, mettersi in ascolto con le orecchie del cuore e poi agire.

La seconda è ricominciare da te.

Cosa ti serve per rimetterti in carreggiata? Fai una lista di tutti quei pensieri che possono aiutarti a ripartire, queste saranno le tue convinzioni potenzianti, ma non ti fermare qui.

Quali sono le parole che vorresti sentirti dire da te stesso?

Ecco l’anello mancante di tutte le teorie sulle convinzioni.

Non basta ripetersi ciò che si ritiene potenziante, ma bisogna farlo con consapevolezza che siamo noi a dirci determinate cose. Chi meglio di noi conosce il nostro cuore? Chi meglio di noi è legittimato a dirsi certe cose?

Non lasciare che tutte quelle belle cose siano solo scritte in un quaderno, così come molte spesso viene insegnato. Non ripeterle semplicemente a memoria sperando di creare quel cambiamento tanto sperato e atteso.

Dille a te stesso quelle parole, con la tua voce!

Consapevolizza il fatto che sei tu a dirtele.

Consapevolizza il fatto che la magia che puoi creare dipende solo da te.

Allora quali sono quelle parole che non ti sei mai detto e che sono importanti?

Scrivile, mettiti davanti allo specchio e leggitele ogni giorno.

Per ascoltare l’audio clicca qui

 

Buon allenamento

L’effetto che ha suscitato in me è troppo forte per non condividerlo con voi con questo post.

Mentre stavo curiosando in Facebook appare questo titolo: “Le parole che non ti sei mai detto (e che sono così importanti)”, nuovo podcast di Richard Romagnoli.

Inutile dire che clicco subito e mi metto in ascolto.

[Tweet theme=”basic-full”]Ciò che tu pensi, ciò che ripeti a te stesso è la tua realtà soggettiva, ma a volte non è la verità (Richard Romagnoli)[/Tweet]

Queste parole iniziano a rimbombare nella mia testa, con un volume sempre più forte. Niente da fare, ho stoppato tutto e ho iniziato a fare l’esercizio.

Che fatica!! Difficoltà nel trovare quelle parole che avrei voluto sentirmi dire e che vorrei sentirmi dire dagli altri. Aspetta un attimo, mi sono detta, Richard non intende le parole che avresti voluto sentirti dire dagli altri, ma da te stesso!

BOOOM, bomba atomica nel mio cuore e per la mia autostima.

La persona più importante sei tu

Si sente spesso parlare di convinzioni nel mondo del Coaching.

Le convinzioni sono pensieri che noi crediamo essere veri circa noi stessi, altri e il mondo. Possono essere utili o non utili. Ciò che attribuisce peso ad una convinzione è la persona da cui nasce. Mi spiego meglio. Diamo per scontato che le nostre convinzioni nascano da noi, invece non è sempre così. Siamo costantemente influenzati dal contesto in cui si cresce e dalle persone che fanno parte della nostra vita. Ciò che ho imparato in questi 15 anni di attività in Coaching, è proprio che molte volte ci si porta sulle spalle delle idee e pensieri che non sono nostri.

Ci si dimentica che la persona a cui dobbiamo dare ascolto siamo noi stessi, e che se noi per primi non crediamo in noi nessun altro potrà farlo.

Sicuramente è più facile attribuire al responsabilità ad eventi e persone esterne per ciò che accade (in psicologia viene definito Locus of Control Esterno), ma in realtà sono i nostri pensieri che plasmano tutta la nostra vita.

 

Ciò che pensi è realmente frutto della tua mente?

Questo è il primo aspetto da capire.

I tuoi pensieri sono frutto della tua esperienza, dei tuoi desideri, o sono semplicemente una proiezione dei desideri e pensieri di qualcun altro a te vicino?

C’è stato un periodo della mia vita in cui pensavo di voler fare il carabiniere. La mia famiglia era molto contenta, avendo già in casa diverse carabinieri. Così mi preparo un’estate per fare il concorso per allievo maresciallo. Arrivo alla fine, ma quando sono arrivata al dunque, ho rinunciato al mio posto. Quel sogno non era semplicemente il mio, ma dei miei genitori.

Fu la prima volta che realizzai quanto spesso avevo dato ascolto a voci che non erano le mie.

Capii che io sognavo altro per la mia vita, e che avevo bisogno di concentrarmi su ciò che avevo dentro. Ma allora ancora non sapevo come fare.

 

Ricomincia da te

La prima cosa da fare quando non sai come andare avanti è di sicuro fermarsi, mettersi in ascolto con le orecchie del cuore e poi agire.

La seconda è ricominciare da te.

Cosa ti serve per rimetterti in carreggiata? Fai una lista di tutti quei pensieri che possono aiutarti a ripartire, queste saranno le tue convinzioni potenzianti, ma non ti fermare qui.

Quali sono le parole che vorresti sentirti dire da te stesso?

Ecco l’anello mancante di tutte le teorie sulle convinzioni.

Non basta ripetersi ciò che si ritiene potenziante, ma bisogna farlo con consapevolezza che siamo noi a dirci determinate cose. Chi meglio di noi conosce il nostro cuore? Chi meglio di noi è legittimato a dirsi certe cose?

Non lasciare che tutte quelle belle cose siano solo scritte in un quaderno, così come molte spesso viene insegnato. Non ripeterle semplicemente a memoria sperando di creare quel cambiamento tanto sperato e atteso.

Dille a te stesso quelle parole, con la tua voce!

Consapevolizza il fatto che sei tu a dirtele.

Consapevolizza il fatto che la magia che puoi creare dipende solo da te.

Allora quali sono quelle parole che non ti sei mai detto e che sono importanti?

Scrivile, mettiti davanti allo specchio e leggitele ogni giorno.

Per ascoltare l’audio clicca qui

 

Buon allenamento

Da qualche tempo ho deciso di non guardare più i telegiornali, e di togliere da Facebook tutte le notizie brutte.

Menefreghismo?

No, ho scelto di non volere essere continuamente sottoposta a notizie orrende o tristi.

Ragazze bruciate, bambini picchiati, animali torturati e tante altre cose di cui purtroppo è pieno il mondo.

Qualche giorno fa però non ho potuto fare a meno di ascoltare la notizia della giovane Sara.

Un uomo che non è in grado di accettare il rifiuto.

Persone indifferenti.

Una vita che si spezza.

Questi sono i tre passaggi essenziali di ciò che è successo, stando a quanto ho sentito.

I giornali e telegiornali hanno pane per i loro denti: parole, parole e parole per cercare di dare più dettagli possibili di questo orrore. Dopo tutto come fanno sempre.

Lo hanno fato per il delitto di Cogne, lo hanno fato per il delitto Scazzi, lo hanno fatto per la piccola Yara e per tanti altri.

Allora quale è il senso di tutte queste notizie?

Informare? O dare indicazioni su come effettuare un omicidio?

Ci siamo ridotti a ricercare tutte queste notizie per sapere cosa è successo nei particolari, ma non è colpa nostra. Ci stanno facendo credere che il mondo è solo brutto, pieno di cattiveria e di cose orrende.

Ma sapete perché crediamo in tutto questo?

Perché ogni giorno siamo bombardati da queste notizie.

Siamo talmente bacati che esistono anche riviste dedicate di Cronaca Nera.

Allora è il sapere nel dettaglio come è stata uccisa la piccola Sara che fa capire di non farlo più? O ci fa sentire a posto con la coscienza?

O forse ci vorrebbero delle azioni diverse per favorire un cambiamento in questa continua manipolazione di notizie?

Non sarebbe più utile, a parte il primo passaggio di informazione, capire come dare la notizia in modo tale che possa essere utile per chi ascolta?

O bisogna per forza conoscere tutti i particolari agghiaccianti in modo tale che tutti noi possiamo diventare degli assassini?

Sara è morta, a quanto pare nessuno ha accolto la sua richiesta di aiuto, e in molti stiamo già giudicando. Io alzo la mano per prima.

Forse Sara è morta anche per l’ignoranza della gente, ma noi cosa possiamo fare affinché tutto questo non accada più?

Questo è ciò che dobbiamo chiederci, non cosa ha fatto tizio in auto mentre scappava, o come l’ex la massacrata di botte prima di darle fuoco.

Facciamoci delle domande rispetto a ciò che sta accadendo intorno a noi, a ciò che noi stessi con i nostri pensieri e i nostri comportamenti stiamo creando.

Riflettiamo su quali siano le nostre abitudini.

I mostri ci saranno sempre ma noi li stiamo alimentando.

 

Piccola Sara, riposa in pace, non posso nemmeno prometterti che la tua morte servirà a qualcosa. Per questo motivo mi sento impotente.

Impotente di fronte a tanta ignoranza e menefreghismo.

Impotente di fronte a questa manipolazione costante.

Impotente al fatto che tu stessa non lo hai denunciato per non creagli problemi. Credevi nell’amore e nella buona fede.

Non si pensa mai che il peggio possa accadere, per fortuna. Ma quando accade agli altri, non si riflette nemmeno, si va avanti come se niente fosse.

[Tweet theme=”basic-white”]Il vero male è la cosa in sé che accade o come la manipoliamo noi?[/Tweet]

Buona riflessione

 

testimonianza-rita-metodo-3A

Qualche giorno ho ricevuto questa email. Inutile dire l’emozione nel leggerla. Solitamente custodisco queste lettere per me nel mio cuore. Poi però mi sono detta: dato che rompo tanto le scatole con questo metodo delle 3A  😀 è bello poter raccontare e fare leggere come anche altre persone ce la stanno facendo. Fino a qualche tempo fa mi sentivo dire: “Beh tu sei stato un caso fortunato ad uscirne”. Oggi posso dire: non è vero! Io mi sono impegnata per stare bene, e come sono riuscita io possono farlo tutti. Come Rita.

Ecco la mia storia. Sono una donna di 52 anni, sposata da 35 e mamma di tre figli una femmina di 34 e due maschi di 30 e 21 anni. Sono già nonna di una bimba, Sofia di sei anni e Nicolo’ di due mesi. Una famiglia bella e unita, una famiglia serena, la mia.

Ho la fede tramandata dalla mia nonna e molte volte mi sono affidata a Cristo e alla Croce. Questo mi consolava e mi ha sempre aiutato ad andare avanti magari arrancando.

La mia vita negli ultimi quattro anni si è trasformata in un campo minato di preoccupazioni e dispiaceri.

Da circa quattro anni soffro di tachicardia parossistica ed extrasistole. Dopo diverse visite di vari specialisti e alcune corse in pronto soccorso con 180 battiti al minuto, i medici mi mettono in cura con betabloccanti fino a quando ho deciso di andare a fondo del perché il mio cuore non voleva fare giudizio.

Ho incontrato una Specialista in Aritmologia che mi toglie subito le pastiglie per poter fare un holter pulito da medicinali, cioè un esame che rileva i battiti per 24 ore.

Il risultato era un “bollettino di guerra” tanto che mi hanno chiamato a casa!

Stavo male non ero più in grado di fare i lavori di casa, dovevo mangiare pochissimo per non riempire tanto lo stomaco e da quel momento (circa due mesi) ho avuto cinque attacchi di tachicardia per 10-12 e 14 ore di seguito.

A giugno l’anno scorso ho fatto il primo intervento di ablazione cardiaca ma dopo 11 giorni ho avuto la conferma che l’intervento non era riuscito era arrivato l’ennesimo attacco durato undici ore!

E così è arrivata anche l’ansia e la paura di star male. L’ansia era diventata la mia ombra che mi ossessionava le giornate.

Ritorno a prendere i betabloccanti in attesa che passassero i sei mesi per poter rifare l’intervento.

Per cause diverse e per la salute disastrata da questo cuore, le mie giornate erano solo rivolte al lavoro, alla famiglia, al mio papà anziano ammalato di alzheimer e alla mamma di mio marito anziana e operata l’anno scorso al cuore con tre by-pass e per non farmi mancare niente, mio marito l’anno scorso ha avuto un infarto.

Insomma, con tutte queste vicissitudini mi sono annullata totalmente e non esistevo più.

Tutto questo malessere fisico e le preoccupazioni mi hanno svuotato il cuore, le emozioni non esistevano più!

Non provavo più il bene delle persone. Stavo diventando di nuovo nonna e non provavo gioia. La mia vita era senza un senso non vivevo più.

Ero morta dentro! Un giorno nel vedere alcune fotografie ho notato quanto ero bella quando sorridevo e mi sono resa conto che non ridevo più! I miei familiari soffrivano nel vedermi così ed erano preoccupati.

A gennaio arriva il secondo intervento di ablazione, dove hanno trovato quattro punti di tachicardie di nature diverse da bruciare. La ripresa è stata più veloce e per tre mesi mi hanno lasciato la cura di betabloccanti per tener tranquillo il cuore perché molto provato e irritato.

L’ansia e la paura non mi hanno mai lasciato in pace ma al momento giusto cioè quando stavo toccando il fondo ho conosciuto Caterina Pettinato, la mia Mental Coach…. la mia salvezza, l’ ancora dove ho potuto aggrapparmi.

È stato come un cielo di nuvole nere che all’improvviso si è aperto….e lì ho visto il sole!

Ho iniziato a parlare e prendere appunti. Piccole frasi poche parole che mi hanno stravolto la mente e la vita!

Ero in fondo ad un abisso e piano piano risalivo e respiravo ossigeno.

Il mio cuore si è aperto e subito si è preparato ad ascoltare. “Non si può agire sugli altri”. “Cambiando noi cambiano gli altri”. Quando sto bene stanno bene i miei figli e mio marito”.

Su ogni cosa Caterina riusciva a farmi vedere le cose da un altro punto di vista.

Semplicemente facendomi notare cose che avevo attorno e che io non prendevo più in considerazione.

Mi ha spiegato come potevo meditare e mi ha dato il compito di cercare ogni giorno dieci cose belle. Ricercare le cose belle per una persona come me che ero vuota nella testa e nel cuore, non è stato facile…e mi sono subito resa conto che la mia mente e i miei occhi non riuscivano più a vederle.

Poi, anche i suoi consigli di pensare al mio cuore in modo positivo, pensare che stava bene. Parlare al mio cuore e dirle che era bello e che era guarito!

Ho messo subito in pratica tutte le cose dette, ogni giorno scrivevo a Caterina e a piccoli passi ho avuto grandi risultati.

Altro importante compito è stato quello di iniziare a ridere. Perché fa bene alla mente e al cuore. Così mi ha insegnato la ginnastica facciale. Poi un dono: il libro scritto da Richard Romagnoli “Ho imparato a ridere”. Letto in cinque giorni. Meraviglioso insegnamento di vita!

Con questa tecnica semplice ho iniziato a sentirmi meglio mentalmente e fisicamente.

Ho iniziato a sorridere ed ero diventata lo specchio per i miei familiari che hanno iniziato a ridere con me. Il mio viso in poco tempo ha cambiato l’espressione cupa, ora è più disteso e sereno.

Non solo, ma anche l’ansia si stava allontanando da me. Appena arrivava, cercavo di seguire i consigli respirare profondamente, leggere le cose belle scritte e meditare.

Dopo solo una settimana dall’incontro con Lei mi sentivo felice e vedevo le cose sotto un altro aspetto.

La mia vita era sempre la stessa con tutti gli impegni e le preoccupazioni ma ero più forte e ogni giorno ero più serena.

Un giorno ho cercato di pensare a cosa erano diventate per me le emozioni. Erano qualcosa che cresceva dentro e che mi faceva stare bene, che mi portava un equilibrio tale da vivere in armonia.

Emozione poteva essere la ricerca ogni giorno delle cose belle che prima non vedevo. Emozione era sentire serenità nell’anima. Era sorridere ogni giorno e vivere meglio.

Emozione era sentire la mia mente più positiva e più libera. Emozione era che mi sentivo rinata e che il mio cuore era diventato bravo e tranquillo!

Poi è arrivato il giorno del WorkShock della Risata con Richard Romagnoli. Ero felice di essere lì, sentivo il bisogno di fare qualcosa di grande per me, per continuare il mio percorso di rinascita.

Anche Richard è arrivato al momento giusto! Si è rivelato subito una persona piena di carisma ed è stato per me un “grande dono” conoscerlo.

É un uomo che sa portare nel cuore la pace, la gioia, la gratitudine, il perdono!

Quella giornata è stata una delle mie più belle giornate che ho passato in questi ultimi anni. Mi ha insegnato tante cose: ridere, il C.A.T.C.H. il ringraziamento a Madre Terra, la gratitudine, la meditazione guidata, e così sono passata dal ridere per 17 minuti a crepapelle al piangere di emozione!

Il mio cuore si è aperto e dentro ho ritrovato armonia, pace, un profondo benessere e la libertà nell’anima.

Mi sentivo un’altra persona, rinata alla vita!

I battiti del cuore ora si devono assestare e ogni tanto corrono un po’ più veloce di quanto dovrebbero.

Ora sto lavorando su una cosa molto importante: accettare l’ansia e il cuore che ogni tanto batte un po’ più veloce (per i medici ci vorranno ancora 3-4 mesi). Accettare e Accogliere, quindi non combattere. Quando accetto e accolgo queste cose vanno fuori da sole!

Allora nei momenti più duri mi applico e metto in pratica la risata interiore nel mio cuore porto le cose belle e il bene che voglio ai miei cari così provo emozione e il mio cuore è felice! Ad esempio quando il mio pensiero va alla mia mamma, che manca da 20 anni, quando faccio meditazione è una sensazione stupenda mi calma e la sento vicina. Spiritualmente mi riempio di lei porto con il C.A.T.C.H il suo pensiero e la sua immagine sorridente dentro di me e poi sto bene la sento con me tanto da emozionarmi e piangere di gioia.

Certo bisogna metterci impegno, costanza e attenzione! Ci sono ancora delle giornate NO e momenti difficili, dove mi ritrovo a lottare e subito metto in pratica tutto quello che ho imparato durante il percorso con Caterina.

Quello che mi ha stupito maggiormente di questo percorso è la velocità con cui ho raggiunto i risultati senza toccare alcuna tematica clinica o psicopatologica, ma semplicemente utilizzando tecniche di Coaching.

Cosa dire? Grazie a Caterina? No! Lei mi sgriderebbe se pensassi così! Grazie e me stessa per questa opportunità che mi sono concessa.

Rita.

sconfiggere-provocazioni

La più grande vittoria è una battaglia non combattuta.

Questa frase ha attirato subito la mia curiosità, e forse anche la vostra.

Vado avanti a scorrere le righe di questo articolo e mi ci ritrovo sempre di più.

Evitare i provocatori e le provocazioni. Ha fatto centro.

Non so perché ma ci sono quelle fasi della vita in cui sembra che attiriamo solo un certo tipo di persone.

Perché attiriamo i provocatori?

Per alcune persone litigare o cercare il litigio è proprio un stile di vita. Creano il problema anche quando non c’è.

Più ne vuoi stare alla larga più insistono a romperti le p….e vi ritrovate?

Io perfettamente.

Perché si attirano queste persone?

Sinceramente non ho una risposta universale, ma dal mio punto di vista penso che in un qualche modo le attiriamo noi.

Non so per quale legge strana della vita, ma ci sono quei periodi in cui pare che ci sia una riunione di queste persone proprio nel tuo karma.

A volte mi domando se devo scontare qualcosa da una vita passata, ma poi passato questo momento di sconforto arriva anche la risposta.

Se queste persone stanno facendo i prepotenti e provocatori con noi, vuol dire che noi glielo stiamo permettendo in un qualche modo.

Questo è quello che mi è capitato proprio poco tempo fa.

Situazione molto scomoda non creata da me. In un primo momento di arrabbiatura folle, nonostante le mie mancate risposte, ho permesso che le azioni dall’altra parte entrassero nel mio stato d’animo quotidiano.

Stomaco chiuso, mal di testa, a volte palpitazioni.

Finché nella mia bella testolina ecco che arriva la risposta.

Sei tu che attiri le provocazioni.

Come? Dandogli importanza.

Ecco 3 consigli per sconfiggere le provocazioni

  1. Lascia che sia il provocatore ad entrare nel problema che ha creato

Spesso il problema nasce proprio dal fatto che entriamo dentro il problema che è stato creato, e non da noi.

Nel momento in cui sei consapevole che il problema non lo hai creato tu, stanne fuori, non è affare tuo. Nei casi più complicati potrebbe essere utile metterci un avvocato. Certo forse è un dispendio economico, ma ti garantisco che ne guadagni in salute, solo per il fatto che non devi nemmeno più comunicare.

  1. Dagli il giusto peso

I provocatori amano molto fare lo show. Alzare la voce, imporsi, pensare di essere molto forti. È una chiara manifestazione del proprio ego in cerca di conferma. Se gli dai importanza gli darai anche soddisfazione e ogni tua risposta sarà come legno che alimenta un fuoco. L’ideale è una volta preso atto della situazione, quando si è a posto con la coscienza, ignora tutto quel contorno teatrale. Il silenzio è la miglior risposta. Certo, può fare incendiare ancora di più, ma da parte tua sarai inattaccabile.

  1. Sii sempre concentrato sulla soluzione mai sul problema

Il provocatore ha sempre il focus sul problema mai sulla risoluzione.

Come scritto al punto uno, lascia a lui il suo problema, tu concentrati su ciò che puoi fare per risolvere l’eventuale situazione. Quello che capita con queste persone, che si pensano furbe, è che a volte ci si ritrova in mezzo a una situazione paradossale. Faccio un esempio. Mi è capitato poco tempo fa di dover pagare delle consulenze tramite avvocato. Si, hai letto bene. Per pagare delle persone ho dovuto farlo tramite avvocato. Queste avevano talmente voglia di cercare il litigio, penso per indole egoica, che le loro minacce hanno fatto ritardare i pagamenti perché ho dovuto procedere per vie legali.

Se mi fossi concentrata sul comportamento provocatorio probabilmente avrei scelto di non pagare dato il comportamento, ma il mio obiettivo era chiudere, risolvere in maniera giusta la situazione. Così ho fatto.

Allora come evitare i provocatori?

È una domanda che mi sono fatta tante volte e solo poco tempo fa ha avuto la sua risposta.

In realtà i provocatori non esistono, se si presentano nella nostra vita è perché noi lo permettiamo.

Dal momento in cui non entri nel problema, non gli dai peso e rimani concentrato sulla soluzione non sarà più un provocatore, ma una situazione come tante altre da gestire.

ansia-mangiare-troppo

Oggi ospite speciale nel mio blog la dott.sa Cristina Borroni, psicoterapeuta ad indirizzo Rogersiano, approccio che amo particolarmente.

Ho chiesto a Cristina di scrivere per i miei lettori qualcosa relativo all’ansia e quando mi ha proposto questo articolo mi sono detta: “Questo di sicuro piace ed è utile”.

Poi ho iniziato a scorrere le righe e mi sono emozionata nel leggere le sue parole.

Per molto tempo si e pensato, e qualcuno lo pensa ancora, che psicologia e coaching siano in competizione. Per me in particolare, da Laureata in Psicologia e amante alla follia di questa scienza, leggere come una psicoterapeuta tratta questo argomento in modalità flessibile è una piccola grande vittoria.

Altro grande insegnamento è che collaborare si può e la competizione è solo per i più deboli.

Quindi, grazie Cristina e buona lettura a tutti voi!

Ansia e cibo

Dottoressa cosa si deve fare quando uno sfoga le sue ansie sul cibo? E poi si sente in colpa per aver mangiato troppo?

Per rispondere a domande come questa che mi sento fare spesso dai miei clienti, io partirei dal significato di mangiare, cosa rappresenta il cibo per noi?

Secondo la letteratura, mangiare significa essere in contatto ed essere in armonia con noi stessi, il nostro corpo e gli altri.

Le cose però non sempre sono così equilibrate, non sempre viviamo in armonia con il nostro corpo, con il mondo, con gli altri e ci sono periodi in cui i conflitti e delusioni si ripercuotono sul nostro modo di nutrirci e possono interrompere l’armonia tra le esigenze del corpo e i desideri della mente facendoci smettere di mangiare trascurando i messaggi della fame, o farci eccedere trascurando quelli della sazietà.

Numerosi studi clinici hanno dimostrato che alla base dei disturbi del comportamento alimentare ci sono le emozioni.

A questo punto vi chiedo quando avete questi attacchi di fame nervosa cosa provate? Fermatevi un attimo e al posto del senso di colpa analizzate il vostro stato d’animo, chiedendovi proprio “Come sto?” “Cosa mi ha scatenato questo attacco di fame?” e ascoltate il vostro “secondo cervello”, la pancia, cosa vi dice?

Sono convinta anche che nella nostre vite, così estremamente indaffarate, non ci rimane molto tempo per noi stessi.

Allora cosa fare? Dobbiamo riguadagnare il controllo di noi stessi non attraverso una rigida restrizione alimentare alla quale spesso attribuiamo il significato di rinuncia e sacrificio, bensì cominciare a mangiare con consapevolezza che significa mangiare o bere essendo consapevoli di ogni morso e di ogni sorso, consentendo a noi stessi di apprezzare pienamente il profondo vissuto sensoriale del mangiare e di porre maggiore attenzione a quello che ci mettiamo nel piatto.

Mangiare consapevole significa trasformare un momento spesso affrettato e superficiale, in un’esperienza spirituale. Non solo, imparando a mangiare con consapevolezza tutto il cibo ci sembrerà mille volte più buono e gustoso. Ci basterà anche mangiarne molto meno, perché ne saremo appagati molto prima.

Ecco alcuni consigli per una quotidiana alimentazione consapevole:

Per prima cosa è necessario dedicare un tempo preciso al mangiare evitando di inquinare il momento del pasto con altre attività come guardare la televisione, leggere un giornale, lavorare al computer.

Una volta che il cibo è servito, sia che vi trovate in compagnia o che vi trovate da soli, fate pochi respiri consapevoli per connettervi con il momento presente e con il cibo che state per mangiare.

Cercate di mettere in pratica quindi questi 6 precetti:

  1. Onorare il cibo. Per farlo può essere recitata una preghiera di ringraziamento come è consuetudine nella religione cattolica oppure possono essere recitate contemplazioni buddiste come “Il cibo è un dono dell’intero universo: la terra, il cielo, numerosi esseri viventi, e molto lavoro duro e amorevole” oppure “Tutti noi si possa mangiare con consapevolezza e gratitudine ed essere degni di ricevere questo cibo”.
  2. Utilizzare tutti e cinque i sensi. Quando si serve il cibo ascolta i suoni, nota i colori, percepisci i profumi e le consistenze e come la mente reagisce ad esse e non soltanto il gusto. Quando dai il primo morso fermati un attimo prima di masticare e senti il sapore come se fosse la prima volta che lo porti alla bocca.
  3. Servire il cibo in piccole porzioni. La moderazione è una componente essenziale del mangiare consapevole, non solo per evitare la sovralimentazione e il sovrappeso, ma anche per risparmiare le vostre risorse e le risorse del pianeta. Può aiutare usare piatti piccoli e servirsi una sola volta
  4. Assaggiare piccole quantità e masticare a fondo. Questi comportamenti consentono di apprezzare pienamente il cibo che si sta mangiando e migliorano anche la digestione che inizia direttamente in bocca ad opera degli enzimi contenuti nella saliva. Orientativamente un boccone dovrebbe essere masticato fino a liquefarsi, dalle 20 alle 40 volte a seconda della sua consistenza.
  5. Mangiare lentamente. Questo aiuta a notare quando si è piacevolmente soddisfatti e a fermarsi prima di mangiare troppo. Consente inoltre di essere consapevoli del proprio corpo mentre si mangia, in uno stato di calma e relax.
  6. Non saltate i pasti. Restare a digiuno per troppe ore rende impossibile un successivo pasto consapevole, perché la fame spinge a nutrirsi caoticamente di tutto ciò che ci troviamo davanti, con la conseguenza di sovralimentarci

Questi sono solo alcuni dei suggerimenti di cui abbiamo bisogno per ascoltare il nostro corpo, vivere nel momento presente e diventare uomini e donne che si nutrono con consapevolezza e in maniera sana.

Buona alimentazione consapevole a tutti noi, dunque!

 

cambiamento-agire-vita

La domanda più frequente che mi fate ogni giorno?

Caterina, come faccio per cambiare?

Quando con molta spigliatezza dò la risposta le persone mi guardano e mi rispondono: “Ah, tutto qui?”.

Il cambiamento fa paura

La paura del cambiamento è molto comune. Pochi sanno che ciò che fa paura non è la cosa in sé ma ciò che la nostra mente si rappresenta.

Cambiare per la nostra mente è un grande sforzo anche a livello neurofisiologico.

Il nostro cervello è composto da neuroni, le abitudini sono consolidate grazie ai collegamenti che i neuroni creano tra di loro. Per rompere una qualsiasi abitudine bisogna innanzi tutto creare delle nuove sane abitudini che possono andare a sostituire quelle vecchie.

Se si rompono le vecchie abitudini ma non si vanno a sostituire molto velocemente il nostro cervello andrà a ripescarle.

Tutto questo processo fa paura più che a noi alla nostra mente, in quanto necessita di molto impegno e molta fatica. Il nostro cervello è una macchina molto perfetta ma ama molto la comodità. Più può generalizzare più, dal suo punto di vista, rende efficaci i suoi processi.

L’essere umano invece impara dalle differenze.

Questa piccola diatriba interiore è ciò che a volte impedisce il nostro cambiamento.

[Tweet theme=”basic-full”]Il compito più difficile nella vita è quello di cambiare se stessi. (Nelson Mandela)” via @catepet79[/Tweet]

Le 10 scuse più comuni per non cambiare

Qualche tempo fa ho fatto questa cosa molto divertente ma anche molto utile. Ho iniziato a raccogliere tutte le scuse che le persone si raccontavano pur di non cambiare e continuare a lamentarsi.

Le ripropongo a voi. Se tra queste trovate cose che dite anche a voi stessi quando vi trovate di fronte ad un cambiamento, è giunta l’ora di  farvi qualche domanda:

  1. sono sempre stato così, non c’è niente da fare;
  2. è colpa della mia famiglia;
  3. sono troppo vecchio per cambiare;
  4. ci ho provato ma gli altri non lo capiscono e torno fare sempre le stesse cose;
  5. non riesco è impossibile ho una vita complicata;
  6. non sono mai stato fortunato nella mia vita;
  7. ci vuole troppo tempo per cambiare;
  8. non ho tempo la famiglia mi impegna troppo;
  9. la fai troppo facile;
  10. quando avrò risolto tutti i problemi cambierò.

In quante di queste scuse vi trovate?

Siate sinceri con voi stessi è il primo passo per il cambiamento.

Poniti le domande giuste

Quando le persone si rivolgono a me molto spesso mi dicono: “Voglio cambiare ma non riesco”.

Il punto di partenza del cambiamento sono le domande utili.

Vuoi cambiare? Se la risposta è si ti consiglio di prendere carta e penna e di rispondere alle seguenti domande:

  • Cosa puoi fare per cambiare?
  • Come puoi farlo?

Se pensi di non farcela:

  • Cosa ti impedisce di cambiare?
  • Come puoi fare per gestire questo impedimento se è oggettivo?

Solo rispondendo prima a queste domande si può impostare l’azione.

Il vero segreto del cambiamento è l’azione

Per cambiare bisogna agire. L’azione è ciò che permette ai neuroni di creare nuove abitudini in sostituzioni delle precedenti. Se non c’è azione non c’è cambiamento.

Utilizzare una metodologia senza azione porta al fallimento.

Quando lavoro con le persone per gestire lo stress quotidiano, a volte capita che rimangono quasi sconcertate quando gli dico che bisogna impostare un allenamento per abituare la mente a pensare diversamente. Sapete perché sono titubanti? Semplice, perché costa fatica.

A volte si preferisce rimanere nella c….a piuttosto che alzarsi.

[Tweet theme=”basic-full”]Cambiare richiede coraggio e non tutti lo hanno via @catepet79[/Tweet]

Come fare per cambiare?

Piccoli e semplici passi ma costanti.

A volte non si ha la pazienza di aspettare i risultati, io alzo la mano per prima 😀 .

Ci sono obiettivi che richiedono più tempo, altri che invece richiedono meno tempo.

Qui il segreto è la disciplina del piano di azione.

La disciplina è ciò che permette di creare le nuove connessioni neuronali che andranno a creare la nuova abitudine.

Se non si è costanti per almeno 21-30 giorni l’abitudine non si crea.

Solitamente l’allenamento che imposto insieme al Coachee nelle sessioni di Coaching è di 40 giorni, meglio in più che in meno.

Un primo esercizio per voi

Mi piace molto l’idea di mettere nei miei articoli dei consigli pratici. Vi lascio con un piccolo esercizio che se fatto per almeno 30 giorni lascerà un segno nel ostro cervello.

Ogni giorno per 30 giorni fate una cosa che solitamente fate in un determinato modo con una modalità differente.

Esempi: se vi lavate i denti con la mano destra fatelo con la sx. Se vi allacciate prima la scarpa destra, allacciate prima la sinistra.

Non è necessario fare chissà quali cose. Inserite piccoli cambiamenti nelle cose di routine, in modo tale che non attiviate le scuse: ci vuole troppo tempo, è impossibile ecc…

A voi scoprire cosa accade dopo 30 giorni.

Buon allenamento

 

ridere-alla-vita-sito

Quando ho deciso di approfondire lo Yoga della Risata come strumento della Laughter Therapy non sapevo tutto ciò che avrebbe potuto portare nella mia vita e nella vita delle persone che incontro ogni giorno.

Sembra una giornata come tante altre, ma non la è.

È un giovedì speciale che capita una volta al mese in cui mi reco insieme al mio compagno Gianpaolo al centro diurno dove sono ospitati ragazzi cerebrolesi.

Arriviamo e i ragazzi sono già lì ad aspettarci insieme agli operatori, qualche genitore e qualche visitatore.

Molti di loro sono sulla carrozzina e chi non lo è fa fatica a fare dei movimenti, eppure per loro non è un limite. Aspettano ogni mese quel momento.

Appena entriamo dalla porta sento gli urletti di qualcuno che è emozionato nel vederci. I miei occhi si commuovono e per non dare troppo peso alle mie emozioni, saluto velocemente, e mi metto a montare la cassa per la musica.

Niente da fare, l’urletto di uno dei ragazzi è molto deciso. Mi vuole dire qualcosa. Mi giro e vedo che sfodera il miglior sorriso che la sua muscolatura facciale gli consente.

Mi arrendo alla mia commozione.  So perfettamente lo sforzo che sta facendo anche per quello che per noi è un semplice sorriso.

La sessione inizia. Questa volta siamo veramente in tanti, si è sparsa la voce e si sono uniti genitori e visitatori.

L’atmosfera si scalda presto. Prima di iniziare il ciclo di esercizi chiedo a Teresa (nome di fantasia) dove vuole essere portata oggi e lei senza esitare un minuto risponde: “Voglio andare alle giostre”. Mi si riempie il cuore di tenerezza, anche perché so che per molti di loro è sempre stato impossibile andare al Luna Park e magari lo hanno solo vissuto da spettatori.

Insieme a Paolo decidiamo di alzare l’asticella e iniziamo a trasformare carrozzine e sedie in otto volanti, montagne russe, trenini fantasma e tagadà.

In un istante la stanza si trasforma in un Luna Park speciale per persone speciali. Tutti i volontari, genitori e operatori uniti per far fare questo viaggio a questi ragazzi.

Non servono parole, non servono spiegazioni, solo fantasia, il suono della risata e il mantra della felicità Ho Ho Ha Ha trasforma un sogno in realtà.

L’ora è terminata ma si rimane ancora lì insieme, a godersi la bella energia che si è creata.

Il viso dei ragazzi più leggero, felice insegna più di tante lauree messe insieme.

L’amore dei genitori presenti, che non perdono occasione di abbracciare e coccolare i propri figli, è un messaggio molto forte e toccante.

Ecco la mia domanda nasce spontanea: siamo noi che diamo i limiti alla malattia?

La risposta è molto semplice: sì. Certo, la malattia purtroppo può portare dei limiti oggettivi nella vita delle persona, ma questi limiti non saranno mai così grandi tanto come quelli soggettivi, cioè quelli che ci creiamo noi.

Molto spesso si va in crisi per delle stupidate, non si sorride perché qualcuno ci ha fatto questo piuttosto che quello. Molto spesso si sceglie di stare male e di rimanere nell’infelicità e di fare la vittima di Cosmo, aspettando che ci arrivi una grazia dal cielo. Molto spesso ci creiamo o creiamo dei problemi agli altri perché si decide di non comunicare. Molto spesso il nostro ego ci fa compiere azioni stupide.

Poi arriva quel giovedì che capita una sola volta al mese in cui dei ragazzi che avrebbero tutto il diritto di mandare a f…..o il mondo ridono e gioiscono alla vita.

Mi chiedete ancora perché amo lo Yoga della Risata?

morire-amore

Non so se sia un caso o meno, ultimamente sto ricevendo tante email che riguardano questo argomento. Dato che Ansia? Che ridere! ha come scopo principale proprio quello di condividere con voi qualcosa che può esservi di aiuto, ho deciso di condividere con voi proprio ciò che è stato l’inizio di tutto.

Questa parte della mia storia non l’ho mai raccontata.

Per me è stata un periodo molto doloroso in quanto da lì è scaturito tutto il mio malessere.

C’era una volta

Quando mi sono sposata avevo 22 anni. Pensavo di essere innamorata, ma ora posso dire che non sapevo proprio cosa volesse dire essere innamorati allora.

A circa dieci mesi dal mio matrimonio ecco quello che molti definirebbero il vero amore.

In poco tempo decido di separarmi, in onestà, quindi raccontando tutto al mio ex marito e di uscire di casa. L’idea all’inizio non mi piaceva molto. Sarei dovuta tornare a casa dai miei, allora, appena laureata non mi potevo permettere di avere una casa in affitto tanto meno lui.

L’amore vinse su tutto, misi da parte l’orgoglio, e tornai a casa.

All’inizio tutto bene. Ogni giorno cercavo di tornare ad un equilibrio, tra sensi di colpa e dispiacere per aver arrecato dispiacere al mio ex marito, ma in fin dei conti mi dicevo gli avevo fatto un piacere. Che senso aveva stare insieme se non vedevo più un futuro con lui?

WOW, che coraggio a soli 23 anni!

Poi quel giorno accadde.

Era passato solo qualche mese quando un bel pomeriggio lui mi disse: “Sai, non me la sento di dire ai miei che sono causa di un divorzio, quindi ti lascio”.

In quel momento il mio cuore si spezzò

Il mio cuore sembrava uscire dal petto, il mio respiro si fermo, iniziai a vedere  tutto nero e sentii il peso della vita su di me. Caddi a terra e mi risvegliai a casa del mio ex marito.

Si, perché, il furbone, quello che diceva di “amarmi”, aveva chiamato il mio ex marito vedendo che stavo male. Mettiamoci un pizzico di ironia. Ora al pensiero muoio dal ridere.

Torniamo al mio cuore.

Mi svegliai e stavo molto male, avevo voglia di urlare il dolore ma le parole non riuscivano ad uscire. Cominciai a piangere talmente forte che a mala pena respiravo. “Che cosa ho fatto!” continuavo a ripetermi.

Di quel momento ricordo solo le sensazioni fisiche del panico e della disperazione. La mia mete si riempì di immagini del futuro molto brutte, e questo aumentava la mia ansia. Mi sentivo schiacciata dai miei stessi pensieri, le voci che avevo in testa continuavano ad urlare e io rimanevo impotente.

Questa fu la prima volta che Ansia venne a trovarmi.

Ammalarsi d’amore

Tante storie di ansia hanno come protagonista l’amore. E una domanda che mi sono sempre fatta è: ci si può ammalare veramente d’amore? O dietro c’è dell’altro?

L’amore per natura è un sentimento puro e bello, come possiamo ammalarci di amore?

Eppure molto spesso le storie che sento hanno a che fare con l’amore.

L’amore è quel sentimento che ti porta a toccare il cielo con un dito, oppure a toccare il fondo. Gli essere umani hanno bisogno di amore, ma spesso l’errore che si commette è di ricercare questo amore primariamente al di fuori di se stessi. Ecco cosa fa ammalare di amore. L’idea che senza quella persona noi non possiamo più vivere. Senza quella persona non possiamo più respirare. Semplicemente stiamo dando la nostra felicità in mano a qualcun altro.

Durante il mio primo ricovero, in camera con me, c’era una ragazza di 30 anni, ridotta un vegetale. Non parlava, non si muoveva. Dovevano imboccarla, lavarla e vestirla. Non aveva nessun problema fisico. Non era stata maltrattata. Suo marito aveva solo deciso di rifarsi una vita da solo. Questa ragazza aveva deciso di non voler più agire alla vita.

Io e questa ragazza nonostante le reazioni diverse eravamo entrambe ammalate d’amore.

Lei magari nella sua testa sperava che lui tornasse. Io aspettavo ogni giorno che venisse a trovarmi o che mi scrivesse. Speravo di svegliarmi da quel brutto sogno. Ma non riuscivo a staccarmi da quei pensieri.

L’unica soluzione è lasciare andare

Come ormai sapete, passai 3 mesi di inferno nella mia testa finché un giorno dentro di me qualcosa cambiò. Era come se avessi terminato il mio viaggio agli inferi (come direbbe Jung). Da dove arrivò questa nuova consapevolezza? Solo da me stessa.

Non mi dite che sono stata fortunata, perché è una c….a che ci si racconta quando non ci si vuole prendere la responsabilità della propria vita.

Quando si entra in uno stato ansioso non è che si arriva subito e necessariamente all’attacco di panico o a condizioni particolarmente gravi. Se ci si arriva è perché noi stessi lo permettiamo ma soprattutto non diamo un limite al nostro malessere.

Sicuramente in una prima fase bisogna accettare lo stato d’animo che arriva e accoglierlo, ma poi bisogna agire. Ho scritto agire non reagire.

[bctt tweet=”Lasciare andare vuol dire agire alla vita.” username=””]

Agire non è reagire. Agire è rendersi responsabili della propria vita.

Allora lascia andare quei legami che non servono più. Sii coraggioso.

So che in quei momenti è difficile farlo, l’ho provato. Ma datti un limite di tempo per stare male, se proprio ci tieni a stare male.

Concediti la possibilità di ricominciare

Sei stato talmente innamorato dell’altra persona che ti sei dimenticato che tu stesso sei un persona.

Ti sei dimenticato che per essere amati veramente bisogna prima amarsi.

Ti sei dimenticato che tu sei la persona più importante e che meriti rispetto.

Ti sei dimenticato che puoi essere padrone della tua vita.

[bctt tweet=”Concedersi la possibilità di ricominciare è l’opportunità più bella che puoi donarti.” username=”@catpet79″]

Non pensare mai che sia finita anche se è la mente che te lo consiglia.

Ascolta sempre quello che ti dice il tuo cuore, per quanto spezzato sia batterà per ancora molto tempo.

Ora quando ripenso a quella storia…La porto nel mio cuore e rido con la vita!

essere-brava

Questo articolo nasce da un momento della mia vita che sto vivendo. A volte quando si stanno facendo delle cose veramente importanti che vedono la realizzazione di un sogno, capita che la mente inizi a fare brutti scherzi.

Sentirsi bravi o essere considerati bravi?

“Veramente sei in grado di fare tutto questo?”, dice la mente. Con questa semplice domanda ecco che il dubbio si impossessa dei pensieri e anche della positività. Questi dubbi in realtà hanno una radice molto profonda che rimandano all’idea che tu hai di te stesso.

La vera domanda che bisogna farsi quando qualche pensiero cerca di distruggere ciò che stai creando è: faccio questo per me, per i miei sogni o faccio questo per farmi dire bravo?

Il problema non è tanto la domanda, che tutti siamo in grado di farci, ma l’onestà nella risposta.

Sono sincera, a me è capitato di iniziare dei progetti e bloccarmi, per poi capire che in realtà lo stavo facendo per altri.

Questo punto è essenziale non solo per il raggiungimento del nostro sogno, ma anche e soprattutto per la nostra autostima.

Parliamoci chiaramente voi lavorereste con una persona che non ama ciò che fa e come lo fa? Con una persona che non si considera brava in quello che sta facendo?

Questo è il primo punto: ti senti bravo in ciò che stai facendo?

Se la risposta è no, fermati e rifletti su ciò che stai portando avanti.

La paura di sentirsi bravi

Ebbene si, è possibile avere paura di sentirsi bravi. Poi chiamatela autostima, ma il punto è sempre quello.

Quando si ha paura di sentirsi bravi ci si sente sempre in difetto con il mondo. Si teme in continuazione il giudizio altrui. Prima di prendere una decisione si passano ore a pensare a quale reazione potrebbero avere le altre persone, e quando si prende la decisione si passano ore ad aspettare le reazioni degli altri. Si è sempre pronti ad alzare le mani e dire: ok, forse hai ragione, ho creduto troppo in ciò che avrei voluto fare, forse non è per me”.

Questo è ciò che permettiamo accada quando abbiamo paura di sentirci bravi e aspettiamo che siano gli altri a dircelo.

Il bisogno di riconoscimento

È considerato uno dei bisogni fondamentali. Essere riconosciuti dagli altri, nel credere comune, fa pensare di essere importanti. In realtà non funziona proprio così.

[bctt tweet=”Se prima non riconosci te stessa come importante, come possono le persone considerarti tale?” username=””]

In parole più semplici, se non ti apprezzi tu per primo, come faranno gli altri ad apprezzarti?

Sento molto spesso delle frase del tipo: “Le persone non mi apprezzano per quello che ho fatto”, oppure “Ho fatto quella cosa nessuno mi ha detto niente, Tizio ha fatto una cosa simile e ha avuto successo”.

Dov’è dunque la differenza tra chi ha avuto riconoscimento e chi no?

Nelle persone che aveva accanto? Proprio no! La differenza in questi casi sta proprio nella percezione che le persone hanno di loro stesse.

Se tu stesso non credi in ciò che stai facendo, o lo fai con il puro obiettivo di ottenere approvazione, ti assicuro che non la avrai.

Inoltre stai dando potere agli altri sulla tua autostima.

Quando inizi a credere in ciò che fai, e credi nelle tue capacità le persone rifletteranno la stessa cosa. Sarai approvato e sostenuto.

Essere bravi richiede coraggio

Molto spesso si preferisce rimanere nell’angolino perché è molto più faticoso fare il salto e osare. Io ho fatto così per anni, sono sincera. Mi nascondevo dietro tutto e tutti. Non facevo mai un passo di coraggio e in più ero capace di lamentarmi quando le cose non andavano come volevano.

Guardavo sempre nel piatto degli altri, e iniziavo feroci confronti. Criticavo soprattutto me stessa. Mi dicevano “Brava!” e la mia risposta era “Beh, dai ho fatto il mio dovere”, oppure “Tutti sarebbero riusciti”. Poi me la prendevo se non ricevevo dei riconoscimenti. Insomma facevo la vittima.

Ci sono state delle volte che ho sostenuto persone per raggiungere traguardi importanti, ma che quando è stato ora di raccogliere un “Brava” ho girato l’angolo e me ne sono andata, per poi lamentarmi. Poi, un giorno, è arrivata la nuova consapevolezza.

La strada del cuore

Un giorno arrivi in un punto in cui stai talmente male e hai talmente paura che capisci che qualcosa va rivisto.

Cosa fai un corso di Autostima? No di certo.

La cosa migliore che tu possa fare con te stesso è dedicarti del tempo.

[bctt tweet=”Vuoi essere brava? Dimostratelo! Hai paura? Ascolta cosa ti dice la tua paura, e agisci.” username=””]

Vi ho già parlato in altri post del metodo delle 3A che a me ha aiutato molto.

I primi due passaggi sono proprio Accettazione e Ascolto.

Accetta la paura e accogli quello che ha da dirti. Sarà lei stessa d indicarti la strada più giusta da percorrere.

Non permettere che siano gli altri a dirti se fai bene o male, prima concedi tu stessa il diritto di dirtelo. Certo le altre persone possono darti un punto di vista, ma consideralo solo un punto di vista, e dagli importanza solo se è veramente importante per te e può farti crescere, sennò sono solo chiacchiere.

[bctt tweet=”Le uniche chiacchiere di cui ti devi fidare sono le tue.” username=””]

Buon lavoro.

Vi ho già parlato in un precedente post di The Bridge for Hope. Ora è ufficiale siamo una ONLUS. Le attività che sono in programma sono varie e tutte molto belle. Tra queste ce n’è una in particolare che è già pronta a decollare 🙂 : lo Yoga della Risata. Si è concluso da poco il percorso che ha formato me e Serena come Teacher e Leader di Yoga della Risata. Grazie al nostro nostro Master Trainer Richard Romagnoli, Ambasciatore nel Mondo di Yoga della Risata, che ci ha aiutato a capire l’importanza della Laughter Therapy in un contesto molto delicato come la malattia oncologica.

Cosa può fare lo Yoga della Risata?

Lo Yoga della Risata è uno strumento della Laughter Therapy.

I benefici che una persona malata di cancro può avere con una semplice risata sono veramente tanti.

Innanzitutto grazie all’aumento dell’attività interferomonica e delle cellule NK antitumorali la risata può essere di aiuto nel prevenire il cancro.

Lo Yoga della risata aiuta lo sviluppo di una atteggiamento positivo verso la malattia in maniera non troppo razionale.

La risata, infatti, ha una funzione catartica immediata che non necessità di processi razionali particolari.

Molto spesso i pazienti oncologici possono trovarsi in un una situazione di confusione emozionale e tendono a deprimersi facilmente. Ciò rende molto difficile farli sorridere proponendo loro dei video umoristici. Lo Yoga della Risata invece approccia il ridere utilizzando degli esercizi fisici praticabili in maniera molto semplice a prescindere dallo stato d’animo.

Ricordiamoci anche che uno stato mentale positivo è molto importante quando si deve combattere una malattia potenzialmente mortale.

L’altra funzione fondamentale dello Yoga della Risata è nella gestione del dolore. Ridendo si producono endorfine e betaendorfine che sono degli oppiacei naturali. Percependo meno dolore, il paziente può mantenere anche più controllo sulla realtà e questo lo porta a mantenere uno stato di sicurezza psicologica.

La risata apporta più ossigeno al corpo

Una delle maggiori cause di malattia, secondo il Nobel Dr. Otto Warburg, è proprio la mancanza di ossigenazione delle nostre cellule.

Con solo 12 minuti di risata portiamo nuovo ossigeno nel nostro corpo. Questo permette di ossigenare le cellule. Lo Yoga della Risata usando una combinazione di esercizi che stimolano la risata e respirazione yoga, aumenta la scorta netta di ossigeno nelle cellule del corpo e può giocare un ruolo significativo nella prevenzione dei tumori.

Ridere rinforza il sistema immunitario

La risata provoca il rilascio di encefaline che rinforzano il sistema immunitario aumentando la produzione di immunoglobuline IgA e IgG. Per avere questo effetto bisogna estendere la risata almeno a 12 minuti continuativi.

Qual è la difficoltà maggiore nell’applicare la risata con i malati di cancro?

A volte quando ci contattano le associazioni che supportano i malati e i parenti per sperimentare una sessione di Yoga della Risata, riscontro molto scetticismo nell’utilizzare questa metodologia. Questa è la barriera più grande.

[bctt tweet=”Troppo spesso il malato subisce l’influenza emozionale di chi gli sta accanto.” username=””]

I vari caregivers non si rendono conto che il malato ha bisogno di speranza e serenità, non di farsi carico del loro stato d’animo. Purtroppo lo dico anche per esperienza diretta. Troppe volte ho visto il malato sentirsi in colpa perché i familiari stavano soffrendo nel vederli in quello stato. Sembra un paradosso vero?

Sei malato o hai una malattia?

Lasciate che la persona malata viva una vita più normale possibile. La malattia è una componente della sua vita ma non fa parte della sua identità. Mi spiego. Quando parliamo di qualcuno che ha una malattia solitamente si dice è malato. Dicendo così attribuiamo un’identità alla persona molto pesante. La frase corretta da dire è: ha una malattia. La persona rimane sempre una persona.

Domanda: se esiste uno strumento che può portare leggerezza nella testa di questa persona, anche se per noi può apparire assurdo, cosa facciamo? Lo neghiamo a chi sta male? I limiti che ci creano nella testa ci impediscono di guardare oltre.

Quando stiamo vicino a una persona malata, abbiamo una grande responsabilità: gestire le nostre emozioni, non riversare ciò che abbiamo dentro sulla persona che ha bisogno di aiuto.

Perché allora?

Perché lo Yoga della Risata è uno strumento non solo molto semplice da applicare ma anche molto efficace. Di semplice applicazione in quanto non necessità di razionalità e questo aiuta molto durante una malattia. Efficace perché ti fa respirare, e respirare è vivere.

Presto tutte le novità sul progetto #laughterchallenge!

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Ridere ogni mattina

Una mia buona abitudine quotidiana che mi ha aiutata a gestire la mia ansia è la meditazione della risata mattutina.

Ogni giorno prima di cominciare a lavorare dedico 20 minuti alla risata incondizionata. Mi spiego meglio. Entro in ufficio, tappetino e via che comincio a ridere senza motivo. Inizialmente non è facile, ma nella mia testa mi ripeto che è un allenamento. Solitamente dopo 7/8 minuti la risata diventa di gusto. Sarà perché mi sento un po’ stupidotta a ridere da sola senza motivo…ma poi si sta così bene per tutto il giorno che tutto il resto passa in secondo piano.

Ammetto che non è sempre facile portare avanti la risata. Per il corpo, questo non è importante, ma per la mente può esserlo, è quella che ti frega di più. Per questo motivo ogni giorno concentro la mia attenzione sul come sto bene dopo aver riso e non solo, come questo effetto dura per tutto il giorno. Da un certo punto di vista è come drogarmi di Endorfine naturali.

Come faccio a ridere?

Una delle domande che mi viene fatta più spesso è: come fai a ridere senza motivo? Domanda lecita che per un po’ di tempo mi sono fatta anche io. Poi un giorno durante un Workshock, corso tenuto da Richard Romagnoli, la risposta arriva e anche in maniera molto semplice: ridendo.

Si per ridere bisogna semplicemente ridere 🙂 . È come qualsiasi altro allenamento, almeno all’inizio poi, mano a mano che si diventa più esperti in risata arrivano le illuminazioni per sfruttare al meglio quel momento.

Per un certo periodo quando ridevo la mattina non mi facevo tante domande: ridevo e basta. Per me era una modalità per produrre endorfine  fonte di rilassamento per la mia giornata.

Poi mi sono ingegnata. Dato che oramai mi risultava semplice ridere, come avrei potuto rendere quei venti minuti ancora più potenti?

Ridere di ciò che ci preoccupa

Nella vita quotidiana ci sono tante cose che ci preoccupano e che possono essere fonte di stress e ansia. Iniziare la giornata pensando a ciò che può non piacere e che può procurare stress non è proprio utile. Ridere per venti minuti, stare bene e poi pensare a quelle cose, può andare a vanificare la maggior parte dei benefici ottenuti in quei venti minuti.

Partendo dal presupposto che quello che ci frega non è ciò che può accadere, ma è come pensiamo a ciò che può accadere, ho iniziato a ridere di quei pensieri inutili.

[bctt tweet=”Ricordo che ridere non è deridere.” username=””]

Ridere vuol dire prima di tutto ossigenare il cervello, e quindi pensare alle cose che sono fonte di stress in maniera diversa.

È molto semplice: prendi il pensiero che ti preoccupa e inizia a ridere, la percezione cambia completamente. Se il pensiero diventa forte, ridi più forte.

Poi la scoperta: quanto fa bene ridere con se stessi

Non mi sono accontentata di questi risultati. Cercavo qualcosa di ancora più forte, impattante sul mio stato d’animo. Una mattina ecco la risposta.

Mentre stavo ridendo, ero seduta sulla mia sedia. Erano le 7 del mattino e avevo davanti il computer. Non so perché ma era aperto un programma che permette di farti dei video. Senza pensarci un attimo di più, anche perché stavo ridendo, clicco su REC e il video parte. Dopo qualche minuto di video, sempre continuando la mia risata, attivo il video. Rimango praticamente scioccata nel vedere me stessa mentre rido, con gusto. Inutile dire che mi sono ritrovata a ridere con me stessa. Guardavo i miei occhi, e ascoltavo la mia voce che rideva e io con lei. Non ero più sola a ridere, ma con una persona molto importante: me stessa. Avevo gli occhi molto luminosi. Era tantissimo tempo che non mi guardavo attentamente. Era tantissimo tempo che non mi soffermavo su me stessa. Mentre ridevo a volte facevamo anche le stesse mosse. Eppure ci ho messo un po’ a riconoscermi.

Da quel giorno ogni giorno almeno gli ultimi dieci minuti di risata li dedico a ridere con me stessa. Accendo il video e via che si ride insieme.

Penso che tra gli esercizi sull’autostima che ho fatto in tutti questi anni, questo sia il più potente di tutti.

La persona più importante sei tu

Molto spesso ci dimentichiamo che la persona più importante sei tu. Qualcuno può obiettare pensando che sia un discorso da egoista, ma vi garantisco che non è così.

[bctt tweet=”Se non ti occupi di te stesso e della tua felicità, come fai a occuparti di altri?” username=”@catpet79″]

Se io non fossi felice, come potrei trasmettere a mio figlio la felicità? Questo purtroppo è lo scoglio più grande che incontro quando lavoro con le persone. Siamo troppo abituati ad attribuire la felicità a fattori esterni e quindi difficilmente si trova. Ci si dimentica di cercare nel posto più vicino che c’è: dentro di te. Per molti anni mi sono interrogata sul significato della mia ansia. C’erano dei momenti che rimanevo intrappolata nei miei stessi pensieri. Ora mi rendo conto che mi ero dimenticata di chiedere un parere alla persona che veramente avrebbe potuto aiutarmi: me stessa.

Il mio consiglio per te?

Fai un piccolo video dove ridi. Riguardatelo e scriviti le sensazioni, potrai avere delle rivelazioni molto utili!

caterina-pettinato

Scrivo questo articolo perché penso sia giusto far capire chiaramente chi sono ma soprattutto cosa faccio 🙂 . In questo modo rispondo a tutte quelle persone che mi chiedono ogni giorno cosa può fare un Coach e la differenza con lo Psicologo.

Chi sono

Mi chiamo Caterina Pettinato e sono Laureata in Psicologia specializzata in Psicologia del Lavoro e Coaching, specializzanda in Neuroscienze a 15 anni dalla prima Laurea. Non sono e non faccio la Psicologa, non camuffo dietro la mia attività di Coaching robe strane da iscritti all’albo. Ma soprattutto: non voglio fare la Psicologa.

Questo ci tengo a sottolinearlo in quanto capita a volte di trovare persone che invece non sono titolate e mettono mano dove non dovrebbero, sottovalutando il danno che possono arrecare alle persone.

Io amo la psicologia, tanto che a distanza di 15 anni dalla prima laurea, ho deciso di prendere un’ulteriore laurea in Psicologia, questa volta specializzazioni in Neuroscienze, per fare ricerca.

Ritengo il mio background di grande qualità e di aiuto per il lavoro che svolgo. I miei studi mi permettono di capire il limite del mio lavoro.

Cosa faccio

Da ormai 14 anni mi occupo di Coaching e formazione. Accompagno le persone a raggiungere uno stile di pensiero e di vita più utile, utilizzando le risorse che hanno dentro e facendo delle emozioni di vita lo strumento principale per il cambiamento.

Il Coaching non ha niente a che vedere con una sessione di psicoterapia o psicologia, avevo già spiegato la differenza in un altro post.

Come lo faccio

Un percorso tipico di Coaching richiede al massimo 3 sessioni (o comunque non devono superare le 6 sessioni).

Si inizia con il definire l’obiettivo che la persona vuole raggiungere e si imposta un piano di azione concreto, fatto di azioni, che il Coachee dovrà allenarsi a svolgere in funzione degli obiettivi.

Si, il Coaching è un allenamento, non è introspezione o ricerca delle cause.

Perché ho scelto il Coaching come professione e non psicoterapia

Ormai molti di voi hanno letto la mia storia.

Nel mio periodo di grande difficoltà sono stata aiutata da uno psichiatra che ha utilizzato la metodologia del Coaching per aiutarmi a rimettere a fuoco la mia vita. A quel tempo avevo anche provato altri approcci ma per me, e sottolineo per me, erano serviti a ben poco. Necessitavo di un approccio pratico e strategico e soprattutto che mi facesse fare delle azioni, non ricercare cause o perché. I miei perché li sapevo fin troppo bene, e sinceramente mi aiutavano solo a rimanere sul problema.

Il medico che mi seguì, ebbe la flessibilità di capire questa cosa, e mi aiutò in modo che forse agli occhi di molti psicologi e psicoterapeuti può apparire non convenzionale e poco utile.

Allora Coaching o Terapia?

Questo può deciderlo solo il cliente.

Il mio parere personale è molto semplice. Fate quello che è giusto per voi. Quello che vi permette di trovare ciò che cercate. Soprattutto ascoltatevi: di cosa avete realmente bisogno?

È molto chiaro che la patologia va seguita da professionisti, e penso che ogni persona sappia perfettamente quando ciò che sente è patologia.

Si, ci sono dei casi in cui la persona non se ne rende conto in prima persona, ma ci pensano le persone che gli sono accanto, ve lo garantisco.

Come capire se un Coach o lo psicologo lavorano bene?

Se andate da un Coach parlate e parlate e non vi dà delle azioni da fare, iniziate a farvi delle domande. Così come se fate più di tre sedute.

Come vi ho scritto sopra, il Coaching è proprio caratterizzato dall’azione a prescindere dall’orientamento che viene utilizzato.

Così come se andata da uno psicoterapeuta cognitivo- comportamentale per due anni J fatevi delle domande. Di sicuro non è proprio etico e corretto.

A prescindere dalla figura scelta se vi trovate bene e state bene è tutto ok quello che state facendo. Non soffermatevi su quello che ogni tanto si legge, del tipo: i coach non servono a niente, gli psicologi non servono a niente e i counsellor anche. Tenete l’attenzione su come state voi e che le persone a cui vi affidate siano oneste nelle loro competenze che mettono a vostra disposizione.

Mi spiego se andata da un Coach che inizia a farvi lavorare sul passato, vuol dire che sta mettendo mani dove non le deve mettere!. La stessa cosa vale per il Counsellor.

Se andate da uno Psicoterapeuta che segue un approccio cognitivo- comportamentale (detta anche terapia breve) e dopo due anni fate ancora sedute non è propriamente etico.

Insomma c’è sempre da stare attenti?

Si, soprattutto quando andiamo a lavorare sui nostri Stati d’Animo, facciamolo con cura, scegliendo ciò che è meglio per noi, affidandoci alle persone giuste che fanno il loro lavoro con amore e professionalità.

La professionalità non è data da un titolo o da un’iscrizione all’albo.

Tutte queste guerre tra Coach, psicologi e Counsellor, che senso hanno?

Sinceramente, ogni volta che leggo certi post mi spancio dalle risate nel leggere che ci sono questi “professionisti” che passano più tempo a criticare ciò che fanno gli altri, piuttosto che portare avanti la loro missione: aiutare le persone facendo bene il loro lavoro.

 Detto ciò, auguro a ciascuno di voi di trovare la guida giusta.

Oggi ospite speciale nel mio blog dedicato a The Bridge for Hope e alla pagina Salviamo Derek Shepherd: Serena Panzeri di Arm Candy Italy e cofondatrice della Onlus The Bridge For Hope insieme alla sottoscritta e altre due meravigliose persone. Serena incontra Patrick a Silverstone e come sempre ha deciso di condividere quel momento con noi tutte. Le condivisioni di Serena vanno ben oltre il pensiero comune del “O mio Dio, ho visto Patrick Dempsey”. Serena da anni sostiene e porta avanti in Italia un progetto di sostegno al Dempsey Center che da qualche tempo ha voluto condividere con me. Tutto questo ha portato la nascita di The Bridge For Hope. Presto tutte le novità!!

 

È venerdì mattina e Silverstone non si smentisce. Piove, fa freddo. Ma il programma dice foto di gruppo dei piloti e non si scappa. Mentre aspettiamo l’arrivo della ciurma, arriva un dispaccio dall’ufficio stampa del campionato. Titolo: Proton Dempsey Racing. Si pensa ad un messaggio di auguri del capo, invece il contenuto è una nota ufficiale Porsche , che annuncia la presenza di Patrick per il week end. A Londra per altri impegni pubblicitari , alla fine si è liberato per passare una domenica sui circuiti. Una bella sorpresa, anche se alla fine un pò po’ si sperava. Tanto l’attaccamento a questo mondo, tanta la sofferenza per aver dovuto lasciare quest’anno. Troppe cose da sistemare e zero tempo per farlo.

In quattro e quattrotto gli organizzano il ruolo di starter ufficiale della corsa.

E domenica a mezza mattina arriva al circuito, a piedi, con Jillian.

Finalmente sorridente, era un po’ che non si presentava così bene.

Un abbraccio e un saluto mentre scende dal camion della squadra, “É bello vederti” dice lui “É bello vedere anche te. Una bella sorpresa” “La migliore sorpresa?” “No, la neve di ieri vince la gara delle sorprese”

La folla si accalca attorno e lui è in ritardo. Non vogliamo mancare l’avvio della 6 ore, giusto?

Passa la giornata per lo più nel box, nonostante la gara sfortunata della squadra. Tanti giri nella hospitality Porsche per controllare che Jill non si annoi, tante strette di mano, tanti siparietti carini.

Non ho perso l’occasione per qualche firma volante , fortunatamente l’abbigliamento Dempsey Racing da far firmare è sempre nello zaino delle gare.

Questo week end mi ha lasciato bellissime sensazioni: è stato bello vedere Jill sui circuiti, l’ultima volta la avevamo vista a luglio 2014, è stato bello vedere lui sui circuiti, mi ha emozionato vedere quanto sia stretto il legame tra Patrick e Porsche, una cosa che va ben oltre le corse. Ormai è famiglia. È stato sostenersi a vicenda nelle scelte difficili. Un colosso sportivo che deve tagliare squadre, un amante della velocità che capisce che non può fornire le garanzie di continuità e impegno che giustificherebbero sacrifici economici non indifferenti. Mi è rimasta scolpita in mente la frase di Patrick nell’ultimo articolo che ha scritto per RMag, una delle più famose riviste di motori Usa, per la quale ha scritto vari articoli nel corso del 2015.

“Porsche mi ha accolto nella famiglia e mi ha supportato in tanti modi diversi. Il successo che ho avuto nel 2015 sarebbe stato impossibile senza il loro aiuto. Quando ho condiviso con loro il desiderio di restare come team owner, senza guidare, hanno fatto un respiro profondo e pensato a un modo per farlo funzionare”

Vederli abbracciarsi e interagire nel corso della gara è una sensazione difficile da esprimere.

We’ll get her….  🙂

La famiglia lo seguirà nelle corse a Le Mans. Speriamo di riportare indietro l’orologio al 2014 con big Patrick (quello che conoscete tutte non basta, rivoglio anche il bodyguard di famiglia) e il resto della comitiva.
Alla prossima spedizione 😉

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Che dire? Grazie Serena, grazie Arm Candy Italy e grazie The Bridge for Hope.

Molti approcci pochi risultati

Ogni giorno ricevo tantissime Email con richieste di vario genere. La domanda più frequente è questa: perché nonostante ho sperimentato tante cose continuo ad avere ansia?

Ricordiamoci che il termine ansia ha tante sfumature e molto spesso viene utilizzato per indicare le emozioni che ci fanno preoccupare.

Non necessariamente quando si parla di ansia ci si riferisce a qualcosa di patologico.

Ma torniamo al nostro punto saliente: molti approcci pochi risultati, perché?

La risposta è molto semplice: non è tanto l’approccio che risolve il problema quanto la tua volontà.

Pensiamo troppo

Chi soffre d’ansia tendenzialmente pensa troppo e con difficoltà riesce a fermare i pensieri. Finché tutto ciò rimane nel limite la persona ha solo dei momenti in cui è in difficoltà nel gestire lo stato d’animo. Quando invece si supera un certo limite, si può arrivare alla patologia (allora in questo caso si richiede l’intervento di una figura specifica).

Il pensare troppo crea un vincolo tra pensiero e azione, talmente forte che la persona può sentirsi bloccata, confusa. Non sa che strada prendere, non sa più cosa è giusto o sbagliato. Insomma i pensieri vanno velocemente ma il corpo no.

[bctt tweet=”Finché lasci che i tuoi pensieri incatenano la tua mente non sarai mai libero” username=”@catpet79″]

Proprio l’altro giorno ho ricevuto una Email da parte di una persona.

Un messaggio lunghissimo in cui mi spiegava tutti i suoi pensieri. Pensieri che andavano nei meandri dei perché, pensieri che a tutti i costi volevano scavare ciò che stava accadendo.

La mia risposta è stata molto semplice: che utilità ha sapere tutte queste cose?

Risposta che ha spiazzato chi mi ha scritto, si aspettava una risposta altrettanto lunga e piena di pensieri, ma da questo punto di vista, chi lavora con me nelle sessioni di Coaching sa perfettamente quanto può rimanere deluso 🙂

 

La parola d’ordine del mio lavoro è: semplicità

So perfettamente come sono i pensieri in quei momenti, li ho vissuti, proprio per questo vi dico che ho imparato a non cercare delle risposte.

[bctt tweet=”I perché non portano mai alla soluzione, piuttosto chiediti cosa puoi fare” username=”@catpet79″]

 

Non tutti vogliono tornare a stare bene

Vi stupite di questa affermazione? Sinceramente è quello che vedo io quando persone mi scrivono che è da anni che stanno male. Anzi la cosa che mi viene scritta più spesso è: sono nato così. E non è finita qui. Molto spesso mi sento dire: sai ho provato di tutto ma non ho mai trovato la persona giusta che potesse aiutarmi.

Beh, vi garantisco che questa è un’emerita cazzata. Scusate il termine.

Quando vuoi veramente stare bene non importa quale figura scegli per questo obiettivo: coach, psicologo, counsellor ecc.. perché quello che fa la differenza è il tuo atteggiamento mentale, non la tecnica.

Poi è vero ci sono approcci più o meno lunghi, ma comunque tutti arrivano ad una soluzione.

[bctt tweet=”L’unico responsabile del cambiamento sei tu” username=”@catpet79″]

 

Destruttura il tuo pensiero

La via più veloce per gestire le emozioni è destrutturare il pensiero.

Destrutturare il pensiero vuol dire non dare importanza a ciò che si pensa in quei momenti. Non vuol dire negare i pensieri, attenzione, vuol dire accettarli così come arrivano ma non dargli peso.

I problemi legati ai pensieri nascono quando diamo troppa importanza a ciò che pensiamo e continuiamo a nutrire i pensieri con domande e ricerca di perché. Rendilo semplice. Accettalo e basta, non nutrirlo con pensieri che portano ad altri pensieri senza via d’uscita.

 

Perché anni quando tutto può essere semplice?

Ecco che mi chiedo perché allora si impiegano anni per imparare a stare bene e a volte non ci si riesce nemmeno?

Perché non si è scelta la semplicità.

[bctt tweet=”Scegliere la semplicità è il primo passo per stare bene con se stessi” username=”@catpet79″]

Non è facile, lo so, ma questo dipende da quanta voglia si ha di stare bene.

Mi capita a volte di scegliere di non accettare di fare coaching con alcune persone proprio per questo motivo: non vogliono imparare a stare bene, ma vogliono solo rimanere nei loro pensieri, e io sarei una delle tante persone a cui si sono rivolte per continuare a dare vita a quei pensieri.

 

Cosa fare per fermare i pensieri?

Ci sono vari modi per fermare quelle forme di pensiero che ci portano a stare male. Uno dei metodi che utilizzo e la Laughter Therapy almeno in un primo passaggio. Come strumento nello specifico uso lo Yoga della Risata, che permette in quel momento di liberare la mente attraverso una semplice risata. Ridere favorisce il rilascio di endorfine, che sono un oppiaceo naturale. L’effetto rilassante che ne deriva aiuta a rivedere i pensieri in chiave diversa.

Lo Yoga della Risata non va spiegato ma vissuto  🙂 .

La prima impressione

Sapete che quando ridiamo il nostro cervello produce endorfine che per il nostro corpo sono degli oppiacei naturali? Inoltre questi ormoni sono prodotti anche se la risata è creata appositamente!

WoW!!! Mi sono detta la prima volta che ho letto tutto ciò. Ma non ero ancora soddisfatta. Si, conoscevo da un po’ di anni lo Yoga della Risata come strumento della Laughter Therapy e avevo conosciuto Richard Romagnoli, ambasciatore nel mondo di Yoga della Risata. Mancava ancora qualcosa: sperimentarlo. Ci sono tanti strumenti che possono portare le persone al cambiamento, e in questi 15 anni di attività ne ho studiati veramente tanti. Li ho sempre applicati tutti? No!

Innanzi tutto prima li sperimento in prima persona poi decido se utilizzarli o meno. Così ho fatto con lo Yoga della Risata.

Che cos’è lo Yoga della Risata

Lo Yoga della Risata è uno metodologia che utilizza la risata auto indotta ed esercizi di respirazione pranayama per ottenere dei benefici sia nella mente che di conseguenza nel corpo.

Sfrutta il principio, scientificamente dimostrato, che il corpo non distingue una risata spontanea da una risata auto indotta.

Nasce nel 1995 grazie ad un medico indiano e sua moglie, il Dr. Madan Kataria e Madhuri, in un parco di Mumbai.

In quel periodo il dr. Kataria stava studiando gli effetti benefici della risata, e trovò talmente interessante questa cosa che ne fece scaturire tutto ciò.

Perché Yoga della Risata?

Esattamente dal 13 Febbraio iniziai a praticare ogni giorno la meditazione della risata (15 minuti ogni mattina) segnando sul mio quadernino tutto ciò che poi accadeva sia a livello fisico che a livello mentale.

Già dai primi giorni gli effetti furono pazzeschi.

Innanzi tutto ridere al mattino presto ti permette di dare il carburante giusto alla tua giornata. Non è la stessa cosa farlo nel pomeriggio o alla sera, anche se fa bene lo stesso.

Cominciare la giornata con lo spirito giusto vuol dire anche settare la nostra mente verso obiettivi che nascono da uno stato d’animo utile.

Inoltre più la pratichi più non ne puoi fare a meno. Dopo soli 15 giorni, se per caso non riuscivo a fare la meditazione prima di iniziare le mie attività, mi sentivo quasi in “crisi d’astinenza”. Era come se il mio corpo avesse bisogno di quella risata per ingranare la giornata.

Il cambiamento più importante lo avuto dopo circa 30 giorni.

Giornata in cui mi ritrovo a gestire una situazione molto scomoda e che fino poco tempo fa avrei si gestito con tecniche razionali. Invece accade questo: arriva la notizia, leggo bene la mail, e scoppio a ridere. Non stavo deridendo il problema, ma in quel momento avevo bisogno di agire serenamente alla situazione non di reagire. Quindi la mia mente mi ha riportato subito nello stato emozionale più utile andando a riaccedere ad una strategia che in 30 giorni avevo sedimentato nella mia mente: le endorfine prodotte dalla risata.

In poche parole il mio cervello ha imparato a cambiare velocemente stato d’animo ridendo e quando mi è servito ecco che in automatico ho applicato di nuovo la tecnica.

Il risultato è stato sorprendente e devo dire inaspettato. Si, sono sincera sapevo che il cervello imparasse così velocemente a mettere in pratica ma non pensavo anche in questo caso.

Benefici di Yoga nella Risata nel Coaching

Da quel giorno il 15 Marzo ecco che ho iniziato a mettere lo Yoga della Risata nelle mie sessioni di Coaching. In un solo mese ho avuto dei riscontri pazzeschi da parte dei clienti che hanno accettato la sfida di questo allenamento da integrare con altre strategie se necessarie.

Benefici? Beh, ce ne sono tanti, ma il più importante, umanamente parlando, è proprio quello di riuscire a entrare in uno stato d’animo utile attraverso una risata catartica. Sì, via il pensiero, via la parte razionale, e lascia fluire le endorfine. WOWWWW!!!

State pensando ancora al perché ho deciso di introdurre lo Yoga della Risata nel percorso di Coaching?

Come lo applico

Le sessioni di Coaching seguono tre step che ho chiamato le 3AAccettazione, Accoglienza e Azione.

Ora soffermiamoci sulla A di Azione.

L’azione è l’elemento fondamentale del Coaching. Chi si avvicina a questo strumento è perché vuole un approccio pratico e veloce.

Insomma non è una strategia introspettiva, come può essere la psicoterapia.

Solitamente le azioni che faccio fare sono di due tipi:

  1. Laughter Therapy: yoga della risata
  2. Tecniche specifiche che derivano dal coaching e dalla Programmazione Neuro Linguistica rielaborate da me in base alle esigenze dei Coachee.

Sapete cosa capita sempre più spesso? Che l’azione che deriva dall’allenamento alla risata incondizionata scatena un cambiamento interno talmente forte e impattante che la persona, poi, in maniera autonoma, riesce a trovare altre strategie per il proprio cambiamento.

Il cambiamento con lo Yoga della risata

Il cambiamento che si ottiene scatenando tutte le sostanze neuronali attraverso la risata è un cambiamento al funzionamento neuro biologico.

Mi spiego. Il nostro corpo ha imparato a produrre le sostanze neurochimiche utili da solo. Praticamente per cambiare stato d’animo utilizziamo la fisiologia della risata che è immediata e molto semplice rispetto a qualsiasi altra tecnica razionale.

La domanda che mi viene fatta spesso è: ma per ottenere questi benefici bisogna ridere sempre ad alta voce? No! Anche perché sappiamo che non sempre è possibile.

Ridendo per i primi 40 giorni ad alta voce, o imparando a simulare la risata senza suono (che è ancora più potente), dentro di noi si crea quel collegamento che ci permette nel momento opportuno di riaccedere a quello stato emozionale velocemente, beneficiando così anche degli effetti che si scatenano.

Semplice no?

Capisco perfettamente che le parole servono a poco.

L’ideale è sperimentarlo.

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Dai voce ai tuoi pensieri

Caterina, mi disse con voce seria, bisogna che inizi a dare voce ai tuoi pensieri.

Tra le varie voci che avevo nella testa sentii che in maniera unanime questa volta urlarono: finalmente!

Si, era la prima volta che tutte le voci risposero la stessa cosa.

Non avevo solo considerato che ognuna avrebbe voluto dire una cosa diversa 🙂 .

Dunque vediamo: a Tizio devo dare dello stronzo perché mi ha lasciato. A Caio devo dire che sono arrabbiata perché non mi ha supportato quando avevo bisogno. Ai miei genitori devo dire di non starmi più addosso. Ah, e non mi devo dimenticare di dire alle persone che incontro che sono veramente degli insensibili nel ricordarmi che ho avuto la depressione anziché chiedermi come sto.

Oddio, troppa roba vero? Forse avevo capito male il senso della frase dello psichiatra. Forse è meglio rimanere ancora in silenzio, pensai tra me e me, troppa roba da dire.

Come dare voce ai tuoi pensieri

Solo dopo capii che dare voci ai tuoi pensieri di quei momenti non vuol dire prendersela a destra e sinistra e andare a ripescare situazioni che senza dubbio ci hanno fatto star male, ma che non ha nessun senso andare a rivangare. Si, perché nel momento in cui vomiti addosso all’altra persona ciò che pensi ricordati che c’è solo una persona che sta male: TU.

Allora come possiamo dare voci a questi pensieri in maniera utile?

Lo avevo già accennato in un altro articolo sull’argomento: bisogna ascoltarli uno per uno. Ascoltarli vuol dire responsabilizzarsi rispetto le emozioni che stiamo provando. La responsabilità implica anche il saper condividere ciò che abbiamo dentro.

Se c’è una cosa che ho imparato in quella situazione è questa. Se tieni tutto dentro senza esprimere ciò che pensi, quella volta che decidi di farlo, ti sentirai la frase tipica: “È cambiata, prima non era così”. Quindi non solo ti danno dell’esaurita ma hanno anche un po’ di ragione.

Ci sono tanti fattori che portano una persona a non esprimere ciò che sente, e tanti altri fattori che portano le altre persone a giudicare.

Dato che comunque ti giudicheranno sempre vale la pena esprimere fin da subito ciò che senti. Certo, l’ideale è imparare a dire le cose in una modalità corretta ed equilibrata fin da subito.

Con questa cosa mi ci sono scontrata tantissime volte, e ogni volta ho sbattuto la testa sempre più forte. Devo sincera, tutt’ora ci sono dei momenti in cui ancora faccio fatica a volte ad esprimere ciò che penso. Paura del giudizio? No, la mia a volte è pura arroganza di pensare che gli altri non possano capirmi.

Capisco perfettamente che è un atteggiamento non utile, anche perché in questa maniera si perdono tutte le opportunità che si ha di essere aiutati ed ascoltati.

Ricorda: non tutti nascono per giudicarti

Mi capita ogni giorno di confrontarmi con delle persone che mi chiedono aiuto. Sempre più spesso mi sento dire che “Non sono capita, nessuno riesce ad aiutarmi”. Mi permettete di dire che questo è egoismo nella maggior parte dei casi?

[bctt tweet=”Le persone ti ascoltano come tu ascolti te stesso.” username=””]

Quindi tu stai ascoltando veramente cosa sta capitando nella tua testa senza giudicarlo? Allora le persone ti ascolteranno senza giudizio. Magari non potranno aiutarti, ma ti avranno ascoltato e magari aiutato a cercare qualcuno che ti possa aiutare.

L’amore per te stessa è la via maestra per la rinascita

Sono stata anni e anni ad avercela avuta con me stessa perché sono stata male. Me la sono presa con il mondo intero. Tutti gli altri erano fortunati e io sfortunata. Non c’era niente da ridere, e nessuno era in grado di aiutarmi.

Il punto era che nemmeno io ci credevo all’inizio. Sentivo queste voci, ognuna gridava più forte dell’altra. Io stavo gridando a me stessa. Cosa accade qualcuno grida contro di noi? Come di sentiamo?

Male.

Cosa accade invece quando qualcuno ci parla con dolcezza e amore? E ci ascolta con dolcezza e amore?

Accade che tutto svanisce. Accade che abbiamo la sensazione di potercela fare.

Ecco come ho dato voce ai miei pensieri. Li ho amati e gli ho dato la voce giusta, quella dell’amore. Il resto, lo hanno fatto tutto da soli.

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Il tuo mondo non è l’unico

Sapevi che il tuo mondo non è il solo che esiste?

Sembra una cosa scontata ma ogni giorno mi stupisco sempre di più nel notare quanto non sia così per molti.

Molto spesso quando lavoro con le persone nelle sessioni di Coaching, mi rendo conto di quanto si faccia fatica ad accettare delle realtà diverse dalle proprie. Ci vogliono anni per costruire quel regno e adesso io ti sto dicendo che esiste solo nella tua testa.

Ti dirò di più. Quando ci si rende conto che qualcuno vede e vive una realtà diversa dalla nostra, rimaniamo quasi allibiti, iniziando a giudicare il mondo dell’altro.

Chi ti dice che il tuo mondo è quello giusto?

Questa domanda ho iniziato a farmela quando mi sono ammalata di ansia e depressione. A quel tempo vivevo e credevo in una realtà che non era accettata dal popolo dei “normali”. Anzi la mia realtà era stata etichettata con un nome che rimandava ad una patologia.

Molto spesso le patologie mentali diventano tali proprio perché non vengono accettate come realtà. Come si fa a dire ad uno schizofrenico che l’asino che lui vede volare non esiste? Ecco che allora si inizia a negare una realtà che agli occhi di qualcun altro è lì e anche molto limpida. Ma come facciamo ad essere sicuri di quale sia quella giusta?

Di che colore è il tuo mondo?

Ora ti faccio una domanda: di che colore è il tuo mondo? Scommetto che devi pensarci per dare una risposta. Eppure ti sto chiedendo di qualcosa che dovresti conoscere bene. Non è così. Se non hai saputo rispondere subito a questa semplice domanda è perché sei ancora troppo impegnato a giudicare i colori del mondo degli altri.

Fermati a pensare qualche istante. Respira, mettiti in ascolto. Guarda, senti e percepisci il tuo mondo. Ferma il giudizio e cogli ogni particolare.

Ora di che colore è?

Sono sicura che questa volta sei riuscito a dare una risposta.

Ma non è finita qui. Di che particolarità è fatta la tua realtà? Hai notato tutto ciò che c’è?

Probabilmente no, perché siamo ancora troppo impegnati nel giudizio o a cercare ciò che non abbiamo ancora.

Quindi, da una parte non accettiamo il mondo degli altri che può essere diverso dal nostro, dall’altro non sappiamo nemmeno come è fatto realmente il nostro. Strano vero?

Ferma il giudizio

Tutto ciò accade perché siamo in costante giudizio.

[bctt tweet=”Molto spesso si ha l’arroganza di si sapere cosa è giusto o sbagliato più degli altri. Si parla senza poi ascoltare.” username=””]

Oppure, ancora peggio, si predica bene e poi si agisce in maniera completamente incongruente. Film già visto tante volte.

Il giudizio è una forma di ignoranza, passatemi il termine. Implica una non conoscenza di ciò che stiamo giudicando e che pensiamo di conoscere.

Il giudizio implica il non ascolto. È una chiusura della porta del cuore e una apertura della bocca per emettere parole.

Qualche tempo fa, durante uno dei suoi corsi Richard Romagnoli raccontò del suo incontro con Sri Mata Amritanandamayi Devi (detta Devi Amma). Rimasi colpita da un passaggio molto preciso. Quando fai delle domande a Amma lei ti risponde solo se quello che ha da dirti è Vero, Buono e Utile. Io rimasi affascinata da questa cosa. Subito pensai a tutte quelle volte che invece si parla per affermare la propria realtà, mettendo l’ego al centro.

La parola è uno strumento d’amore

La parola dovrebbe essere utilizzata come strumento d’amore sia per se stessi che verso gli altri, non come affermazione del proprio ego.

Se non si hanno parole di amore verso se stessi come possiamo pensare di averne per gli altri? Questo è il motivo principale per il quale non accettiamo il mondo degli altri ma lo giudichiamo.

Attraverso la parola si può giudicare, e il giudizio spazza via tutto quello che c’è di buono dentro una persona.

Ma allora perché si giudica?

[bctt tweet=”Il giudizio arriva dalla paura di prendersi la responsabilità del proprio mondo.” username=””]

Risulta più facile dire che ciò che fanno gli altri non va bene o è sbagliato più che guardare cosa sta accadendo nel tuo mondo interiore. Ecco che si inizia a vedere ciò che non ci piace degli altri. In realtà sai cosa sta accadendo? Spesso vedi riflesso negli altri ciò che non ti piace di te stesso. Poi non è sempre così, a volte non ci piacciono dei comportamenti degli altri perché vanno contro i nostri valori. Comunque, anche se ciò che fanno gli altri non ci piace perché rispecchia dei valori non nostri, ricorda sempre che ciò che è importante per te può non essere importante per un’altra persona.

Ma allora siamo al punto di partenza?

Si, Accoglienza è la parola chiave.

Come posso accogliere le diversità?

Inizia ad accogliere la tua realtà senza giudicarla. Notando tutte le cose che hai nel tuo mondo e che puoi apprezzare, partendo dalle piccole cose.

Proprio l’altro giorno ero in giardino con mio figlio, 14 mesi, e mentre lo guardavo giocare felice, ho sentito un’immensa sensazione di felicità nel capire proprio che la vita è fatta di piccole cose, più ne diventi consapevole e le apprezzi più queste piccole cose diventano grandi cose.

Imparando ad apprezzare e ad accogliere impari la diversità e soprattutto la ricchezza della diversità.

Parti da te stesso per arrivare al cuore degli altri, solo così gli altri mondi potranno donarti ciò che è utile a te.

Un esercizio utile

Questo esercizio è ripreso dal Diario della Gratitudine di Assunta Corbo, giornalista e scrittrice che stimo molto.

Guardati il video e buon allenamento!

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Ansia: una strategia mentale

Questo è il momento della settimana che preferisco di più 🙂

Scrivere di Ansia non è facile e soprattutto è un atto molto coraggioso. Si trovano tante cose su questo argomento, ma a volte leggendo ho la sensazione che chi scrive non sa nemmeno di cosa sta parlando. Certo, possono essere consigli molto utili, ma poi in fin dei conti non applicabili per vari motivi. Questo è il motivo per cui, come già spiegato precedentemente, amo scrivere della mia esperienza e non solo. La cosa che mi piace di più è condividere il più possibile con chi ne ha bisogno strategie facili e pronte all’uso per gestire questa emozione.

Molte delle tecniche che oggi consiglio a chi mi chiede aiuto nelle sessioni di Coaching, sono nate durante il periodo del mio ricovero in psichiatria.

La consapevolezza di avercela fatta, non l’ho avuta subito. Ma poi, grazie al mio “diario”, sono riuscita a ricostruire i vari momenti, e questo ha reso possibile la creazione di un metodo ben preciso. Ricordiamoci sempre che la nostra mente per provare la sensazione di Ansia mette in atto una strategia molto precisa, così come quando smettiamo di provare Ansia. Questo è stato vincente, una volta capito naturalmente.

Il mio incontro con Gesù

Era il mio secondo giorno in struttura quando durante la notte arriva un nuovo ospite in preda al panico: “Quello era il mio posto” continua a urlare ad alta voce.

Mi copro le orecchie con il cuscino per non sentire. Dopo poco ritorna il silenzio e decido di alzarmi per andare a vedere le stelle dalla vetrata del salone principale, come facevo spesso.

Con estrema delicatezza mi alzo, per non svegliare la mia compagna di stanza, e in punta dei piedi vado nel salone. Mi siedo. La luce della luna illuminava solo una parte della stanza e solo dopo qualche minuto mi accorgo che due sedie più in là c’è un ragazzo seduto. Giovane, sulla trentina, capello lungo ma curato e pizzetto. Subito ebbi l’istinto di andarmene, non avevo assolutamente voglia di parlare. Anzi ero quasi infastidita dal fatto che qualcun altro in quel momento stava utilizzando quello spazio. Poi lo guardai e notai il suo sguardo perso nelle stelle. Aveva un leggero sorriso sulle labbra. Dopo tutto dissi tra me a me sembra normale.

Ecco che le mie parole finalmente ebbero un suono “Ciao, io sono Caterina e tu come ti chiami?”. Il ragazzo sconosciuto mi guardò con sguardo intenso e rispose: “Io sono Gesù e quello era il mio posto”. Subito rimasi spiazzata dalla risposta, ma poi continuando a guardarlo negli occhi mi resi conto che nonostante tutto stavamo condividendo un pezzo di cielo. Così gli presi la mano, e rimanemmo in silenzio per ore a guardare le stelle.

Quale realtà è quella giusta?

Matteo, (il vero nome di Gesù) era arrivato in reparto durante una fase di ipomania tipica del bipolarismo (fase up). Pensava di essere Gesù e lo avevano trovato in una chiesa mentre litigava con la statua di Gesù affinché scendesse dal piedistallo perché “quello era il suo posto”. Il prete della canonica spaventato aveva chiamato le forze dell’ordine che lo accompagnarono in reparto.

Mi sono sempre fatta una domanda: come si fa a giudicare una realtà percepita da un’altra persona? Come possiamo permetterci di giudicare se sia giusta o sbagliata?

Questo è il principio da cui è nata la consapevolezza che prima di tutto l’Ansia o qualsiasi altra emozione deve essere Accettata.

Accettata sia da noi stessi (se siamo lucidi) oppure da chi vuole stabilire un contatto con la persona in difficoltà.

Parlando concretamente, una delle cose che mi faceva soffrire di più quando stavo male, era proprio il fatto che chi mi stava vicino continuava a rinnegare la realtà che in quel momento stavo vivendo. Mi venivano dette frasi del tipo: “Ma dai, cosa c’è per avere l’ansia? Rilassati e vivi tranquilla”. Oppure c’erano quelli che mi trattavano con pena, e mi definivano con parole del tipo “poverina”.

Insomma in realtà nessuno mi faceva la semplice domanda: “Come stai? Come ti senti?” e mi ascoltava con il cuore. Nemmeno lo psichiatra, che il realtà non mi fece mai parlare.

Questo è quello che accade. Quando una persona non sta bene quello che si tende a fare è immedesimarsi nel dolore della persona (“poverina”) oppure non accettarlo (“ma dai, cosa c’è per avere l’ansia?”). Entrambi i modi per chi in quel momento soffre sono deleteri. Nel primo caso le persone apprensive riversano tutte le loro paure sulla persona malata, e nel secondo  si comportano da egoisti pensando di sapere cosa prova la persona che è in difficoltà. In entrambi i casi c’è una non accettazione dello realtà. Per chi sta male è veramente molto difficile negare ciò che sta provando, anzi è impossibile e vi spiego il perché.

[bctt tweet=”L’Ansia è una sensazione che deriva da un’emozione.” username=””]

Le emozioni per natura nel momento in cui le percepiamo esistono. Quindi, come fai a convincere una persona che in quel momento percepisce un’Ansia che non è vera? Eppure è quello che in molti fanno!

Primo passo: accetta l’ansia

Partendo da questo presupposto può diventare veramente molto semplice aiutare chi ha un momento di difficoltà legato all’ansia. Parolina magica: accettare.

Questo è un punto fondamentale non solo per chi vuole aiutare una persona ad uscirne ma anche per chi la sta provando.

Lo dico sempre combattere l’ansia è come combattere con i mulini a vento. Più la respingi più si insinua e aumenta l’energia fastidiosa.

Se non accetti l’emozione che in quel momento stai provando, il tuo corpo andrà in conflitto con la mente. Da una parte il tuo corpo sente una verità (la sensazione) dall’altra c’è la mente che rinnega quanto sente. Il senso di Ansia è dato proprio dal fatto che la mente si ribella verso quella sensazione. I pensieri aumentano e la sensazione di disagio anche. Inutile dirvi che questa è anche la via maestra per gli attacchi di panico.

Inizia ad accettarla così come arriva. Non giudicarla. Non giudicarti. Vivila, solo così le permetterai di scorrere via.

Mettiti in ascolto. Concediti qualche istante per sentire dove nasce questa sensazione, non combattere. Respira e inizia a percepire l’ansia che si scioglie dentro di te.

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Una delle doti di chi ha pensieri guidati dall’ansia è quella di avere sempre tante voci pronte a consigliare 🙂 .

Se avete l’impressione di sentirne solo una, è perché quella sta urlando più delle altre.

Il giorno del ricovero. L’infermiera mi disse: “Caterina è ora, seguimi”. Oddio, pensavo, che è? Sembravo il giustiziato chiamato a morte.

“Ora ti fa un sacco di domande idiote, e tu devi rispondere in modo equilibrato per farlo contento, sennò non esci di qui” diceva una voce.

L’altra: “Ok, quando ti fa domande idiote guardalo dritto negli occhi e digli quanto sono inutili alcune domande”.

L’altra ancora: “Ti conviene non parlare”.

E poi ce ne era anche un’altra: “Dì tutto quello che hai dentro”.

Insomma arrivai nella stanza del colloquio che avevo una tale confusione in testa che non riuscii a sentire le prime parole dello psichiatra. Penso di aver sorriso e di aver risposto semplicemente “Ok”.

Non lo avessi mai fatto! Le mie voci interne si ribellarono, tutte.

In quel momento capii cosa provavano gli schizofrenici.

Per fortuna lo psichiatra che mi “colloquiò” non mi “colloquiò”, in senso che mi guardò in faccia e dopo qualche istante iniziò a scrivere per mezz’ora senza dirmi niente fino alla fine.

Le sue parole furono: “Ecco fatto, rimarrai con noi per un po’, dopo tutto sei abituata”. Si alzò e se ne andò.

Cosa vuol dire per un po’? E cosa vuol dire tanto sei abituata? Perché non lo hai chiesto? Perché non gli hai strappato la cartellina dalle mani per chiedere spiegazioni?

Troppo tardi tempo scaduto.

Calma ragazze, dissi tra me e me, ora metto a posto tutto.

Tornata in camera, ormai con la testa in confusione, capii cosa stava accadendo. Il mio dialogo interno (le voci che sentivo nella mia testa) non era frutto di schizofrenia ma semplicemente stavo dando voce alle mie emozioni e ognuno si esprimeva dal suo punto di vista.

La rabbia era quella che mi aveva consigliato di strappare la cartella in mano dello psichiatra che non mi aveva dato spiegazioni.

La paura era quella che mi aveva consigliato di rispondere in maniera educata per non rimanere li dentro a vita.

La tristezza era quella mi aveva consigliato di sfogarmi.

In quel momento sinceramente non avevo la lucidità tale per andare oltre, ma almeno mi ero tranquillizzata nel sapere che non ero schizofrenica.

Quindi, rassicuro anche voi.

Quando ci lasciamo prendere da stati di agitazione a parlare sono le nostre emozioni, ognuna dice la sua. Avete presente il film Inside Out? L’idea è molto utile. Immaginare che ogni emozione abbia un corpo e una faccia, un’espressione, è molto utile per poterla gestire.

Quando faccio coaching con persone che provano questi stati la prima cosa che consiglio è proprio quella di ascoltarle.

Dato che io non sono immune a questi momenti, quando succede immagino di essere un’addetta alla selezione del personale. Le colloquio tutte e poi faccio una scelta se è utile, sennò gli chiedo di ripresentarsi alla prossima richiesta 😀 .

Quando capitano quelle situazioni che ci creano disagio, automaticamente creiamo delle emozioni correlate. Allora la domanda è: mi sono utili per gestire quello stato? Finché non si trova una risposta sensata loro non se ne andranno, garantito, anche perché solitamente si tenta di combatterle. Vi assicuro che combattere con le emozioni è come una battaglia contro i mulini a vento. È come se una persona vi bussasse alla porta e voi senza sapere cosa vuole gli sbattete la porta in faccia. Secondo voi è educazione? No, e non lo fareste mai con gli altri, ma con voi stessi sì.

Allora, concedete alle emozioni di esprimervi ciò di cui hanno bisogno, e poi scegliete la voce utile per voi in quel momento. Potreste avere la sorpresa di scoprire quanto si sta bene anche in silenzio.

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Se osservi abbastanza attentamente il tuo problema, ti accorgerai di essere parte del problema.

(Anonimo)

Cosa sono veramente i problemi?

Ci sono quei momenti della vita in cui hai percezione che i tuoi problemi non hanno via d’uscita. Corri corri , ma arrivi a sera e appena appoggi le spalle sul letto ecco che i pensieri iniziano a prendere voce.

Sei stato molto bravo durante tutto il giorno a mantenere la tua attenzione focalizzata su altro, ma ecco che ora “loro” vogliono essere ascoltati. Parlano talmente forte e uno sull’altro a tal punto che ti viene quasi voglia di urlare. Ma non puoi farlo, almeno in quel momento.

I momenti di difficoltà li abbiamo tutti. La vita è proprio fatta così, non ci permette di annoiarci, in realtà proprio per questo aspetto è molto generosa.

[bctt tweet=”Hai mai pensato che in realtà quelle che noi chiamiamo “problemi” non esistono?” username=””]

Non dirai mica sul serio Caterina! E tutte quelle situazioni che sto vivendo ora concretamente tu mi stai dicendo che sono frutto della mia fantasia? Beh, proprio di fantasia no, ma dovuti alla tua percezione si.

Il problema diventa tale dopo che la tua mente ha messo in atto un processo che l’ha trasformato e gli ha dato un nome preciso. Sappiamo quanto le parole influiscono sul nostro stato emozionale. Inizia per esempio a sostituire la parola “problema” con la parola “avvenimento”, cosa accade? Cambia tutto vero? Semplicemente abbiamo tolto dalla parola il peso emozionale. Le cose accadono ogni giorno, siamo noi che attribuiamo a questi avvenimenti delle emozioni, e da qui nascono i vari nomi come problema, sfida, difficoltà. Si, ognuna di queste parole nonostante indichi la stessa cosa, ha un significato emozionale diverso. L’aspetto positivo è che il significato emozionale lo attribuisci tu. Quindi vuol dire anche che il problema e la percezione che hai di esso dipende solo da te.

Perché in quel momento tutto sembra nero

Nel momento in cui ha la percezione che il tuo è un “problema irrissolvibile” stai dando alla tua mente un messaggio molto preciso. Le stai indicando la via precisa per non contraddirti. Il nostro concetto di coerenza interna è molto subdolo alle volte. Se pensiamo che una cosa sia vera, siamo in grado di ingannare anche i nostri sensi pur di confermare ciò che ci fa comodo in quel momento.

Ora la sparo grossa.

[bctt tweet=”Anche quando sono gli altri a compiere azioni che “causano” problemi la responsabilità è tua.” username=””]

Boom!

Dove hai in quel momento il tuo focus? Sul problema o sulla risoluzione?

Finché continui a pensare di essere vittima della situazione non vedrai mai la possibile soluzione. Anzi andrai alla ricerca di tutti quei pensieri che non fanno altro che confermare la tua tesi: Cosmo ce l’ha con te.

Quindi cosa devo fare?

Non è facile prendere consapevolezza di quanto ho appena spiegato. Ma se vi dicessi che potrebbe essere la soluzione a tutti vostri problemi? Sono sicura che almeno ci provereste a mettere in atto delle strategie di pensiero nuove.

Prima di scrivere questo articolo, ho cercato per qualche giorno degli altri post sull’argomento. Ero curiosa di leggere come veniva trattato questo tema. Sarà la mia situazione attuale, ero alla ricerca anche io di qualcosa di nuovo. Niente di fatto, cose già lette e rilette. Poi ho chiuso internet e mi sono chiesta: “Cosa direi ad un Coachee in questa situazione?” E da qui è arrivata l’illuminazione.

La stanza dei sogni di Walt Disney

Ho già trattato questo tema varie volte, ma mai da questo punto di vista.

Walt Disney per creare i suoi film animati e le nuove attrazioni del suo parco si chiudeva per giorni nella Stanza dei Sogni.

In questa stanza entrava solo lui e dava libero sfogo alla fantasia. Qui tutto era possibile. Non c’erano regole, non c’era giusto o sbagliato, insomma poteva essere veramente se stesso e qui le sue idee erano incontaminate.

Questo passaggio è la svolta: l’incontaminazione delle idee.

Molto spesso quello che accade è che non si riesce ad esprimere veramente quello che si pensa in riferimento alla soluzione di un problema, in quanto subiamo l’influenza dall’esterno costantemente, sia consciamente che inconsciamente. Risulta così essere più facile incolpare il mondo esterno di ciò che ci sta accadendo.

Ma se andassimo nella nostra stanza dei sogni e pensassimo a tutte le soluzioni che ci vengono in mente cosa accadrebbe?

A livello mentale di sicuro due cose molto importanti:

  1. Abbiamo spostato la nostra attenzione sulla soluzione. Quindi abbiamo smesso di chiederci perché Cosmo ce l’ha con noi
  2. Ci siamo responsabilizzati verso il problema e ne abbiamo preso il controllo.

Fantastica questa stanza dei sogni vero? Nessun giudizio, nessuno oltre noi che sappia quello che succede li dentro.

E dopo cosa faccio?

Dalla stanza dei sogni hai ricavato una bella lista di soluzioni, alcune sono proprie assurde e ti divertirai a leggerle, altre invece con enorme sorpresa scoprirai che sono percorribili e soprattutto dipendono solo da te.

Concentrati sulle seconde e via con un bel piano d’azione per diventare tu il vero protagonista del tuo destino. .

Ansia-che-ridere-post

Mi chiamo Caterina Laureata in Psicologia, specializzata in Coaching e in Ansiologia 😀 . Esiste? Non lo so, ma chi se ne frega, noi Ansiogeni ci siamo capiti.

Si, ho sofferto d’Ansia di Stato e vi dirò di più si stava per trasformare in Ansia di Tratto.

La sapete la differenza?

L’Ansia di Stato è una forma di preoccupazione fortemente contestualizzata ad un particolare avvenimento della vostra vita, che se non gestita può tramutarsi in Ansia di Tratto cioè permanente, che non è quella che ci facciamo dalla parrucchiera. Quando l’ansia entra a far parte di noi vuol dire che abbiamo creato un’abitudine nel modo di pensare alle cose che ci accadono. In realtà abbiamo creato un’abitudine abbastanza del cavolo, ma in quel momento per il nostro cervello è un salva vita.

Abbandoniamo l’idea che l’ansia sia solo una rompiscatole e iniziamo a capire cosa ci vuol dire veramente. Penso di non aver mai conosciuto in tutti questi anni nessuno così testardo come l’ansia! Avete mai provato a darle una forma umana? Un nome? Ci avete mai parlato? L’avete mai ascoltata?

Vedo già le vostre facce perplesse. In fin dei conti l’ansia è uno stato d’animo come gli altri, il perché diventiamo razzisti verso alcuni stati d’animo devo ancora capirlo…

Certi momenti possono essere fonte di divertimento successivo. Fate questa prova. Pensate ad uno di quei momenti in cui avete avuto una reazione non proprio funzionale causata dall’ansia. Guardatevi dall’esterno e rivedete la scena, togliete tutti i suoni e aumentate un po’ la velocità. Cosa accade? Solitamente scappa da ridere nel momento in cui ci rendiamo conto che siamo stati un po’ ridicoli in quella reazione. Bene, tutto serve, anche quei momenti.

Richard Bandler dice

Se siete seri siete bloccati. L’umorismo è la via più rapida per mutare le cose. Se potete riderne potete anche cambiarla

Io amo questa frase, e aggiungo cambiate il “se potete riderne” con “quando potete riderne” e nel vostro cervello accadrà una magia.

Non so se vi ho mai raccontato il mio arrivo in reparto di psichiatria. Ah, si scusate, forse alcuni non lo sanno. A parte essere stata una del Club degli Ansiogeni, sono stata anche ricoverata, insomma non mi sono fatta mancare nulla.

Comunque avrò modo di raccontarvi anche i particolari.

Dunque, entro in reparto, e non ricordavo nemmeno come fossi arrivata li. Mi portano a colloquio con lo psichiatra che mi fa accomodare, mi guarda e inizia a scrivere. La mia vocina interna inizia a dire: “Che cazzo scrive questo che non mi ha chiesto niente”. Rialza lo sguardo, abbozza un sorriso e via che torna a scrivere. La mia vocina: “Mah, forse anche lui ha bisogno di qualcuno”. Lascio che faccia, io non avevo alcuna intenzione di parlare. Quando termina di scrivere la sua anamnesi mi guarda e mi dice: ”Cara Caterina, rimarrai un po’ qui, tanto ci sei abituata”. Io lo guardo, e per fortuna la mia vocina interiore mi dice “Non rispondere, in questo momento il tuo tono non sarebbe il massimo”. Così sto zitta ed esco dalla stanza.

Da quel momento ho iniziato ad apprezzare la cara amica Ansia, che mi ha tenuto compagnia per un po’ di tempo. Il giorno in cui siamo entrate in reparto, la ricordo bene, l’ho visualizzata li vicino a me, con una bandierina bianca in segno di pace, e da allora siamo diventate amiche e le ho promesso di ascoltarla.

Così è iniziata la mia amicizia con l’Ansia e da quel giorno ci facciamo tante risate insieme, oddio a volte anche tanti pianti, ma quello che conta è l’equilibrio che giorno dopo giorno abbiamo costruito.

Ho imparato a riconoscerla, ho imparato ad ascoltarla e ho imparato a trasformarla in forza ed energia.

Non scriverò mai cose del tipo “sconfiggi l’ansia per sempre” o cose simili, perché? Perché ad oggi posso dire che grazie proprio a lei sono ciò che sono e posso condividere ciò che mi ha insegnato. Ecco dove sta la mia forza. Per anni me ne sono vergognata. Il periodo in cui ero appena uscita dall’ospedale ogni persona vicino a me sembrava avesse il compito preciso da Cosmo di ricordarmi ogni istante quanto fossi stata male, finché ho preso il volo.

Oggi quando mi guardo indietro dico: Ansia? Che ridere!

Benvenuto in questa rubrica!!

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Impariamo dai bambini: butta via ciò che non serve più

Ora di pranzo, siamo tutti a casa. Richard sul seggiolone, io e il mio compagno a fianco. Il mio ometto dopo aver mangiato l’ultimo boccone butta via il cucchiaino con cui stava mangiando.

“Amore, no, non si buttano via le cose così!”, gli dice suo papà. Richard lo guarda e si mette a ridere e io rispondo: “Perché?”.

Gianpaolo mi guarda con occhi interrogativi e curiosi. Ormai conosce quel mio sguardo da birbante.

Continuo: “Non gli serve più. Che senso ha tenere una cosa che non serve più? Vedi anche i bambini lo sanno”.  E qui mi zittisco e non solo io.

Perché noi adulti amiamo tenere tutto?

Noi adulti, invece, amiamo quasi con senso sadico tenere tutto anche quando non ci serve. Fardelli emozionali e cose negli armadi.

Così nascono sensi di colpa, ansia e frustrazione.

In fin dei conti sono cose che ci sono appartenute e dispiace buttare via, ma quanto ci costa tutto questo?

Cambiare e buttare vuol dire rompere un equilibrio interiore che magari abbiamo creato durante gli anni, e ora vogliamo liberarcene? Per il nostro cervello adulto non è proprio così facile cambiare un’abitudine. Invece il cervello del bambino ragiona in maniera molto più semplice. Avendo meno connessioni neuronali è molto più flessibile. Per lui il concetto è: non mi serve, quindi butto. Attenzione però perché il bambino butta con una logica ben precisa. Per lui non ha senso mantenere delle informazioni che facciano confusione nella testa, quindi se ne libera almeno in quel momento, andando a mantenere solo ciò che può servirgli in futuro. Ecco il perché quando dovrà mangiare si ricorderà come si usa il cucchiaino che ha buttato.

Quando invece diventiamo adulti diventiamo come dei cestini. Cosa succede ad un cestino a forza di riempirlo? Ciò che è sotto non è più disponibile con facilità. Ecco perché quando cresciamo ci si dimentica che siamo perfettamente in grado di fare pulizia così come facevamo da bambini. Avete mai visto un bambino piccolo avere problemi di autostima? Penso proprio di no. Sanno perfettamente cosa devono fare per arrivare ai loro obiettivi. Cadono e si rialzano con un sorriso, se piangono è perché hanno preso una botta forte. Da adulti cosa facciamo? Cadiamo e il più delle volte facciamo fatica a rialzarci e quando lo facciamo ci portiamo sulle spalle tutto il peso di ciò che non è andato bene.

È come portare una zaino sempre più pieno ogni giorno, fino ad arrivare ad un punto in cui diventa molto difficile rialzarsi.

Fare pulizia

Buttare via vuol dire fare pulizia dentro. Ripulire il nostro ambiente interiore vuol dire dare spazio a nuovi sogni. Vuol dire poter semplicemente alleggerirsi e viaggiare più leggeri. Quando lavoro con le persone molto spesso faticano ad individuare i loro sogni. Non scherzo, alla domanda: che sogni hai? vanno in crisi e molti scoppiano a piangere rispondendo “non lo so”.

Per dare spazio ai sogni bisogna che la tua dimensione individuale sia pulita e piena di aria fresca, ma se prima non butti via ciò che non ti serve più non puoi dare spazio a cose nuove.

[bctt tweet=”Ciò di cui hai bisogno ti viene dato, solo se prima butti via paure e dubbi.”]

Ora ditemi che senso ha tenere in piedi relazioni, amicizie, collaborazioni e tanto altro solo per dovere? In questo modo non si fa altro che intasare il nostro cervello che in questo modo non riesce a dar spazio ad altro. Tutto ciò che è superfluo è nemico del cervello.

Liberarsi vuol dire dare aria ai nostri pensieri, alle nostre emozioni. Vuol dire dare importanza a noi stessi e darsi la possibilità di andare avanti.

Ognuno di noi ha un passato. Alcuni hanno dei traumi, altri hanno esperienze significative che li hanno segnati. Quello che conta non è l’esperienza in sé ma come tu guardi e pensi a queste esperienze.

Fai della tua mente un posto meraviglioso in cui abitare

Qualche anno fa mentre ero ad un corso di aggiornamento, Richard Bandler espresse un concetto meraviglioso.

Trasformare la propria mente in un meraviglioso luogo dove abitare è molto importante. Sono proprio il cervello e il tuo sistema nervoso che interpretano ogni giorno ciò che ci accade. È la mente che decide l’interpretazione da dare alla realtà. La mente a sua volta è uno spazio che creiamo noi. Siamo noi a scegliere dove e come vivere.

Questo lui lo definisce “elaborare”.

Altro aspetto fondamentale per creare un posto dove abitare è sicuramente il mantenerlo pulito. Rifletti su come tieni la tua mente in questo momento. È un posto dove ti senti al sicuro, dove puoi rifugiarti per pensare, o è un posto sporco, pieno di pensieri e rappresentazioni inutili?

Inizia a fare pulizia, sentiti libero di lasciare andare. Concediti il diritto di lasciare andare, perché dipende solo da te.  A volte durante le sessioni di Coaching le persone mi dicono frasi del tipo: lascerò andare solo quando mi chiederà scusa, o cose simili. Attenzione questo è un autosabotaggio! Quando inizi ad essere responsabile dei tuoi pensieri? È come se io avessi la pretesa che la mia vicina di casa Giovanna dovesse venire a pulire ogni giorno casa mia.

La cosa migliore da fare è tirare fuori le p….e e agire in prima persona.

Vuoi tagliare ciò che ti collega con una persona o situazione? Fai tu la prima azione. Come faccio a fare il primo passo? Facendolo.

Concediti di viaggiare con leggerezza

Poco tempo fa un mia cara amica mi ha raccontato il suo cammino verso Santiago. La cosa più difficile all’inizio fu proprio quella di preparare lo zaino. Tutto sembrava indispensabile, così partì con uno zaino abbastanza pesante. Più passavano in chilometri più percepiva la zavorra, ma non per stanchezza. Più camminava, più liberava la mente, più ciò che sentiva sulle spalle diventava pesante. Al terzo giorno lo zaino era dimezzato, e ogni giorno lasciava qualcosa in più.

Questo racconto è una bellissima metafora di vita. Quante volte viaggiamo con pesi che sono inutili? Relazioni finite, relazioni familiari inutili, amicizie che non hanno senso di esistere, soci, pensieri, rimpianti e tante altre cose.

A cosa serve una zaino pieno di questa robaccia? E ciò che ti serve dove pensi di metterlo?

Scegli di viaggiare con leggerezza, liberati di tutte quelle zavorre, fai spazio dentro di te. Fai come fanno i bambini: quando non serve butta via.

essere-felici

Le parole del mio mentore Richard Romagnoli durante uno dei suoi Workshock suonano molto chiare:

Non tutti vogliono essere felici.

La felicità è una scelta

Di sicuro non è una frase che ti lascia indifferente. È da 15 anni ormai che aiuto persone quotidianamente e la mia domanda durante la prima sessione di Coaching è molto semplice: ma tu vuoi davvero essere felice?

Le persone desiderano davvero essere felici?

Molto spesso si dà per scontato che quando una persona chiede aiuto la risposta sia sì, ma non funziona sempre così. E io lo so bene. C’è stato un periodo della mia vita in cui non ho scelto la felicità. Sì hai letto bene, ho scritto che in quel periodo io non ho voluto essere felice.

Nei periodi no è molto facile responsabilizzare il mondo esterno di ciò che sta accadendo nella nostra vita. Questo forse può aiutare in quel momento, a sentirci più sereni, ma non a risolvere il problema. Ciò che tu non vuoi ascoltare è dentro di te che vuole essere accolto e gestito in base a ciò che tu scegli di provare. I tuoi pensieri plasmano le tue emozioni, le tue emozioni creano le azioni, le azioni creano la tua vita.

Scegliere dei buoni pensieri è responsabilità tua, così come scegliere le emozioni giuste che creano le azioni giuste.

Ecco perché la felicità è una scelta.

Cosa fa chi vuole essere felice?

[bctt tweet=”La persona che sceglie di essere felice ogni giorno lavora per esserlo.”]

Si impegna ad avere pensieri e di conseguenza abitudini utili.

Parte da azioni semplici. Si pone questa domanda: “Cosa posso fare ogni singolo giorno che può rendermi semplicemente felice? Una camminata, una telefonata, leggere un libro preferito, ballare, che cosa ti rende felice nella semplicità? Cosa c’è intorno a te che trasmette questa sensazione di felicità?

Guardaci bene, se vuoi essere veramente felice, madre terra ti mette ogni giorno a disposizione tutto ciò di cui hai bisogno in base a ciò che scegli. Quindi se scegli di non essere felice, intorno a te avrai solo strumenti che non ti conducono verso la felicità. Per questo la felicità è una scelta che puoi fare solo tu ogni singolo giorno della tua vita.

Ognuno di noi ha il suo percorso di vita. Ci sono momenti in cui è più facile, altri in cui è più difficile, ma non per questo tu non puoi essere felice. Dipende sempre da come guardi ciò che ti sta accadendo. Guardi con amore e gratitudine o con rancore, rabbia e magari aspettativa di ricevere qualcosa. E rifletti, ora, su tutte quelle volte in cui hai avuto delle grandi aspettative che sono state disattese e questo è stato fonte di infelicità. Hai lasciato che la tua felicità dipendesse da ciò che avrebbero potuto fare o non fare gli altri.

Questa è la tecnica dello Yoga dello Struzzo. Ricordati che mentre metti la testa sotto, un’altra parte del corpo rimane fuori comunque 🙂 . Allora secondo te vale la pena dare agli altri questo potere sui nostri pensieri? E non solo, potere sulla tua vita?

Creare abitudini felici

Il nostro cervello funziona in una maniera molto semplice. Le abitudini si creano grazie a delle connessioni che i neuroni (le cellule del cervello) stabiliscono tra di loro. Immaginate questo corpuscolo rotondo da cui partono vari collegamenti (come i raggi del sole). Quando impariamo delle cose nuove, alcuni neuroni si mettono in connessione tra di loro attraverso i loro collegamenti e il cervello manterrà in memoria questa abitudine finché non verrà sostituita. Si, un’abitudine non si può semplicemente cancellare, ma deve essere sostituita con una nuova, sennò il cervello tenderà a tornare alla vecchia abitudine. Quindi per creare nuove abitudini bisogna creare nuove connessioni più forti rispetto a quelle che vorremmo cambiare. Per farle diventare più forti dobbiamo creare dei solchi molto profondi e questo prevede un allenamento costante.

Facciamo un esempio. Se sono abituata ad avere il mio focus sugli eventi negativi della giornata farò molto fatica a vedere tutte le cose belle intorno a me. Per cambiare abitudine ogni giorno in maniera razionale devo sforzarmi, almeno inizialmente, a notare le cose belle che ho intorno. Dopo circa un mese accadrà che ormai in automatico la mia mente andrà alla ricerca delle cose piacevoli. Ha imparato a tenere l’attenzione su cose diverse e più utili per noi. Ecco una nuova buona abitudine creata da te.

L’amore è la via maestra per emozioni felici

Stessa cosa accade quando dai il potere alle tue emozioni di gestirti.

Le emozioni hanno una funzione molto precisa nella tua vita, creano le tue azioni e quindi i tuoi risultati. Quando non le gestisci è come se andassi allo sbaraglio. Come se camminassi senza meta. Cosa succede quando si cammina senza meta? Non si arriva mai da nessuna parte, allora sì che il cuore inizia a battere forte dalla paura di non farcela. Fermati e chiediti sempre: dove voglio andare? Con chi? E con quali emozioni? Allora sì che stai dando alle tue emozioni una strada da seguire. Gli stai dando il cuore, il tuo cuore.

L’amore è lo strumento maestro per far transitare le emozioni verso le azioni giuste. Senza amore nulla ha un cuore, e se la tua strada non ha un cuore, credimi, non ti porterà da nessuna parte, semplicemente perché non è viva. Seguilo.

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