Ci sono momenti della vita in cui fare pulizia diventa necessario.

A volte non ce ne rendiamo conto e continuiamo imperterriti a tenere aperte delle porte assolutamente inutili che sono un gran spreco di energie.

Persone che riappaiono solo quando sono interessate.

Persone che sono sempre impegnate ma dicono di volerti bene.

Persone verso le quali continui a nutrire tante aspettative nonostante i lunghi silenzi.

Imparare ad allontanare questo tipo di persone, equivale a volersi bene, a prendersi cura di sé e delle relazioni che fanno bene al cuore.

A volte il voler bene a qualcuno non basta affinché una relazione, di qualsiasi tipologia funzioni, a volte bisogna veramente avere il coraggio e la consapevolezza che è più utile allontanare determinate persone dalla nostra vita.

Allora perché non lo facciamo?

Forse perché viviamo in una società dove è più semplice evitare ed apparire che dare spazio alle reali emozioni e alla consapevolezza di ciò che ci fa realmente bene.

Si vive in una falsa idea di gentilezza dimenticandosi che la prima persona verso la quale è importante essere gentili siamo noi stessi.

Allora si sopporta, si sorride e quando è ora ecco che nonostante tutto ci siamo.

Ho sempre avuto un carattere molto spinoso in ambito interpersonale.

Ammetto di avere delle “regole” molto ferree a tale riguardo e a volte mi viene fatto notare che quando chiudo la porta difficilmente la riapro.

Non ho tempo da perdere con persone che non hanno voglia di investire emotivamente. Le relazioni interpersonali affinché funzionino necessitano di investimento emotivo da entrambe le parti se questo viene a mancare anche solo da una parte non vale più la pena investire in una relazione del genere.

L’obiezione che spesso mi viene fatta è che non si possono paragonare relazioni amicali, di coppia e lavorative. In realtà il meccanismo di base è sempre uguale.

Anche in un contesto lavorativo le relazioni sono fatte di emozioni. Se queste non sono curate non si possono raggiungere gli obiettivi comuni.

Quindi inutile raccontarsela, tutte le relazioni, di qualsiasi natura esse siano hanno bisogno del nostro aspetto emotivo affinché vadano avanti e ne valga la pena, sennò è veramente tempo perso. Non ti ostinare a tenere quella porta aperta anche quando si sta chiudendo da sola, guarda avanti e pensa sempre che meriti di meglio.

 

Quindi cosa fare nella pratica per fare pulizia?

  1. Per prima cosa rispondi con sincerità alla seguente domanda: cosa è realmente importante per te nelle relazioni interpersonali?
  2. Inizia con lo stilare una lista delle persone che pensi facciano parte della tua vita in questo momento.
  3. Di fianco ad ogni nome indica le emozioni e sensazioni che ti suscitano.
  4. Rileggi la lista con le sensazioni e soffermati su quei nominativi che non hai abbinato a sensazioni piacevoli e rispondi alle seguenti domande: cosa accade se mi allontano? Cosa non accade se non mi allontano?
  5. È il momento di fare pulizia: scegli chi veramente vuoi faccia parte della tua vita.

Di sicuro la domanda che viene subito in mente è: come faccio a liberarmene?

Quello che vi posso dire è che la sincerità ripaga sempre. Se avete la possibilità di farlo fatelo con una semplice chiacchierata a cuore aperto.

Se non ne avete la possibilità, imparate a lasciare andare ciò che è destinato ad andare.

Buona riflessione

“Non ho l’età per amarti” cantava Gigliola Cinquetti…

Io ho 39 anni il mio compagno 56.

Ben 18 anni di differenza.

Ci siamo conosciuti 8 anni fa. Una sera qualunque ballando sulle note di quel tango che ci ha fatto innamorare. Era il 15 Maggio del 2010 e da quella sera non ci siamo più lasciati.

Certo che di avventure ne abbiamo passate io e te.

La più sfidante di tutte?

“Lui è troppo vecchio per te, Lei è troppo giovane per te”.

Ricordo perfettamente gli sguardi di chi ci guardava con fare sospettoso, avrei pagato per sapere cosa stavano pensando in quel momento.

“Ma siete matti a fare un figlio voi due? Tu sei già nonno”.

Altra grande sfida.

Eppure a distanza di 9 anni siamo sempre qui, tutti i giorni a supportarci come il primo giorno.

Qualche ruga in più e qualche anno in più ma con la maturità di chi sa cosa vogliano dire 18 anni di differenza.

Ma allora questo amore è vero che non ha età?

Pensare che l’amore abbia un’età vuol dire porre dei limiti alla sua espressione, significa dettare delle condizioni.

Eppure si dice che al cuore non si comanda.

Ci sono ancora molti pregiudizi rispetto la differenza di età in una coppia.

Si pensa che prima o poi la grande differenza di età verrà a galla, e saranno problemi, soprattutto per chi è più giovane.

In questi 8 anni ho imparato tante cose in merito, ecco le più divertenti.

 

LA GENTE PENSA CHE…

Si, in effetti era una delle domande che mi facevo spesso il primo periodo.

Penseranno che lui sia ricco e io una giovincella in cerca di fortuna.

Allo scambio di un bacio avevo l’impressione di sentire le voci delle persone che ci stavano guardando.

Ad essere sincera mi divertiva osservare quelle facce, per poi fare qualche battuta che finiva immancabilmente in qualche sguardo di imbarazzo per essere stato beccato a sbirciare.

Con il tempo ho imparato a fregarmene e sinceramente ad un certo punto non facevo nemmeno più caso a queste cose.

Molto spesso quello che accade è che ci si lascia influenzare da quello che dicono gli altri. All’inizio è più facile credere che insieme si possa risolvere tutto, ma poi con l’andare avanti del tempo a volte ci si stanca di sentire certe cose e a volte ci si crede.

Basta però molto poco per tornare sulla strada giusta: ascolta il tuo cuore, non mente mai. Io continuo a baciare il mio compagno in pubblico e continuo a divertirmi nel sbirciare le facce…

 

QUANDO SARÁ VECCHIO CHI SE NE OCCUPERÁ?

Questo è un altro grande dilemma che in realtà affligge gli altri…

Cosa vuol dire chi se ne occuperà?

Ho incontrato altre coppie con un’importante differenza di età che sono scoppiate per un motivo del genere.

Ragioniamo insieme. Se ci si mette con una persona più grande, è normale che prima o poi la differenza di età diventi importante e che chi è più giovane si dovrà occupare del più anziano. Se questa cosa vi destabilizza di sicuro non siete fatti per una storia del genere.

Per quanto mi riguarda so perfettamente che accadrà, e so che forse non sarà facile, ma so anche che il mio amore mi guiderà sempre, e sinceramente pensando al futuro non ho paura.

E SE  FINISCE L’ATTRAZIONE FISICA?

Questa è una bomba.

“Come farai a fare l’amore con lui?”

L’amore vero e maturo non si basa solo sull’attrazione fisica. In tutte le coppie questo accade e può accadere. Anzi accade maggiormente nelle coppie giovani in cerca sempre di nuovi stimoli. L’amore è un sentimento che va oltre l’attrazione fisica dopo un certo momento.

Quando guardo negli occhi il mio compagno vedo tante cose che vanno oltre la fisicità. Vedo un compagno di vita, vedo quella persona che starà al mio fianco per tutti i giorni che ci saranno concessi.

MEGLIO NON AVERE FIGLI

E chi lo dice?

Questa è stata una delle prime cose che mi hanno detto.

Nostro figlio Richard ha quasi 4 anni già zio di due bimbi e ha un papà con qualche anno in più, che è già nonno. E lo so che abbiamo scardinato un po’ il sistema classico di famiglia, ma vi basterebbe respirare un po’ di atmosfera che c’è a casa nostra e cambiereste idea.

 

L’amore ha età solo se noi poniamo questi vincoli mentali.

Avere una grande differenza di età non è sinonimo di rottura, tutte le storie possono avere un inizio e una fine, il porsi dei limiti equivale a non vivere l’amore nelle sue espressioni più alte.

RISULTATO?

Il 29 Dicembre ci sposiamo! Io 39 anni lui 56, un figlio di 4 anni e tante persone che ci vogliono bene e tifano per noi!!!!

 

Buona riflessione

 

 

 

 

 

 

Non posso farmi vedere dalla gente in questo modo.

Se spiego come mi sento divento pesante e le persone si allontanano.

Per essere parte di un gruppo devo essere sempre al top.

In fin dei conti mi sento più forte a fare così.

Alle persone non interessa ciò che provo.

Non sono mai riuscita a capire questo meccanismo, nemmeno su di me.

Mi hanno sempre spiegato che tra i bisogni fondamentali degli esseri umani c’è quello di appartenenza che include anche amicizia e affetto familiare (Teoria dei bisogni di Maslow).

La mia domanda, e forse anche la vostra è, se sentirsi parte di una famiglia o di un gruppo di amici è un nostro bisogno fondamentale, perché si è più portati ad isolarsi quando si hanno preoccupazioni e non ci si sente bene?

Vi capita?

A me personalmente si, e ogni giorno parlo con persone che mi riferiscono la stessa difficoltà.

Cosa porta ad allontanarci dagli altri quando siamo nei nostri momenti no?

Eppure la nostra natura ci direbbe altro.

Ciò che un atteggiamento del genere cela è il bisogno di essere accettati dagli altri.

Spesso si ha l’idea che per piacere agli altri bisogna avere determinate caratteristiche. Se queste vengono a mancare rischiamo il rifiuto sociale.

La paura del rifiuto sociale è una paura a volte inconscia che porta ad agire in maniera paradossale con l’isolamento emotivo.

Ecco che allora il bisogno di apparire diventa più forte apparentemente rispetto al bisogno di essere capiti da amici e familiari.

Nel momento in cui subentra il bisogno di apparire il danno è fatto e la strada più veloce da percorrere diventa il nascondersi in quella maledetta caverna piena di ombre.

Sapete cosa accade in questa caverna a lungo andare?

Si inizia a vivere pensando che quella nostra seconda casa sia la verità.

Si inizia a pensare che si sta veramente bene lì, dove nessuno può capire  chi siamo veramente.

In quella caverna mettiamo rabbia, frustrazione, tristezza, solitudine, delusioni ecc.. creiamo delle ombre. E sapete cosa succede a vivere osservando queste ombre? Che finiamo per credere siano vere.

Dopo un po’ si inizia a credere che alle persone non interessi veramente nulla del nostro mondo emotivo. Si inizia a credere veramente di stare bene comunque. Si inizia a credere che chi esprimere il proprio stato emotivo sia una persona pesante.

Così ci si allontana sempre di più da tutto ciò che può andare a soddisfare il nostro reale bisogno di appartenenza. sembra quasi di tornare a quell’idea molto triste hobbesiana espressa nella teoria del Leviatano: lo stato di natura è uno stato di guerra di tutti contro tutti, continua e costante; Hobbes lo definisce, con una celebre formula latina, bellum omnium contra omnes.

COSA FARE QUINDI

Ritornare alla semplicità delle relazioni umane, è la strategia più auspicabile che si possa applicare.

Abbandonare l’apparenza e imparare a conoscere e ad esprimere le proprie emozioni.

Lasciare andare quel senso di vergogna dettato dalla paura di fare emergere le difficoltà emotive del momento.

Rimango sempre stupita quando realizzo che la maggior parte delle persone vuole a tutti i costi celare ciò che prova realmente per la maggior parte del tempo. Questa repressione emotiva  ci allontana  dalla comprensione di noi stessi. Inoltre con questa modalità non si permette nemmeno alle persone che vorrebbero e potrebbero aiutarci di farlo.

Non sono tutte uguali le persone. Ci sono quelle che non ti tenderanno la mano, ma ce ne sono tante pronte a tenderti la mano anche quando meno te lo aspetti.

Il non esprimere per paura di stare male, non è una strategia utile per vivere serenamente. Forse potrai sopravvivere, ma in funzione delle tue ombre mentali che prima o poi ti renderanno prigioniero.

Ponetevi tredomanda molto semplici.

Di cosa ho realmente bisogno ora?

Di chi ho realmente bisogno ora?

Quale azioni posso fare per ottenere ciò di cui ho realmente bisogno?

Concediti l’opportunità di ricominciare e di essere felice, concediti la possibilità di sentirti e farti sentire in tutta la tua intensità nel bene e nel male.

 

Buon lavoro

 

A volte ci si sente a disagio per ciò che stiamo vivendo in un momento particolare della nostra vita.

Sappiamo perfettamente che ci sono atteggiamenti che sarebbe meglio migliorare, ma non riusciamo a capire come fare quel primo maledetto passo.

Spesso si confonde questa difficoltà con una mancanza di motivazione, e forse in alcuni casi è così, ma spesso ciò che si cela dietro quel semplice passo è la paura di scoprire cosa c’è oltre.

Non sai cosa può accadere andando oltre, non sai come puoi stare andando oltre, non sai chi può esserci andando oltre.

Eppure lì bisogna arrivare.

Nella vita accadono tante cose che non ci aspettiamo, ma il punto non è ciò che accade ma come tu decidi di agire a ciò che ti accade.

Le situazioni non gestibili da te accadranno sempre ma sempre ti sarà data la possibilità di decidere come gestire ciò in cui sei coinvolto.

A volte risulterà essere più facile continuare ad indossare la maschera più bella che si ha, per far finta che nulla è cambiato. Tutto ciò per sentirci forti o per sentirci meno vulnerabili?

Ci sono quei momenti della vita in cui è veramente fondamentale esser sinceri con se stessi per trovare il coraggio di agire.

Cosa vuol dire essere sinceri con se stessi?

Vuol dire darsi la possibilità di sentire realmente ciò che si sta provando, ciò che si sta vivendo.

Le emozioni fanno sempre molta paura perché non si conoscono.

In pochi sanno gli effetti che le emozioni hanno sul proprio corpo, in pochi conoscono il proprio funzionamento nel momento in cui provano determinate emozioni.

In pochi sanno veramente emozionarsi.

Ogni giorno persone mi chiedono strategie per “controllare” le emozioni.

Beh, io ogni giorno rispondo che non ho strategie per “controllare” le emozioni, ma eventualmente strategie per imparare a vivere le emozioni.

Cosa centra tutto questo con il quel maledetto primo passo?

Quel passo che può cambiare la tua vita è ancora fermo perché non ti stai dando l’opportunità di vivere le emozioni, perché hai paura di scoprirle.

Cosa puoi fare quindi?

Condividi

A volte si pensa che condividere il proprio stato emotivo equivalga ad appesantire l’altro. Oppure si pensa che agli altri non importa nulla di come ci sentiamo. Non si condivide per non appesantire.

Bene, sappiate che questi pensieri molto spesso sono solo pregiudizi.

Si è vero, magari ci sarà qualcuno non interessato, ma tra le persone che abbiamo vicino ci sarà sempre qualcuno pronto a tenderci l’orecchio e poi anche la mano.

Condividere non vuol dire “vomitare” addosso il nostro stato emotivo. Già in un articolo precedente avevo trattato questo argomento. Condividere vuol dire si buttare fuori, ma con l’obiettivo di ristrutturare mentalmente una situazione che al momento è pesante da tenere nella nostra mente.

A volte non si ha nemmeno bisogno di una strategia, il solo fatto di buttare fuori ci fa sentire leggeri. E come per magia ecco che anche il problema appare un po’ diverso.

Il bisogno di condivisione è un bisogno fondamentale dell’essere umano, perché ci fa sentire accolti e parte di un gruppo, ci fa sentire non soli.

Con chi e dove condividere?

Un errore molto comune quando si parla di condivisione è quello di avvicinarsi a persone che stanno vivendo la nostra stessa situazione. Il simile attrae sempre. È assolutamente normale! Lì ci si sente capiti e soprattutto non c’è bisogno di spiegare.

Riflettiamo insieme.

Entrare in una realtà mentale simile alla nostra ci fa sentire protetti ma non ci aiuta a fare quel primo passo. Non ci aiuta a valutare che possono esserci soluzioni diverse, scenari diversi da quelli che al momento la nostra mente vede e vuole vedere.

Eppure anche se molto difficile trovare il coraggio, condividere con persone estranee al problema a volte aiuta veramente a vedere sfumature diverse che possono aiutarci ad agire in maniera utile a determinati eventi che stiamo affrontando.

Quindi come faccio a fare quel primo maledetto passo?

Qui, a mio parere, c’è una sola soluzione…

Agisci e non pensare, solo nell’azione puoi liberare il pensiero e le emozioni.

 

Oggi ti sei ricordato di dire buongiorno a chi ti sta accanto? Hai ringraziato il tuo barista per il caffè? Hai chiesto ad un tuo amico “come stai, oggi?”, hai salutato entrando in ufficio? Ti sei ricordato di sorridere a chi ha compiuto un gesto gentile nei tuoi confronti?

Non importa la battaglia che stai combattendo, ricordati di essere gentile, sempre.

Molto spesso diamo per scontato la gentilezza a tal punto che ci dimentichiamo di essere gentili.

Non so se vi è mai capitato di interagire con persone che danno tutto per scontato.

Danno per scontato il buongiorno, il grazie, il come stai, il saluto, uno sguardo, una parola, una pacca sulla spalla, e potremmo andare avanti con questa lista.

Ci si ritrova a volte di fronte a persone che nonostante facciano gesti molto belli si dimenticano di essere gentili.

Beh, personalmente faccio veramente molta fatica ad interagire in questi casi anche se faccio sempre il possibile per mostrare la mia gentilezza (e in queste situazioni ce ne vuole, tanta….).

A volte si è talmente concentrati su se stessi che ci si dimentica che il mondo è pieno di persone.

La gentilezza a volte sembra far parte di un’altra era, si va così velocemente che non c’è mai tempo per le relazioni umane.

A casa mia le due parole chiave che ogni giorno mi impegno a trasmettere a mio figlio di 3 anni sono: pazienza e gentilezza. Certo richiede del tempo, ma se non ci si impegna nelle piccole cose quotidiane come si può pensare di sviluppare un atteggiamento gentile?

Essere gentili non vuol dire fare beneficenza. Essere gentile vuol dire essere presenti nel mondo degli altri con il cuore.

Non c’è bisogno di un insegnamento specifico, ma semplicemente di esserlo.

Si pensa spesso che per essere gentili bisogna fare chissà quale azioni, dimenticandosi che la gentilezza comincia ed è presente nelle piccole azioni quotidiane.

Quando per esempio si interagisce con un bambino piccolo si chiedono spesso abbracci e baci in cambio di qualcosa. Questi sono atti di gentilezza che poi da grandi si perdono.

Ci si saluta (a volte nemmeno) e non ci si guarda negli occhi, non si è capaci di portare avanti empaticamente le relazioni umane perché si è più presi dal nascondere ciò che si prova.

Come la gentilezza può cambiare la tua vita?

Essere gentili con il cuore può veramente cambiare la tua vita.

Inizia dalle piccole cose, dai piccoli gesti.

  • Ricorda di salutare chi è vicino a te;
  • Ricorda di sorridere;
  • Ricorda di dire grazie;
  • Ricorda di chiedere come stai?;
  • Ricorda di ascoltare;
  • Ricorda che la prima persona con cui essere gentili sei proprio tu;
  • Ricorda di abbracciare;
  • Ricorda di non avere aspettative quando compi gesti di gentilezza.

E quando le persone non sono gentili con noi?

Capisco, sono situazioni che solitamente ti spiazzano. Cerchi di essere gentile e magari in cambio ti pare di percepire quasi ostilità.

Cosa fare?

Ultimamente quando mi capita, perché ahimè capita, lo faccio presente alla persona con cui sto interagendo. L’aspetto che mi lascia stupita, il più delle volte, è che dall’altra parte ci sia assoluta inconsapevolezza rispetto ciò che sta accadendo.

Questo porta l’altra persona di solito a scusarsi e a riflettere.

È proprio vero che alcune persone non hanno idea di cosa voglia dire essere gentili ecco perché in questi casi i fatti valgono più di 1000 parole.

Il grande Mahatma Gandhi diceva: sii, tu stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.

 

Buona giornata della gentilezza!

 

 

Le lacrime non espresse rimangono nel cuore, bloccano la tua anima e il tuo respiro.

Una delle frasi che si dicono più frequentemente quando si prova ansia è: aiuto mi manca il respiro.

Come creiamo questa sensazione?

I pensieri arrivano, e non sappiamo come. Continuano a scorrere sempre più velocemente tanto da avere la sensazione di rincorrerli e di non starci dietro. Ad un certo punto è come se si guardasse la vita in apnea finché la nostra natura non ci ricorda che è necessario respirare.

Vi è mai capitato?

Ma non è tutto qui.

Quando i pensieri si riconcorrono così velocemente tanto da non riuscire a fermarli vuol dire che un qualcosa è andato storto rispetto a ciò che in realtà vorremmo accadesse.

Stai vivendo la vita che vorresti?

Stai vivendo secondo i tuoi valori, secondo ciò che è veramente importante per te?

Fermati a riflettere.

Lo so, non è facile. Non è facile perché consapevolizzare che si sta vivendo un qualcosa che non si vorrebbe vivere fa paura. E quando si ha paura il respiro viene a mancare.

A volte è più facile far finta di niente e andare avanti. Magari aspettare di abituarsi e sperare che quella sensazione passi.

Non illudetevi, non passerà finché non avete almeno preso in considerazione ciò che sta realmente accadendo in voi.

Il guardarsi dentro a volte fa paura, ci vuole coraggio un gran coraggio.

Il vero punto è che non ci si concede più di capire le nostre emozioni, perché le temiamo. Non sappiamo più nemmeno esprimerle, perché le giudichiamo e ci giudichiamo in continuazione.

Non ci si concede più nemmeno il diritto di piangere, troppa fragilità.

Così piano piano si forma quell’armatura indissolubile intorno alla nostra anima, quell’armatura che ti allontana giorno dopo giorno da ciò che è la tua vera essenza.

Fermati, respira.

La vita non è quella cosa che accade, la vita è ciò che tu decidi di vivere e come vivere. Se non ti concedi di vivere e conoscere le tue emozioni come puoi trasformarle?  Come puoi diventare forte?

Per anni mi sono vergognata di essermi “ammalata” di ansia. Per anni ho creduto di essere sbagliata e inadeguata a questa vita eppure qualcosa si era rotto.

Si, quel meccanismo non funzionava più. Non volevo stare più dentro quelle emozioni che non erano le mie. Non volevo più stare a quelle regole di manifestazione emotiva che la società e il giudizio impongono in continuazione.

Ecco che il mio respiro ha ripreso a funzionare. La mia vita ha preso una direzione nuova collegata al mio cuore.

Fermati, concediti di fermarti, solo un istante.

Fallo ora. Aspetta a procedere in questa lettura, chiudi gli occhi e respira.

Nel tuo respiro è racchiusa la tua vera vita, i tuoi sogni, la tua missione, non sprecare il tuo tempo a correre dietro a ciò che non è tuo o che è troppo.

Concediti il diritto di toccare la tua anima e le tue emozioni, solo così riprenderai a respirare.

 

 

 

 

Tu sei il tuo problema e la tua soluzione.

Dura eh?

Eppure è così.

Ti è mai capitato di rimanere letteralmente piantato su un problema?

Pensi, non dormi la notte, cerchi ma non riesci a saltarci fuori.

“Ti fai troppi problemi” ti suggerisce qualcuno, e tu ti incaz…i ancora di più.

Nessuno mi capisce.

Film già visto?

Allora qual è la tua soluzione migliore?

Una bella maschera evvia che si va avanti.

Ma quella sensazione di disagio, magari di frustrazione continua non ti abbandona.

E qui cosa direbbero i guru della motivazione?

Forza credici, lì fuori è pieno di persone che sta aspettando di aiutarti. Condividi, chiedi aiuto, lasciati andare.

Bullsheet!!!

Là fuori è pieno di persone a cui non interessa nulla di come sta andando la tua vita.

Deluso?

Attenzione non sto dicendo che il mondo è cattivo, ti sto solo dicendo che se parti dal presupposto che qualcuno possa sempre pararti il c…o tu non ti alzerai mai, non andrai mai oltre quel muro.

La maschera che indossi prima o poi cadrà. Il problema a quel punto non sarà quello che possono pensare gli altri, ma diventerà cosa tu puoi arrivare a pensare di te stesso.

Quindi fa bene chiedere aiuto, ma non nasconderti dietro questo bisogno che non fa altro che velare le tue vere risorse, la tua vera natura di guerriero.

Ognuno di noi ha tanto da offrire a se stesso, e se non si consapevolizza questo passaggio non si sarà nemmeno in grado di chiedere aiuto in maniera utile.

La figura di uno psicologo o di un coach non deve essere mai sostitutiva di voi stessi.

Certo, possono accompagnare al cambiamento, ma non possono portare il peso per voi.

Durante i miei allenamenti il mio Coach Meson non si offre mai di portare i carichi al posto mio, né di scavalcare il muro al posto mio.

Rimane accanto me, mi ricorda che ho delle risorse che posso usare e mi sprona ad andare avanti, sempre.

Il costante bisogno di “condivisione” degli stati emotivi. È utile? Non è utile?

Tu pensi veramente di avere bisogno di condivisione? Cosa cerchi effettivamente nel momento in cui condividi?

La mia idea è che molto spesso nelle condivisioni si cerca una soluzione e/o una scarico emotivo.

Risultato?

Chiedetelo alla persona con cui avete condiviso come si sente dopo.

Non sempre le persone che ascoltano hanno le strategie giuste per gestire il nostro flusso emotivo, rischiando così solo di allontanarle.

Attenzione ho scritto “non sempre”, non ho scritto che non dovete farlo o che sia sbagliato, sto solo descrivendo uno scenario che può accadere e che spesso viene confuso con il “non mi hai capito”.

Sicuramente ora ti potresti sentire un po’ confuso.

Chiedo aiuto o non chiedo aiuto?

I miei problemi non interessano a nessuno.

Non è detto che condividere faccia poi così bene.

Si, decisamente confuso.

Beh, dai oggi è la vostra giornata fortunata perché ho una riflessione molto interessante a tale riguardo.

Proprio questa mattina durante uno dei miei allenamenti, qualcosa è andato storto.

Il mio stato d’animo non era dei migliori. Il mio atteggiamento nemmeno e per di più la mia condivisione un fallimento.

Le parole di Coach Meson rimarranno per sempre nel mio cuore un grande insegnamento: perché appesantire ciò che può essere leggero? Delle persone non si deve aver bisogno, ma voglia. 

Ricorda tu sei il problema e tu sei la soluzione.

Grazie Coach Meson.

Fin da piccola mi dicevano: hai proprio un brutto carattere!

Non è che adesso sia cambiata di molto la situazione.

Di sicuro  però è cambiata la mia modalità di ascoltare ciò che mi viene fatto notare.

Capita molto spesso che persone arrivino nel mio studio per intraprendere un percorso di Coaching e quando chiedo loro l’obiettivo la risposta è: “voglio cambiare il mio carattere, così non va bene, mi dicono tutti che…..”

Dai a chi non è capitato almeno una volta?Quindi cosa si deve fare, cambiare o cosa?

Vi svelo un segreto: quando ci dicono che abbiamo un brutto carattere il problema il più delle volte non è nostro ma di chi ci fa la piccola annotazione.

Poi, è anche vero che non tutte le osservazioni vengono fatte per nulla, a volte bisogna anche saper apprezzare i cosiddetti feedback, ma è molto importante selezionare quelli utili per noi.

Perché dovresti credere di avere un brutto carattere solo perché una persona te lo dice?

Perché non dovresti invece credere che tu hai una tua testa pensante che compie delle scelte in base agli obiettivi che ti sei posto?

Chi sono gli altri per dirci che siamo giusti o sbagliati?

Ma soprattutto tu che ruolo vuoi avere nella tua vita?

Ognuno di noi ha un’impronta caratteriale che lo contraddistingue. Questa impronta è l’insieme dei nostri valori, credenze, esperienze, emozioni, e atteggiamenti. Non può essere giusta o sbagliata in assoluto, può forse essere utile o non utile per noi e giusta e sbagliata per chi ha altri valori e credenze di riferimento.

Quando qualcuno ci fa notare che “abbiamo un brutto carattere” in realtà ci sta dicendo che ciò che abbiamo fatto o detto va in contrapposizione con la loro rappresentazione del mondo, ecco perché è un problema loro.

Noi eventualmente dobbiamo valutare come gestire in maniera utile il nostro stato d’animo in riferimento a ciò che ci viene detto.

Perché a volte ci si sente feriti più di quello che si dovrebbe?

Abbiamo spesso nella testa l’idea che bisogna piacere a tutti. L’idea di perfezione. Se non piacciamo alla maggior parte della gente allora non valgo oppure non sono visto.

Ecco cosa scatta a volte in alcuni di noi.

E allora si ha l’idea di cambiare il proprio carattere al fine di non sentirsi dire più quell’aggettivo: brutto.

Sapete cosa accade quando si cambia per “cercare” di accontentare gli altri?

Due cose molto importanti: la prima è il fatto che ogni giorno ci sarà sempre qualcosa che ci verrà fatto notare rispetto noi stesso; la seconda è che vivremo in uno stato di completa incoerenza con ciò che abbiamo dentro, fino a non capire più chi siamo e cosa vogliamo.

Quando è il nostro carattere a guidarci è difficile sbagliare, ci si sente bene con se stessi e centrati e soprattutto ci diamo la possibilità di crescere e maturare seguendo il nostro sentire.

Quando invece ci comportiamo in maniera non naturale e sotto influenza esterna, agiamo come se fosse un copione da rispettare depersonalizzando pensieri e azioni. Solitamente si prova quel senso di insoddisfazione profonda che non si riesce nemmeno a spiegare il più delle volte.

In questi casi la mia domanda preferita è: cosa è importante per te veramente?

Lo so, non è una domanda di facile risposta ma prima o poi bisogna pur farsela nella vita.

Quindi cosa fare quando pensiamo di avere un brutto carattere?

  • Sii spontaneo! Quando si agisce seguendo il proprio sentire non si avrà nemmeno la percezione di chi ci ha detto che abbiamo un brutto carattere;

  • Smettila di giudicare il tuo sentire e il tuo agire; quando sei in linea con il tuo essere sei anche in grado di assumerti le responsabilità dei tuoi pensieri e delle tue azioni;

  • Anche se emergono aspetti di noi che possono non piacerci, non prendiamoci sul serio più di tanto, ricordiamo che il nostro cervello anche se pigro è flessibile e non smetterà mai di stupirci!

Buon lavoro!

Mi è sempre piaciuto parlare con la mia ansia.

Come Caterina ci stai dicendo che anche a te capita ancora di provare ansia?

Si.

Ti spaventa?

No.

Certo, forse qualcuno di voi penserà: “tu hai tutti gli strumenti per gestirti, per te è facile”.

L’ansia parla la stessa lingua per tutti. E sul tutti potete criticarmi così come è stato fatto per Nadia Toffa quando ha dichiarato che i tumori sono tutti uguali.

Anche qui, chiariamoci bene. Di sicuro ognuno vive la propria ansia in maniera differente, ma ciò che sono le sensazioni e i pensieri riferiti all’ansia sono sempre gli stessi. Tutti stiamo male quando proviamo ansia, tutti abbiamo delle sensazioni, tutti abbiamo dei pensieri, tutti pensiamo che è difficile liberarsene almeno per qualche istante. Non c’è un’ ansia più facile e una più difficile, c’è l’ansia punto.

 

Se facessimo un’analisi più dettagliata scopriremmo anche che ognuno di noi ha un’idea di ansia diversa, e magari c’è anche chi la chiama con un altro nome, ad esempio agitazione o preoccupazione. Eppure sempre ansia è.

Ansia è uno stato d’animo come tanti altri, non è sempre e solo una patologia.

Affinché sia diagnosticato un disturbo di ansia devono essere presenti dei criteri molto precisi che trovare elencati del DSV-5 (Manuale Statistico diagnostico della malattie psichiatriche).

Sapevate che molto spesso l’ansia è uno stile di vita emotivo appreso?

Questo vuole dire che proviamo ansia perché abbiamo imparato a reagire agli eventi attraverso questo stato d’animo. O perché lo abbiamo visto da qualcuno (ad esempio ambiente familiare), oppure perché fatto una volta il vostro cervello ha appreso a generalizzare e vi riproporrà lo stesso schema finché non andrete a sostituirlo con uno più utile.

Il problema del cambiamento di uno stile emotivo, è che molto spesso non lo abbiamo a consapevolezza e quindi si da per scontato che sia così e che non si possa modificare, perché in fin dei conti fa parte di noi.

Infatti una delle osservazioni che più ascolto è: sono sempre stato così, oramai alla mia età è difficile cambiare.

Innanzi tutto non è vero che siete sempre stati così. Quando si nasce solitamente non si ha ansia, poi è vero ci sono casi in cui viene vissuta in età molto giovane, ma sappiamo anche che sono casistiche legate a patologie e traumi particolari.

E comunque anche se per la maggior parte della vostra vita avete vissuto con uno stile di vita emotivo ansioso non vuol dire che non possiate imparare a vivere diversamente.

In alcune persone è talmente radicata questa modalità di vivere che sarebbe più destabilizzante imparare a gestire diversamente la quotidianità. Per non parlare delle resistenze consce in inconsce a cui si va incontro.

Quando lavoro sul cambiamento dello stile emotivo mi capita spesso di dover gestire tante resistenze inconsce, che sono esplicitate a volte in maniera anche simpatica.

Per esempio il fare i capricci.

Mi ha sempre affascinato questa forma di resistenza.

Frasi come: non riesco da solo, è difficile, non è adatto a me, mi serve più tempo, questo esercizio non mi piace e difficile.

Anche alcune resistenze sono importanti. Ad ed esempio a volte il fare qualche capriccio aiuta a ricordarci che siamo stati bambini e che niente ci vieta di tornare un po’ indietro, proprio per darci la possibilità di farci aiutare e guidare.

Nei momenti più difficili anche a me capita di desiderare qualcuno che mi prenda per mano e mi dica: dai Cate, ci sono io qui, andrà tutto bene.

Il mio augurio più caro che possa farvi è quello di poter credere nel fatto che le vostre emozioni possano veramente essere trasformate in risorse, e che per fare ciò può essere utile chiedere aiuto senza vergognarsene.

Ottobre è il mese della prevenzione per la salute mentale, in pochi lo sanno e in pochi lo dicono.

Salute mentale non significa malattia mentale.

Tutti abbiamo bisogno di salvaguardare la nostra salute mentale invece su questo argomento purtroppo c’è ancora tanta ignoranza nonché paura di capire.

Avere cura della propria salute mentale vuol dire anche prendersi il tempo di consapevolizzare il proprio stile di vita emotivo e impegnarsi a migliorarlo se necessario.

Ricordo che gli psicologi non lavorano solo con le patologie!!

 

 

 

 

Non so se vi è mai capitato di dirvi delle cose tra voi e voi e poi finire per crederci.

Lo so, vi capita in continuazione.

Vi dirò di più, non solo credete a ciò che vi dite ma credete anche a ciò che vi dicono gli altri magari, vero?

Ah, poi vi dico anche cosa accade ancora: quelle cose che vi vogliono far credere gli altri a volte le fate diventare vostre ed ecco che ci credete ancora di più, dimenticandovi che non siete voi realmente a pensarle.

 

Ma se fosse vero? Se tutto quello che mi dico e mi dicono fosse vero?

 

Conoscevo una bambina che era molto timida e non riusciva ad esprimere ciò che aveva dentro. Si sentiva molto sola. Pensava ogni giorno che non sarebbe mai riuscita a diventare come le altre. Si sentiva sempre esclusa e inadeguata. Aveva le idee chiare su ciò che avrebbe voluto dalla vita, ma pensava di non esserne all’altezza. Aveva paura a raccontare i propri sogni, e amava passare le ore da sola a fantasticare, leggere e scrivere.

Un giorno si rese conto che aveva raggiunto tante di quelle cose sognate ma non era felice.

Non riusciva a vedere ciò che gli altri vedevano in lei. Aveva sempre nelle orecchie quella voce: e se fosse vero?

Se veramente fossi inadeguata? Se veramente non facesse per me?

Se veramente fosse vero?

 

Cosa ci porta a creare dei film sulla base di un copione scritto da altri?

Cosa ci porta a pensare che quelle cose siano vere?

Molto spesso è la paura di vedere cosa ci aspetta oltre ciò che realmente vogliamo.

Eh si, è più facile credere e dare ragione a chi sembra che abbia la verità in tasca piuttosto che pensare che possiamo essere noi a creare quel film a lieto fine.

Perché responsabilizzarsi quando c’è qualcuno che con facilità lo fa al posto nostro?

Non credo più a tutte quelle cose che solitamente sento durante le sessioni.

Le scuse sempre pronte? Eccole

Sono sempre stato così

Non c’è nulla da fare.

É difficile.

Non posso.

Non è per me.

La mia preferita: tu non puoi capire.

 

Ne inventiamo talmente tante che potremmo vincere dei premi al Festival di Venezia.

Il punto non è imparare a cambiare ciò che ti dici e ciò che ascolti.

Il punto è di iniziare a farsi questa domanda: E se non fosse vero? Cosa accadrebbe?

 

A te la scelta del lieto fine…

 

P.S: la bambina di cui ti ho scritto sopra, ora è diventata grande e ha smesso di pensare che quelle cose fossero vere…

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